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GDO: “l’oro blu” presto a scaffale

of Redazione


Lo andremo a comprare al supermercato, in scatoletta come un tonno. Parliamo del granchio blu: sì, proprio lui, quello che tre anni fa era una minaccia all’ecosistema e oggi è una risorsa. Forse. La svolta ce la spiega Paolo Mancin, presidente del Consorzio Cooperative Pescatori del Polesine (www.scardovari.org), con sede a Porto Tolle, in provincia di Rovigo, sponda veneta del Delta del Po: l’altra, la sponda emiliana, ha sede a Goro, Ferrara. «Attualmente — chiarisce Mancin — stiamo pescando 10 tonnellate di granchi al giorno e lo stiamo vendendo per la maggior parte in Sri Lanka. In pratica, partono 3/4 container da 15 tonnellate ogni settimana». Il pescato viene lavorato (cottura a vapore e congelamento) nello stabilimento della nuova società Granchio Blu Trading di Scardovari-Porto Tolle (RO), filiale della Taprobane Sea Food, la società cingalese fondata nel 2011 da Timothy O’ Reilly e Dilan Fernando che provvede a fare l’estrazione della polpa manualmente per poi esportarla verso USA, Venezuela, Colombia e Messico soprattutto. Da qui alla scatoletta il passo è stato breve. Lo stabilimento di Scardovari-Porto Tolle è di proprietà del Consorzio delle cooperative che lo ha dato in locazione alla Taprobane dopo averlo adeguato alle esigenze di produzione del granchio blu. A breve, probabilmente già a settembre o al massimo entro fine anno, il prodotto, debitamente inscatolato con etichetta “Granchio Blu – Premium Blue Crab Jumbo 100% natural” e marchiato “Consorzio Cooperative Pescatori del Polesine OP – Porto Tolle Italy” farà anche il percorso inverso, ossia tornerà in Italia (e in Europa). Da noi sarà venduto soprattutto alla GDO, con cui stanno avvenendo alacri contatti (ancora top secret i nomi delle catene di supermercati che lo esporranno sugli scaffali e anche il prezzo di vendita) ma andrà anche in parte alla ristorazione. Un affare, insomma, come sta scritto sul sito della Granchio Blu trading che riporta il claim “Turning blue crabs into blue gold”, tradotto letteralmente in “Trasformare i granchi blu in oro blu”. Attualmente, sottolinea Mancin, «siamo intorno alle 350 tonnellate pescate dall’inizio del 2026, ma pensiamo nei prossimi mesi di aumentare la quantità giornaliera». Nel 2025 «siamo partiti con lo Sri Lanka a settembre, dopo un iter autorizzativo burocratico e impiantistico per adeguare lo stabilimento. E abbiamo venduto al Paese circa 450 tonnellate di prodotto».

Un business, non c’è che dire, anche perché un chilo di granchio viene venduto ai Cingalesi a 1,40-1,60 €/kg: le tonnellate 2025, insomma, hanno fruttato tra 700.000 e 800.000 euro, trasformando un dramma sociale in un business, visto che si sta allargando il numero delle destinazioni export, con il Giappone in trattativa. Si può dunque parlare davvero di “oro blu”? «Ricordiamoci — interviene in proposito Vadis Paesanti, vicepresidente regionale di FedagriPesca Confcooperative — che il granchio blu è ancora, a livello ambientale, un’emergenza dichiarata dal Consiglio dei Ministri che ha individuato un commissario, Enrico Caterino, il quale ha varato un piano, confluito in un decreto, che contempla l’impegno di fare il massimo affinché si ritorni a produrre vongola verace. Bisogna ritornare a produrre vongole e mettere in piedi il sistema che c’era prima del granchio blu: la vongola verace fa economia a mare in primis e genera tutto l’indotto a terra».

Un’economia che produceva 20.000 tonnellate di vongole l’anno, ricorda Paesanti, scese a 12.000 negli anni del Covid e ora, «grazie al granchio blu», ridotte a meno di 4.000 tonnellate. «Vuol dire — conclude Vadis Paesanti — che siamo andati sotto del 75% con quella che dovrebbe essere la nostra principale fonte di economia» (fonti: EFA News – European Food Agency, www.efanews.eu; Consorzio Cooperative Pescatori del Polesine O.P. Scarl, www.scardovari.org).



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