Un sistema produttivo di acquaponica in equilibrio perfetto tra vegetali, pesci e biofiltri: sano, sicuro e senza spreco d’acqua, attraverso un riciclo pulito che solo la corretta interazione tra batteri super efficienti, radici delle piante e alimentazione dei pesci può assicurare in modo economicamente sostenibile. È l’obiettivo a cui sta lavorando da sei anni a questa parte il Campus Ecotekne dell’Università del Salento attraverso un ambizioso programma di Urban Farming, che, progetto dopo progetto — sono giunti a quindici i filoni di ricerca —, aggiunge pezzetti a un mosaico in via di completamento. Si attende un ulteriore finanziamento per il perfezionamento dei biofiltri — l’anello sensibile del sistema — che dovrebbe chiudere il cerchio nel 2027.
A quel punto, trasformare gli spazi urbani cementificati e i siti abbandonati di archeologia industriale in luoghi di produzione alimentare sostenibile, riducendo al minimo il consumo di risorse e l’impatto ambientale, sarà cosa possibile, buona e giusta. Il programma, che è coordinato dal professor Tiziano Verri, ordinario di Fisiologia e responsabile scientifico del laboratorio di Urban Farming, è stato finanziato inizialmente dall’ateneo e, in seguito, sostenuto da progetti nazionali ed europei. Attorno all’iniziativa è nato un laboratorio che coinvolge nove gruppi di ricerca interdisciplinare (biologia, chimica, informatica, ecc…) per perfezionare la produzione di cibo vegetale e animale in ambiente urbano.
L’acquaponica accoppiata
Al centro dello studio c’è un’evoluzione del sistema di acquaponica “accoppiata”, che integra cioè l’allevamento ittico e la coltivazione di vegetali in un circuito chiuso a ricircolo d’acqua pressoché totale. Questo aspetto rappresenta un elemento distintivo in confronto agli impianti oggi esistenti, che non sono economicamente sostenibili per la produzione ittica — lo sono invece per i vegetali — e che a volte scaricano parte dell’acqua o producono quantità piuttosto marginali di pesce. A Lecce i ricercatori del Campus stanno allevando un pesce produttivo e “moltiplicativo” come la Tilapia del Nilo, una specie onnivora vantaggiosa per l’ambiente: non richiede farine da specie marine e può essere nutrita con mangimi vegetali o proteine da insetti, riducendo l’impatto sul mare. Il ciclo produttivo si basa su un sofisticato flusso idrico. Gli scarti dei pesci vengono trattati da biofiltri per una prima depurazione. L’acqua passa alle coltivazioni, dove le piante assorbono i nutrienti e completano la purificazione, per tornare infine alle vasche. Il circuito chiuso limita i consumi di acqua alle sole perdite per evaporazione. Ma i tre elementi del sistema — biofiltri, piante e pesci — devono raggiungere un equilibrio perfetto senza occupare grandi spazi per la filtrazione, un aspetto che rende oggi l’attività economicamente insostenibile. Questo è il traguardo che intende raggiungere l’Università del Salento.
I test sono stati effettuati con più varietà di ortaggi (pomodori, melanzane, cocomerini del Salento, lattuga) e piante aromatiche (basilico, prezzemolo), dimostrando standard qualitativi elevati. Inoltre, una parte dell’impianto è stato testato per dodici mesi usando esclusivamente acqua piovana. La ricerca in laboratorio garantisce anche la sicurezza nutrizionale e sanitaria. Il controllo rigoroso sull’acqua e la dieta alimentare rende la Tilapia un prodotto “pulito”, privo di contaminanti tipici del settore intensivo, come il mercurio. Dalla pelle dei pesci è inoltre possibile estrarre collagene di qualità e il monitoraggio idrico costante permette di produrre ortaggi “nickel free”, adatti a consumatori con specifiche esigenze. L’impianto composto da più vasche e “acquari” integra tecnologie digitali e automazione: dosatori automatici, strumenti di controllo della crescita e sistemi di monitoraggio remoto (sensori e videocamere) per verificare la salute dei pesci, unendo agricoltura, acquacoltura, biotecnologie e informatica.
Economia circolare
I residui dell’impianto sono reimpiegati per prodotti a valore aggiunto in un’ottica di economia circolare. La sfida principale resta il mantenimento dell’equilibrio biologico tra pesci, biofiltri e piante, che hanno esigenze differenti. Attualmente i nutrienti generati dai pesci superano la capacità di assorbimento dei vegetali, richiedendo biofiltri di dimensioni considerevoli. Ecco perché al momento un imprenditore troverebbe il sistema poco remunerativo, economicamente insostenibile. Per l’industrializzazione è necessario oggi incrementare la capacità produttiva ittica e ottimizzare gli spazi di filtrazione. In questa direzione, le ricerche in corso prevedono l’uso di particolari batteri elettrogenici (Electrogenic Cells) per migliorare l’efficienza dei biofiltri. L’acquaponica “accoppiata” in grado di garantire una produzione simultanea ed economicamente sostenibile di pesce e vegetali è una frontiera in Italia (forse anche in Europa) oggi priva di applicazioni effettivamente produttive ed economicamente sostenibili. Le prospettive prevedono un nuovo programma di finanziamento per completare lo sviluppo entro il 2027 e avviare finalmente una linea produttiva. E il mercato mostra comunque interesse: alcuni imprenditori degli agriturismi pugliesi guardano a questa tecnologia che potrebbe avere anche ricadute sociali internazionali, offrendo una soluzione concreta per villaggi isolati nei Paesi in via di sviluppo grazie al ridotto consumo idrico e di spazio.
Il progetto mira, infine, a riabilitare la percezione della Tilapia, spesso negativa per via di allevamenti esteri poco controllati dal punto di vista del cibo somministrato a questi pesci onnivori e di taglia media. Fra i 15 progetti di ricerca finora realizzati dal laboratorio universitario fra il 2022 e il 2025 è stato studiato anche l’impiego nei mangimi ittici della Posidonia oceanica spiaggiata.
Un’altra collaborazione con un impianto di Castellana Grotte, provincia di Bari, ha permesso di produrre 75 kg di Tilapia in una sola vasca lo scorso inverno. Un risultato incoraggiante per il futuro, quando sarà possibile trasformare alcuni siti e spazi ur-bani inutilizzati in sistemi produttivi di cibo, efficienti, circolari e replicabili.
Massimiliano Rella
In foto: il Gruppo di ricerca del laboratorio di Urban Farming al Campus Ecotekne dell’Università del Salento. Da sinistra, Donato Epiro, Licio Corsari, responsabile tecnico del laboratorio, il professor Angelo Corallo, Alessandro Sicuro, Nicola Sicilia, Laura Della Rocca e Giorgia Forti.
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