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Gli Elasmobranchi nel Mediterraneo: animali pericolosi o in pericolo?

of Tignani M.V. – Parisi G.


La tematica della salvaguardia degli Elasmobranchi è complessa e, purtroppo, estremamente attuale. Essa riguarda da vicino anche il Mar Mediterraneo, un bacino ricco di biodiversità ma al tempo stesso fortemente vulnerabile. Per comprendere perché anche il Mediterraneo sia interessato da questa problematica, è utile chiarire innanzitutto chi sono gli Elasmobranchi e come si inseriscono nel più ampio gruppo dei pesci.

In generale, i pesci possono essere suddivisi in due grandi classi: gli Osteitti, o Teleostei, caratterizzati da uno scheletro osseo, e i Condroitti, caratterizzati invece da uno scheletro cartilagineo. A quest’ultima classe appartengono squali, razze e chimere. Rispetto agli Osteitti, i Condroitti presentano alcune differenze anatomiche rilevanti, tra cui l’assenza dell’opercolo branchiale e della vescica natatoria.

I Condroitti possono essere ulteriormente suddivisi in due sottoclassi: gli Olocefali (o Chimeriformi) e gli Elasmobranchi. In una suddivisione qui proposta in forma volutamente semplificata, gli Elasmobranchi comprendono a loro volta i Selachimorpha, comunemente noti come squali, e i Batoidea, che includono razze, torpedini e pesci sega.

Entrando più nel dettaglio, i Selachimorpha presentano generalmente cinque fessure branchiali, che possono arrivare fino a sette nelle specie più antiche. Lo spiracolo, posto anteriormente alle branchie, svolge un ruolo funzionale nella respirazione. La pelle è ricoperta da dentelli dermici, noti come scaglie placoidi, dal greco elasmós (“placca”), che testimoniano l’antica origine evolutiva di questo gruppo. Le narici sono localizzate ventralmente e l’apparato digerente presenta una valvola a spirale, che aumenta la superficie di assorbimento dei nutrienti. La pinna caudale è tipicamente eterocerca, con il lobo superiore più sviluppato rispetto a quello inferiore. Nei maschi sono infine presenti gli pterigopodi, strutture coinvolte nella riproduzione. I Batoidea, invece, sono caratterizzati da un corpo appiattito e romboidale, più largo che lungo, con una tipica forma a disco dovuta allo sviluppo delle pinne pettorali, fuse al capo. In questo gruppo lo spiracolo è localizzato dorsalmente, un adattamento fondamentale per la respirazione di animali che vivono spesso a stretto contatto con il fondale. La bocca è ventrale e la coda, generalmente lunga e sottile, può presentare strutture difensive, come spine, talvolta associate a ghiandole velenifere.

Ora che abbiamo compreso che esistono pesci diversi dai Teleostei, è importante capire perché sia necessario tutelare gli Elasmobranchi. Questi animali rivestono un ruolo fondamentale negli ecosistemi marini e richiedono misure specifiche di conservazione per due motivi principali: il loro ruolo ecologico e il loro valore di esistenza.

Dal punto di vista ecologico, gli Elasmobranchi sono predatori apicali e possono essere considerati keystone species, cioè specie chiave su cui si fonda l’equilibrio di un ecosistema. Essi regolano la struttura e il funzionamento degli ambienti marini controllando le dinamiche di popolazioni preda, influenzando l’uso dell’habitat da parte di molte specie e prevenendo fenomeni indesiderati come le invasioni biologiche. Questo controllo aiuta a mantenere le reti trofiche marine in equilibrio. Nei Batoidea, ad esempio, questo ruolo si manifesta soprattutto negli habitat di fondo.

La scomparsa degli Elasmobranchi può innescare vere e proprie cascate trofiche, portando al collasso degli ecosistemi marini. Le conseguenze non sono solo ambientali: un ecosistema marino degradato influisce anche sull’uomo, compromettendo i servizi ecosistemici che derivano dal capitale naturale, come la stabilità degli stock ittici e i redditi legati alla pesca. Per questo motivo, gli Elasmobranchi possono essere considerati indicatori della salute degli ecosistemi e la loro conservazione va vista come un investimento sul capitale naturale marino, con ritorni in termini di stabilità ecologica e produttività ittica.

Oltre al loro ruolo funzionale, squali e razze possiedono anche un valore intrinseco di esistenza, un concetto ben definito nell’ambito dell’economia e dell’estimo ambientale. Questo valore prescinde da qualsiasi utilizzo diretto o indiretto da parte dell’uomo e si fonda sul principio secondo cui la semplice esistenza di una specie costituisce un bene da tutelare.

Passando alla descrizione del Mar Mediterraneo, è importante ricordare che questo bacino rappresenta circa lo 0,81% della superficie totale delle acque del pianeta. Si tratta di un mare semichiuso, suddiviso in due grandi sottobacini, orientale e occidentale, separati dalla dorsale Sicilia-Tunisia. Il Mediterraneo si estende per circa 4.000 km (2,51 milioni di km²), dallo Stretto di Gibilterra fino al Bosforo, e lungo le sue coste si affacciano ben 23 Paesi. Queste caratteristiche fanno del Mediterraneo uno dei bacini marini più antropizzati al mondo, nonché un’area di grande interesse turistico ed economico, inclusa l’attività di pesca, nonostante le sue dimensioni relativamente ridotte. Inoltre, nel corso degli anni nelle acque del Mediterraneo si è manifestato anche un notevole turismo “ittico”: sono stati segnalati infatti avvistamenti di Elasmobranchi come lo squalo balena, lo squalo seta, lo squalo tigre, il pesce chitarra e la razza leopardo. 

Il Mar Mediterraneo rappresenta un hotspot di biodiversità di rilevanza globale, ospitando circa il 6% delle specie mondiali di pesci marini e circa il 7% delle specie mondiali di Elasmobranchi. Complessivamente, si stimano circa 88 specie di squali, razze e chimere, di cui 71 presenti nelle acque italiane, rendendo quest’area di particolare interesse conservazionistico. Questa elevata biodiversità è il risultato di una complessa storia evolutiva, caratterizzata dall’alternanza di periodi glaciali e interglaciali, da processi di speciazione e da eventi migratori, come quelli avvenuti attraverso il Canale di Suez. Il Mediterraneo ospita inoltre numerose specie di Elasmobranchi migratorie, grazie alla presenza di importanti aree di alimentazione e riproduzione.

I mari che circondano la Penisola italiana rivestono un ruolo chiave in questo contesto, poiché includono una grande varietà di habitat marini, rappresentativi di quasi tutte le tipologie ecologiche presenti nel Mediterraneo, ospitando molte zone speciali di conservazione e aree marine protette. Tuttavia, questo mare non è soltanto un hotspot di biodiversità, infatti è anche un’area sottoposta a forti pressioni antropiche, che minacciano seriamente lo stato di conservazione degli Elasmobranchi.

Per comprendere il delicato stato di conservazione di questi pesci, è utile distinguere le minacce in due grandi categorie, i cui effetti si sommano e si amplificano reciprocamente. La prima categoria riguarda i limiti biologici intrinseci di questi animali. Sebbene non possano essere considerati di per sé delle minacce, è l’azione dell’uomo a trasformarli in un fattore di forte vulnerabilità. Gli Elasmobranchi sono infatti caratterizzati da un limitato potenziale riproduttivo, con bassa fecondità, accrescimento lento e maturazione sessuale tardiva. Per queste caratteristiche vengono definiti “specie a strategia K”, ovvero organismi caratterizzati da bassi tassi di crescita demografica e con ridotta capacità di incremento numerico delle popolazioni. Questo significa che, quando il tasso di prelievo antropico supera il tasso di riproduzione naturale, le popolazioni non riescono a compensare le perdite e vanno incontro a un progressivo declino. Secondo la FAO (2021), questa condizione rende gli Elasmobranchi comparabili, per vulnerabilità, ai grandi mammiferi terrestri, e li colloca in una situazione ancora più critica rispetto a molti stock ittici del Mediterraneo, già fortemente sfruttati nel corso dei decenni.

La seconda categoria di minacce è rappresentata dalle pressioni antropiche dirette, che agiscono in modo intenso e continuo sugli ecosistemi marini. Nel Mediterraneo, queste pressioni hanno contribuito a una riduzione stimata di circa il 40% dei grandi predatori e a una perdita di circa il 30% della biomassa ittica complessiva.

Tra le principali pressioni si annoverano la pesca commerciale, la pesca ricreativa, le catture accidentali e il fenomeno del ghost fishing, legato alla dispersione di attrezzi da pesca abbandonati o persi in mare. A queste pressioni si aggiungono la degradazione e frammentazione degli habitat, un’attuazione spesso inefficace del quadro normativo e fattori sociali e culturali.

Analizzando più nel dettaglio le principali pressioni che incidono sullo stato di conservazione degli Elasmobranchi, la pesca commerciale rappresenta senza dubbio uno dei fattori più rilevanti. Attualmente, nel Mediterraneo non esiste una pesca sistematicamente e specificamente mirata agli Elasmobranchi; tuttavia, questi animali vengono frequentemente catturati come catture accessorie (bycatch) nell’ambito di numerose attività di pesca commerciale.

Le catture accidentali avvengono attraverso l’utilizzo di diversi attrezzi, tra cui reti da posta, strascico di fondo, palangari, derivanti di superficie e draghe modificate, impiegati principalmente per la pesca di specie come il nasello, la sogliola, il gambero rosa e i cefalopodi. Di conseguenza, molte specie di Elasmobranchi finiscono regolarmente nelle reti, comprese specie inserite negli Allegati II e III della Convenzione di Barcellona, che costituisce il principale riferimento per la conservazione della biodiversità marina nel bacino mediterraneo, o classificate nella Lista Rossa IUCN (International Union for Conservation of Nature), lo strumento internazionale che valuta il rischio di estinzione delle specie a livello globale. Tra le specie più frequentemente catturate si annoverano palombo (Mustelus mustelus, EN), spinarolo (Squalus acanthias, CR), smeriglio (Lamna nasus, DD) e verdesca (Prionace glauca, VU).

Anche la pesca ricreativa, sebbene numericamente meno impattante rispetto alla commerciale, contribuisce al problema. Pur non essendo neanch’essa mirata agli Elasmobranchi, può determinare catture accidentali, soprattutto quando praticata in aree di riproduzione o alimentazione. In questo contesto, le modalità di cattura e di rilascio giocano un ruolo cruciale, dal momento che possono essere responsabili di stress fisiologico, danni fisici e lesioni, che possono compromettere seriamente la sopravvivenza post-rilascio degli animali.

Un’ulteriore criticità, comune alla pesca commerciale e alla ricreativa, è la sottostima delle catture accessorie, che rende difficile valutare accuratamente lo stato di conservazione delle specie coinvolte. Il contributo medio degli Elasmobranchi al totale degli sbarchi europei sembra po essere inferiore all’1% in peso e valore (Colloca et al., 2025), confermando che queste specie non costituiscono una fonte significativa di reddito per le flotte mediterranee; tuttavia, si tratta di una percentuale considerevole se si considera lo stato degli stock selvatici.

Un’ulteriore minaccia è rappresentata dal fenomeno del ghost fishing gear, ovvero attrezzi da pesca persi, dispersi o abbandonati in mare, che continuano a catturare e uccidere organismi marini per lunghi periodi. Questi attrezzi, spesso realizzati in materiali plastici e sintetici come il polipropilene, contribuiscono anche all’inquinamento da plastica, causando ferite, limitazioni nei movimenti, stress e, in alcuni casi, la morte degli animali, oltre a persistere a lungo nell’ambiente marino.

A queste pressioni si somma la degradazione degli habitat, ulteriormente amplificata dagli effetti del cambiamento climatico. Il riscaldamento delle acque, la deossigenazione, l’acidificazione, l’innalzamento del livello del mare e fenomeni come lo sbiancamento degli habitat sensibili influenzano la distribuzione delle specie e il loro utilizzo dell’habitat.

Infine, la forte urbanizzazione costiera del Mediterraneo, uno dei bacini più antropizzati al mondo, contribuisce ulteriormente alla perdita e frammentazione degli habitat, mettendo a rischio la presenza di aree nursery, zone di alimentazione e corridoi migratori fondamentali per il ciclo vitale degli Elasmobranchi.

Per quanto riguarda il quadro normativo, la tutela degli Elasmobranchi nel Mediterraneo si basa su diversi strumenti giuridici a livello internazionale ed europeo. Uno degli esempi più significativi è rappresentato dalla Convenzione di Barcellona citata in precedenza. In particolare, il Protocollo relativo alle Aree Specialmente Protette e la Diversità Biologica (SPA/BD Protocol) individua, attraverso specifici allegati, le specie di interesse conservazionistico. Le specie incluse nell’Allegato II sono soggette a protezione rigorosa e non dovrebbero essere catturate, detenute o commercializzate, mentre quelle dell’Allegato III possono essere oggetto di uno sfruttamento regolamentato.

Nonostante ciò, molte specie di Elasmobranchi minacciate e in pericolo critico continuano ad essere catturate, spesso in modo accidentale, evidenziando come il problema principale non sia l’assenza di strumenti normativi, ma le difficoltà nella loro applicazione e nel controllo effettivo delle attività di pesca.

Infine, il declino degli Elasmobranchi è fortemente influenzato anche da fattori socio-economici e culturali. Uno degli aspetti centrali è rappresentato dalla scarsa consapevolezza pubblica della crisi di conservazione che coinvolge questi animali, unita ad una percezione distorta del loro ruolo ecologico. Per decenni, squali e razze sono stati rappresentati come predatori feroci e pericolosi, un’immagine alimentata sia da prodotti culturali di grande impatto — come il celebre film Lo squalo di Steven Spielberg (1975) — sia da una narrazione mediatica spesso focalizzata sugli incidenti, presentati in modo sensazionalistico.

Negli ultimi anni la ricerca scientifica e le attività di divulgazione hanno contribuito ad un graduale cambiamento di prospettiva, facendo emergere il ruolo fondamentale degli Elasmobranchi negli ecosistemi marini e ribaltando la narrazione: da che sembrava fosse l’uomo a doversi salvare dagli squali, oggi sono gli squali a doversi salvare dall’uomo. Nonostante i progressi, il livello di consapevolezza resta ancora insufficiente e, pertanto, non contribuisce effettivamente quanto dovrebbe nelle scelte politiche e gestionali in ambito ambientale.

Un ulteriore elemento critico, spesso sottovalutato, è rappresentato dal consumo di carne di squali e razze, un fenomeno complesso e spesso inconsapevole. Secondo il report WWF (2021) “The Shark and Ray Meat Network: A Deep Dive into a Global Affair”, ogni anno fino a 100 milioni di squali e razze vengono catturati a livello globale e una quota significativa è destinata proprio al mercato alimentare. Tra il 2012 e il 2019, il commercio globale di questi animali ha superato i 4 miliardi di dollari, con la carne che rappresenta la componente economicamente più rilevante, superando persino il valore delle pinne. In questo contesto, l’Unione Europea riveste un ruolo centrale nel commercio della carne, e Paesi come Spagna, Portogallo e Italia figurano tra i principali importatori e attori del mercato.

L’Italia figura tra i 5 Paesi maggiori importatori di carne di squalo, importando nel periodo 2017-2013 43.000 tonnellate prevalentemente dalla Spagna, seguita dalla Francia. Spagna, Portogallo e Italia giocherebbero un doppio ruolo, essendo sia importatori che centri di redistribuzione, con la Spagna, ad esempio, che importa da vari Paesi africani, asiatici e dell’America Latina e poi riesporta verso l’Italia e il Brasile.

A causa del basso prezzo della carne di squalo (Colloca et al., 2025), essa viene spesso percepita come un alimento economico e ricco di proteine; di conseguenza, è ampiamente consumata in tutto il Sud-Est asiatico e, più in generale, in molte parti del mondo, potendo essere acquistata come prodotto fresco o congelato in forma di filetto o di tranci, oppure essiccato e salato, o anche affumicato, in taluni mercati. In più, la carne di squalo può essere servita nei ristoranti, cotta alla griglia o in forma di stufato.

Accanto al consumo di carne, come già introdotto, vi è il commercio di pinne. La pratica della cattura degli squali per ricavarne le pinne (shark finning) è estremamente crudele e finalizzata ad ottenere un prodotto altamente valorizzato in taluni mercati asiatici. Le pinne vengono tagliate agli squali che, ancora vivi, sono gettati in mare dove andranno incontro a morte lenta. Secondo alcune stime, il numero squali uccisi ogni anno a livello globale per ricavarne le pinne è estremamente elevato, consentendo di alimentare un mercato altamente remunerativo, dato che le pinne possono raggiungere un prezzo di circa 700 $/kg. Infatti, le pinne sono destinate alla preparazione di una tipologia di zuppa che viene consumata in occasione di matrimoni e banchetti, che è considerata un vero e proprio status symbol in Asia.

Precisiamo che, a livello normativo, la pratica dello shark finning è vietata nell’Unione Europea. In particolare, il Regolamento (CE) n. 1185/2003 stabilisce il divieto di asportazione delle pinne a bordo delle navi, nonché di trasbordo, sbarco, stoccaggio e commercializzazione delle pinne di squalo separate dal corpo. Tale divieto si applica non solo nelle acque dell’Unione, ma anche alle navi battenti bandiera degli Stati Membri operanti in acque internazionali, recependo il principio del finning ban.

In Italia, il regolamento è pienamente applicato e contribuisce a contrastare una pratica riconosciuta come incompatibile con gli obiettivi di conservazione degli Elasmobranchi.

Rimanendo su suolo italiano, si può dire che qui il consumo di carne di Elasmobranchi sia storicamente legato a tradizioni culinarie locali, come nel caso della burrida o buridda, un piatto agrodolce a base di gattuccio molto diffuso nel cagliaritano, o del cacciucco livornese, che nella ricetta tradizionale prevedeva l’utilizzo del palombo, anche grazie alle caratteristiche di questa carne, dal sapore delicato, facilmente digeribile, priva di spine ed economicamente conveniente in tempi difficili. Oggi, tuttavia, questo consumo si inserisce in una filiera globalizzata e presenta importanti criticità legate alla scarsa tracciabilità dei prodotti. Già a monte del processo, infatti, emergono importanti problematiche nel riconoscimento tassonomico delle specie di Elasmobranchi, dovute a una conoscenza scientifica storicamente più limitata rispetto a quella dei teleostei, nonché alla somiglianza morfologica tra specie affini e alla perdita dei caratteri diagnostici durante le fasi di lavorazione e commercializzazione.

Inoltre, la carne di squali e razze viene spesso commercializzata con nomi generici o vernacolari (come verdesca, palombo, spinarolo, gattuccio, arzilla), che rendono difficile per il consumatore riconoscere la specie di origine. A ciò si aggiungono pratiche illegali, come la scuoiatura e la decapitazione degli animali prima dello sbarco, finalizzate a mascherarne l’identità e a favorire così frodi alimentari. Per questo motivo, una maggiore consapevolezza del consumatore, insieme a sistemi di etichettatura chiari e a controlli più efficaci, rappresenta un passaggio fondamentale per promuovere un consumo consapevole di carne di Elasmobranchi (magari consentendo ad alcuni consumatori di scegliere specie alternative, non minacciate), promuovendo così strategie di conservazione realmente efficaci nel Mediterraneo e a livello globale.

È infine importante considerare un ulteriore aspetto legato al consumo di carne e pinne di squali e razze, che merita particolare attenzione: la salubrità e la sicurezza del consumo umano. Poiché squali e razze sono predatori che si collocano ai livelli più elevati della catena trofica e presentano una lunga aspettativa di vita, nella loro carne possono accumularsi elevate concentrazioni di metalli tossici attraverso il processo di “biomagnificazione” (De Sousa Rangel et al., 2021), un fenomeno che interessa in generale tutti i grandi predatori marini longevi ai vertici della rete trofica, inclusi pesci ossei di grandi dimensioni come il tonno e il pesce spada. Le concentrazioni più alte, che possono superare i limiti di sicurezza stabiliti per il consumo umano, si trovano generalmente proprio nel tessuto muscolare, ma anche le pinne possono presentare livelli significativi di contaminanti.

Uno studio recente (Rabbani et al., 2026) ha analizzato le concentrazioni di mercurio, piombo, arsenico e cadmio in 295 campioni appartenenti a 12 diverse specie di squali acquistati presso esercizi commerciali al dettaglio di Singapore. I risultati ottenuti evidenziano che le carni di squali e razze possono contenere livelli elevati di metalli pesanti, esponendo i consumatori a un rischio per la loro salute in caso di consumi frequenti. Sono state comunque rilevate differenze tra le specie analizzate e anche in relazione alle aree di provenienza dei pesci (habitat costieri o oceanici). Questi risultati evidenziano ancora una volta l’importanza di una corretta e trasparente etichettatura dei prodotti posti in commercio, in modo che i consumatori possano fare scelte di acquisto più consapevoli e che limitino il rischio per la loro salute.

In questo quadro, il tema del consumo degli Elasmobranchi assume una complessità ulteriore, poiché non riguarda esclusivamente la carne destinata all’alimentazione umana. Infatti, vale la pena ricordare che altre parti del corpo dell’animale presentano interesse dal punto di vista commerciale. Gli squali non vengono catturati solo per le pinne e per la loro carne, ma anche per l’olio di fegato e la cartilagine. In particolare, l’osservazione di una bassa incidenza di alcune forme tumorali in determinate specie di squali ha stimolato l’interesse della ricerca scientifica, orientata a individuare le molecole potenzialmente dotate di capacità antitumorale presenti nei loro tessuti. Gli studi condotti hanno portato ad individuare gli alchilgliceroli, lo squalene e la cartilagine dello scheletro dello squalo come composti dotati di proprietà anticancerogene e quindi di interesse in campo medico.

Gli alchilgliceroli, presenti in concentrazioni elevate nell’olio di fegato di squalo, stimolano l’ematopoiesi e l’immunomodulazione e presentano attività antitumorali. Lo squalene, presente nel fegato dello squalo (da cui prende il nome) e rintracciabile anche in altri tessuti dell’animale, inclusa la pelle, è un composto dotato di proprietà anticancerogene, antiossidanti e detossificanti; esso svolge inoltre funzioni idratanti ed emollienti per la pelle umana, dove è naturalmente presente e costituisce una componente fondamentale del sebo, ed è utilizzato anche come veicolante di farmaci. Alla cartilagine dello squalo, infine, vengono riconosciute proprietà antinfiammatorie, che ne giustificano l’impiego nella medicina tradizionale per il trattamento di diverse patologie (artrite, osteoartrite, retinopatia diabetica, psoriasi), oltre a potenziali proprietà anticancerogene (Vadalà et al., 2017).

La pluralità di interessi nei confronti di questi animali rende gli Elasmobranchi estremamente vulnerabili ma, al tempo stesso, evidenzia l’urgenza di strategie di conservazione e misure di tutela e gestione che siano efficaci. In un contesto come quello mediterraneo, ad oggi un’area prioritaria di intervento alla luce delle minacce e pressioni antropiche appena discusse, si inserisce il progetto LIFE European Sharks (LIFE EUSharks), avviato nel 2023 e finanziato dal Programma europeo LIFE, con l’obiettivo generale di contribuire alla conservazione di squali e razze nel Mediterraneo attraverso la promozione di interazioni sostenibili tra le attività umane e la fauna marina. Il progetto è attivo in cinque Paesi mediterranei (Italia, Francia, Spagna, Croazia e Slovenia) scelti in virtù della rilevanza ecologica e gestionale delle rispettive aree marine. L’Italia riveste un ruolo centrale sia per la sua posizione geografica, sia per l’elevata pressione esercitata dalla flotta peschereccia e dall’importanza del mercato interno.

LIFE EU Sharks adotta un approccio integrato e partecipativo, coinvolgendo università e centri di ricerca, organizzazioni non governative, acquari, autorità pubbliche, Aree Marine Protette e stakeholders del settore pesca. Tra le principali azioni condotte nell’ambito del progetto rientrano la formazione dei pescatori, la riduzione delle catture accessorie, la promozione di pratiche di catch and release, la raccolta di dati attraverso approcci di citizen science e iniziative di sensibilizzazione volte a migliorare la percezione pubblica del ruolo ecologico degli Elasmobranchi, nonché la consapevolezza per un consumo più sostenibile.

Concludendo, in un Mediterraneo sempre più minacciato, la conservazione di squali e razze non è solo una questione di tutela della biodiversità, ma una sfida che riguarda il rapporto tra l’uomo e il mare. Comprendere il valore ecologico di questi animali, intervenire concretamente sulle minacce che li colpiscono e promuovere una gestione più responsabile delle risorse marine, nonché un consumo più consapevole e cosciente rappresentano passi fondamentali per garantire l’esistenza di questi splendidi animali, la salute degli ecosistemi marini e il nostro futuro. Progetti come LIFE EUSharks dimostrano che un approccio integrato, basato su conoscenza scientifica, coinvolgimento degli operatori e consapevolezza pubblica, può rappresentare una strada concreta per trasformare la conservazione da necessità urgente a responsabilità condivisa.

Maria Vittoria Tignani

Giuliana Parisi

Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agrarie Alimentari Ambientali e Forestali (DAGRI)

Università degli Studi di Firenze


Riferimenti bibliografici

Barone M., Mazzoldi C., Serena F. (2022), Sharks, rays and chimaeras in Mediterranean and Black Seas, Key to identification, Roma, FAO, doi.org/10.4060/cc0830en

Colloca F. et al. (2025), Assessing the relevance of sharks and rays for Mediterranean EU fisheries to support a transition from species exploitation to species conservation, Reviews in Fish Biology and Fisheries, 35(1), 487–503, doi.org/10.1007/s11160-024-09725-4 

De Sousa Rangel B. et al. (2021), Urban living influences the nutritional quality of a juvenile shark species, Science of the Total Environment, 776, 146025, doi.org/10.1016/j.scitotenv.2021.146025

FAO (2021), Better data collection in shark fisheries – Learning from practice, FAO Fisheries and Aquaculture Circular No. 1227. Roma, doi.org/10.4060/cb5378en

Rabbani G. et al. (2026), Shark and ray meat sold for human consumption contains toxic metal concentrations above safe limits with concentrations varying by species and habitat, Marine Pollution 222, 118822, doi.org/10.1016/j.marpolbul.2025.118822

Vadalà M. et al. (2017), Shark derivatives (Alkylglycerols, Squalene, Cartilage) as putative nutraceuticals in oncology, European Journal of Oncology, 22(1), 5-20, www.mattioli1885journals.com/index.php/EJOEH/article/view/5215/4424


Riferimenti sitografici

WWF (2021), The Shark and Ray Meat Network: A Deep Dive into a Global Affair, WWF Global Marine Initiative, sharks.panda.org/images/downloads/392/WWF_MMI_Global_shark__ray_meat_trade_report_2021_lowres.pdf

IUCN SSC Shark Specialist Group – IUCN Red List (Mediterranean & Black Seas), www.iucnssg.org/iucnredlist.html

IUCN Italia, Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (sezione italiana), www.iucn.it

EUR-Lex Normativa Unione Europea (eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=LEGISSUM%3Al28084)

LIFE European Shark, Progetto co-finanziato dall’Unione Europea. Sito ufficiale del progetto LIFE EUSharks, www.europeansharks.eu

Reg. (CE) n. 1185/2003 del Consiglio, del 26 giugno 2003, relativo all’asportazione di pinne di squalo a bordo dei pescherecci, eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/ALL/?uri=CELEX:32003R1185



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