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Acquacoltura

La molluschicoltura piombinese batte un colpo!

of Dell’Agnello M.


La molluschicoltura è un settore importante dell’acquacoltura nazionale che si basa principalmente sulla produzione di cozze. L’Italia è tra i principali produttori dell’area UE, con particolare riferimento alle vongole. Esercitata principalmente in luoghi legati alla tradizione lungo la costa adriatica (dal Golfo di Trieste al Gargano) e nel Golfo della Spezia in Liguria, ha visto nel corso degli anni lo sviluppo di nuove realtà produttive come il Delta del Po o gli stagni della Sardegna, che si sono imposte rapidamente sul mercato, distinguendosi per quantità e qualità del prodotto.

Oggi, stimando una produzione totale dell’acquacoltura italiana di circa 145.800 tonnellate, si ritiene che oltre 100.000 di queste siano costituite da molluschi bivalvi (mitili e vongole) e che le cozze, seppur negli ultimi anni in leggero calo, abbiano raggiunto un quantitativo oscillante tra le 50.000 e le 60.000 tonnellate, con un mercato attivo ed una domanda che si mantiene vivace e che impone talvolta il ricorso alle importazioni, soprattutto in certi periodi dell’anno.

Ma, come dicevamo, la molluschicoltura nazionale non va solo considerata per il fattore quantitativo della produzione. Il modello di allevamento, che corrisponde più di ogni altro al concetto di “coltivazione del mare”, viene infatti ad acquisire valenze ecologiche e sociali che, là dove viene applicato, ne fa il fiore all’occhiello di tutte le produzioni del settore acquicolo.

Intanto, si deve considerare il limitato impatto ambientale delle strutture destinate all’allevamento, sia in relazione al materiale che si limita a “corpi morti” sommersi, a canapi (corde) di collegamento ed a boe di galleggiamento di superficie, sia all’impercettibile presenza di “forme” sopra il piano dell’acqua sulla linea dell’orizzonte. Poi si deve tenere presente che i molluschi, essendo filtratori biologici naturali e non avendo bisogno di alimentazione esterna per l’accrescimento, vengono a rappresentare, con i loro allevamenti, non solo i sistemi zootecnici più sostenibili su cui oggi si possa contare, ma veri e propri “pozzi blu” di carbonio (si veda box), seppure in maniera indiretta, in grado di aiutarci a “sequestrare” la CO2 responsabile dell’effetto serra e del riscaldamento globale.

Dalla teoria alla pratica, la realizzazione di tutto questo si trova nelle acque del Golfo di Follonica, nel comune di Piombino, con la Società Cooperativa Venere che alleva con successo i mitili nel mare toscano. Paolo Del Lama è un pioniere di questo mestiere, che nel 2015, da pescatore, si è fatto allevatore, gestendo con la cooperativa un’area a mare di 70 ettari. Del Lama può essere ben fiero della sua attività che, con oltre due lustri di esercizio, dopo aver ottenuto il Premio Innovazione in Agricoltura da Coldiretti Toscana nel 2018, si prepara oggi ad un ulteriore salto di qualità.

La Regione Toscana, infatti, con la Direzione Sanità, welfare e coesione sociale, ha preso atto delle specifiche note dell’Azienda USL Toscana Nord Ovest con l’Adozione 524 del 14/01/2025, esprimendo parere favorevole all’apertura, nel parco di allevamento della cooperativa, di una zona destinata alla stabulazione di molluschi bivalvi vivi appartenenti alle specie Mytilus Galloprovincialis (mitili o cozze), Crassostrea gigas (ostrica giapponese), Ruditapes philippinarum (vongola verace) e Chamelea gallina (vongola o lupino) e di una zona destinata all’allevamento e raccolta di molluschi bivalvi vivi appartenenti alle specie Mytilus spp. (cozza), Crassostrea angulata (ostrica concava), Crassostrea gigas (ostrica giapponese), Ostrea edulis (ostrica piatta), Ruditapes philippinarum (Vongola verace) e Chamelea gallina (Vongola o lupino).

Un provvedimento, questo, che consente alla molluschicoltura piombinese di “battere un colpo”, preparandosi a passare cioè ad un livello superiore, con la diversificazione di specie ed attività, promossa con il suo modello produttivo e gestionale ad affrontare lo sviluppo della produzione di molluschi bivalvi per gli anni a venire. Il tutto nato da un’idea semplice, caparbiamente messa in pratica, seppur con fatica ma grande soddisfazione, ed oggi ampliata ed evoluta su basi consolidate ed affidabili che hanno portato a dare fiducia a quel modello produttivo e a quella volontà primigenia.

L’intuizione iniziale, il limitato impatto ambientale e la sostenibilità d’allevamento sono stati gli assets fondamentali che hanno guidato questa impresa ad ottenere risultati importanti a livello quantitativo nella produzione nazionale di molluschi, ma non meno importanti sono stati gli aspetti economici e sociali. In particolare, la produzione della Cooperativa Venere si è inserita in un contesto economico in cerca di diversificazione produttiva, con la trasformazione dell’industria siderurgica piombinese e lo sviluppo del turismo che ha significativamente aumentato la domanda anche di questi prodotti.

C’è poi da considerare l’aspetto sociale che ha favorito sia l’acquisizione di un know how fino a qualche tempo fa praticamente sconosciuto in zona, sia l’occupazione di manodopera per la maggior parte giovanile, fornendo ai mitilicoltori piombinesi un mestiere altamente specializzato, fatto di conoscenze tecniche, biologiche, ecologiche, ma anche economiche con particolare riferimento al marcato ed al marketing che li ha fatti crescere e resi maggiormente consapevoli del proprio futuro.

Con queste premesse, non resta che fare i migliori auguri ai molluschicoltori piombinesi per le nuove attività che hanno messo in programma, aspettando di vedere finalmente arrivare i molluschi toscani sui banchi delle pescherie e sulle tavole degli Italiani.


Bilancio del carbonio: un contributo positivo nonostante tutto

Nonostante queste complessità, alcuni studi indicano ancora un bilancio positivo per certe specie e in specifici contesti. In uno studio del gruppo di Ecologia del Dipartimento di Scienze dell’Ambiente e della Prevenzione dell’Università di Ferrara*, pubblicato sulla rivista Science of The Total Environment, si rileva che le vongole veraci allevate nella Sacca di Goro possono immagazzinare fino a 254 grammi di CO2 per chilo di prodotto, a fronte di circa 22 grammi emessi per l’allevamento, con una differenza netta di 232 grammi. Per i mitili, lo stesso studio ha evidenziato che i gusci “mangiano” circa 146 grammi di CO2 per chilo di prodotto a fronte di 55 grammi emessi per l’allevamento, con una differenza di 91 grammi per chilo.

Questi dati suggeriscono che, sebbene il meccanismo non sia un assorbimento diretto e netto di CO2, gli allevamenti di molluschi possono comunque avere un bilancio del carbonio negativo. Questo significa che la CO2 sottratta (anche se da forme disciolte nell’acqua) è superiore a quella prodotta durante il ciclo di allevamento. Inoltre, la mitilicoltura contribuisce ad una serie di meccanismi biochimici che, nel loro insieme, migliorano la capacità del mare di assorbire e immagazzinare il carbonio, favorendo, ad esempio, la crescita di fitoplancton ed alghe che sono a loro volta attivi assorbitori di CO2.

In conclusione, l’attività complessiva delle molluschicolture, anche in ampie aree estensive, può contribuire significativamente ad una riduzione del carbonio nell’ecosistema, specialmente quando i gusci vengono rimossi dall’ambiente marino, come avviene comunemente per cozze e vongole allevate per il commercio. È importante considerare che il ruolo dei mitili nell’assorbimento di COnon è paragonabile a quello delle foreste o di altri “pozzi di carbonio” terrestri, strutture cioè dove il carbonio rimane intrappolato per periodi lunghi, ma può comunque avere un impatto locale rilevante e contribuire efficacemente alla gestione del carbonio negli ecosistemi acquatici.

Maurizio Dell’Agnello


Nota

* Tamburini E., Turolla E., Lanzoni M., Moore D., Castaldelli G., Manila clam and Mediterranean mussel aquaculture is sustainable and a net carbon sink, in Science of The Total Environment, 2022.


In foto: le “cozze toscane” allevate nel Golfo di Follonica dalla Società Cooperativa Venere.




Le specie di ostriche si differenziano principalmente per forma (piatte o concave), origine (Europa, Pacifico), caratteristiche della conchiglia (liscia, striata, spessa) e sapore (delicato, salmastro, metallico), con le principali varietà commerciali che includono la Ostrea edulis, pregiata, e la Crassostrea gigas, più resistente e diffusa. Le differenze riguardano il gusto, la consistenza della carne e il metodo di allevamento, che avviene spesso in clairs (bacini) per le varietà francesi come le Marennes Oléron.


Principali differenze tra specie

  • Ostrea edulis (ostrica piatta europea):
  • forma: piatta, tondeggiante, con valva superiore quasi circolare;
  • sapore: più morbido, delicato, ricercato;
  • caratteristiche: crescita lenta, preziosa, allevata in Europa (Bretagna, Irlanda).


  • Crassostrea gigas (Ostrica del Pacifico):
  • forma: concava, a coppa, con guscio spesso e increspato, più profondo e irregolare delle piatte;
  • sapore: più forte, salmastro, deciso;
  • caratteristiche: molto resistente, dominante nel mercato globale, originaria dell’Asia.


  • Altre varietà:
  • Portoghese (Magallana angulata): concava, simile alla Gigas ma con forma leggermente triangolare e guscio rugoso, diffusa in Spagna e Portogallo;
  • Kumamoto (Magallana sikamea): dal Pacifico, più piccola della Gigas, sapore dolce e burroso;
  • Marennes Oléron: piatte, classificate in base all’affinamento in clairs, con varianti “verdi” per l’alga Navicula.




La molluschicoltura come “pozzo blu” di carbonio

Un recente dibattito scientifico ha acceso l’attenzione sul contributo che la mitilicoltura — e, in genere, tutte le molluschicolture —, avrebbero nel processo di assorbimento e riduzione della CO2. Il campo di studio è complesso e in continua evoluzione. Tradizionalmente si pensava che i molluschi, costruendo le loro conchiglie di carbonato di calcio (CaCO3), “sequestrassero” CO2 all’ambiente, avendo quindi un ruolo cruciale nel ciclo del carbonio. Studi più recenti sul processo di biomineralizzazione hanno tuttavia evidenziato che il carbonio contenuto nei gusci proviene principalmente da ioni di carbonato o bicarbonato già presenti nell’acqua marina che si uniscono al calcio. L’incorporazione di questi ioni nei gusci non comporta, quindi, una cattura diretta di CO2 dall’atmosfera, ma indiretta, perché trasformata prima in ioni carbonato. Si deve poi anche considerare che, in ambiente acido, il processo di calcificazione (formazione della conchiglia) può, al contrario, rilasciare CO2 nell’acqua e quindi, in quel caso, il bilancio della cattura della CO2 potrebbe essere minore (in foto, Schematizzazione del processo di acidificazione degli oceani a opera dell’acido carbonico, fonte: biologiawiki.it).




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