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Attualità 

Il naufragio della pesca italiana

of Dessì M. A.


Regolamenti, algoritmi e incentivi alla dismissione: sono questi elementi che potrebbero segnare il definitivo declino delle nostre marinerie. La direzione era presa da tempo ma ora ci si è messa anche l’entrata in vigore del Regolamento (UE) 2023/2842 che introduce una nuova stagione di controlli e l’obbligo del giornale di bordo elettronico (ERS) a segmenti di flotta che erano stati sinora risparmiati. Un nuovo adempimento accolto dagli operatori della piccola pesca come un vero e proprio atto di ostilità.

Molti pescatori faticano ad approcciarsi ad interfacce digitali complesse mentre operano in mare aperto. I nuovi sistemi di monitoraggio elettronico remoto (CCTV), ovvero telecamere a bordo, vengono considerati come un’invasione della privacy, ma, soprattutto, come un atto di sfiducia verso la categoria, la cui risposta sta divenendo sempre più frequentemente l’abbandono delle reti e, sul breve e medio termine, lo smantellamento della flotta peschereccia nazionale.

In tanti ritengono che quest’ultimo provvedimento segni un punto di non ritorno. Perché, quello che una volta era un mestiere tramandato di padre in figlio, fatto di un sapere condiviso nell’esperienza, anche in famiglia o nella comunità, oggi si è trasformato in un ginepraio burocratico in cui controlli e adempimenti hanno la meglio sull’operatività quotidiana e il tempo dedicato, anche in mare, a compilare registri digitali, rischia di superare quello della cala delle reti.

Per un pescatore artigianale che opera su un natante di 12 metri, spesso in solitaria o con un solo marinaio, l’obbligo di interfacciarsi con software complessi a cui non è avvezzo non è solo un intralcio ma può, addirittura, rappresentare un rischio in termini di sicurezza, perché costringe a distogliere l’attenzione dai motori, proprio mentre si eseguono manovre delicate.

Eppure un errore di digitazione o un ritardo nella trasmissione dei dati, magari dovuto ad una zona d’ombra nella copertura del segnale, si traduce immediatamente in sanzioni pesantissime. È l’era del monitoraggio da remoto, che per le imbarcazioni sopra i 18 metri (e in prospettiva anche per quelle più piccole) si spinge fino all’installazione di telecamere a circuito chiuso per sorvegliare l’obbligo di sbarco.

La sensazione diffusa sulle banchine è quella di essere trattati come sorvegliati speciali, sospettati a priori pregiudizialmente di frode ambientale e non solo. Si lavora dunque sotto l’occhio vigile di un Grande Fratello che ignora le dinamiche fisiche e umane del lavoro in mare. Si è costretti ad osservare pedissequamente regole scritte da chi in mare non c’è mai stato e non ha idea di come funzionino le cose sul fronte pratico.

In questo clima di tolleranza dell’accerchiamento normativo, in un contesto in cui quello del pescatore non è più da tempo un mestiere appetibile per molte ragioni, l’Unione Europea, in nome della sostenibilità, introduce l’incentivo all’arresto definitivo. Uno strumento per ridurre lo sforzo di pesca, tanto drastico quanto irrinunciabile, ma che dichiara a chiare lettere un paradosso: si viene pagati per sparire definitivamente. Si tratta di una delle misure finanziate dal fondo FEAMPA. Ma come dare torto a chi decide di aderire a questo incentivo? Per un armatore stanco di lottare contro costi del gasolio alle stelle, mancanza cronica di personale, controlli estenuanti e infinita burocrazia, l’offerta di un indennizzo che può arrivare fino a 500.000 euro è una tentazione a cui è difficile resistere. Ma, soprattutto, potrebbe essere un’occasione irripetibile. Sul fronte pratico nessun dubbio: la cifra è ragguardevole, sebbene rappresenti il “prezzo di liquidazione” di un’azienda magari familiare e di una licenza che non tornerà mai più. Una volta demolito il natante, quel posto di lavoro e quella produzione locale sono persi per sempre.

Quelli che vengono presentati come “incentivi alla sostenibilità” sono in realtà i costi delle esequie di un settore e di intere comunità, oltre che di intere famiglie. Un danno che non è solo economico, ma anche sociale, culturale e identitario. Ogni peschereccio che viene ridotto ad un ammasso di lamiere in un cantiere di rottamazione è un’azienda che chiude, una licenza che scompare e una famiglia che abbandona la propria storia.

Ma, più di ogni altra cosa, è l’impatto sociale di una tale politica ad essere devastante, specialmente nei piccoli borghi marinari. Questi comuni non sono solo destinazioni turistiche, ma centri economici e antropici la cui identità è simbioticamente legata alla pesca.

Quando le barche spariscono dai porti, l’intero tessuto sociale ed economico della località e dei dintorni si sfalda, perdendo la sua natura più autentica. Chiudono tutte le attività dell’indotto, dalle officine motoristiche specializzate ai produttori di reti, dalle pescherie locali ai piccoli mercati all’asta. E molto altro ancora. Si perde quel “saper fare” tradizionale che non è scritto in nessun manuale e che, una volta interrotto il passaggio generazionale, svanisce per sempre.

Il borgo marinaro si trasforma in una cartolina svuotata, che vive di un glorioso passato, ormai tramontato. Diviene, nel migliore dei casi, un museo a cielo aperto per turisti, dove però il pesce servito nei ristoranti non proviene più dalla barca ormeggiata sotto la finestra, ma da celle frigorifere dove magari regna il surgelato. Una contraddizione senza pari, oltre che un fenomeno illogico, se si pensa a come si è generato.

Ogni gesto, ogni norma, ogni provvedimento è doloroso ma portato avanti con pervicacia in nome della sostenibilità, anche quando è chiaro che gli effetti saranno irreversibili e disastrosi. Un fine che — sebbene apertamente sbandierato — insinua il dubbio: qual è la reale utilità ambientale di questo sacrificio? Il depauperamento dei fondali è sotto gli occhi di tutti e la necessità di limitare globalmente lo sforzo di pesca è evidente.

Ma la tutela degli stock ittici in questi termini appare più come un suicidio assistito della sola flotta europea che un aiuto concreto ai fondali. In sostanza, uno dei tanti esercizi di autolesionismo geopolitico a cui siamo ormai abituati. Il Mediterraneo è infatti un bacino comune, ma le regole non lo sono affatto.

Mentre l’Italia rottama, impone maglie larghe alle reti e rispetta rigorosi fermi pesca, a poche miglia di distanza le flotte del Nord Africa, della Turchia o dell’Egitto operano in regime di sostanziale libertà. Questi Paesi non sono soggetti ai regolamenti di Bruxelles, non devono installare telecamere a bordo e non percepiscono indennizzi per stare in banchina. Il risultato è un grottesco spostamento della pressione biologica: quello che i pescatori italiani lasciano in mare per etica ambientale viene copiosamente prelevato dai pescherecci extra-UE, spesso con metodi che proprio l’Europa condanna fermamente, giudicandoli predatori e inaccettabili.

Stesso discorso vale per gli oceani. I mari non hanno confini e una politica così castrante ha senso se viene attuata universalmente e non in alcuni spazi marginali del globo terrestre.

Negli uffici lontani migliaia di chilometri dai porti si disegna a tavolino il destino di intere comunità. La sostenibilità diviene l’alibi per ogni scelta, ma la logica vacilla drasticamente su scala globale e gli interrogativi restano senza risposta: che senso ha imporre restrizioni draconiane ai pescherecci europei se, anche a poche miglia di distanza, le flotte di altri Paesi continuano a pescare senza i medesimi limiti?

Il risultato è presto detto: il pesce che ci è precluso a tutela dell’ambiente viene prelevato da altri, che, paradossalmente, operano con standard tutt’altro che rigorosi. E oltre al danno la beffa: quello stesso pesce a cui noi Europei rinunciamo in nome della tutela dell’ambiente viene poi rivenduto nei nostri stessi mercati. Uno squilibrio, quest’ultimo, che, oltre ad essere inconcepibile nel suo perverso processo, genera un corto circuito nel mercato alimentare.

La domanda di pesce in Italia resta altissima, perché si tratta di un prodotto fondamentale per la nostra dieta quotidiana, ma l’offerta locale crolla e il prezzo sale alle stelle, impossibile da sostenere per la famiglia media. Per colmare il vuoto si è costretti ad un’importazione massiccia che solleva enormi interrogativi sulla sicurezza alimentare e sulla qualità.

Sui nostri banchi arriva pesce che ha viaggiato per metà del globo, con un’impronta di carbonio enorme, talvolta trattato con conservanti per resistere a filiere logistiche lunghissime. È l’ipocrisia servita a tavola: vogliamo mari protetti e processi trasparenti in Europa, ma non esitiamo a nutrirci con pesce pescato o allevato in condizioni opache altrove. In definitiva, la politica della rottamazione e dei controlli opprimenti sta ottenendo un risultato pericoloso: la perdita della sovranità alimentare marittima. Un Paese con 8.000 chilometri di coste che decide di pagare i propri pescatori per sparire è un Paese che rinuncia a gestire la propria risorsa più grande.

Senza una vera diplomazia del mare che imponga regole comuni a tutto il bacino del Mediterraneo (e non solo), la fine della pesca italiana non servirà a salvare i pesci, ma solo a consegnare il nostro mercato e le nostre tavole a operatori stranieri che non hanno regole. Il rischio è che, tra qualche anno, l’unica traccia rimasta della nostra gloriosa tradizione marinara sia qualche vecchia rete appesa per decorazione nei ristoranti del porto, mentre in cucina si sfiletta un prodotto congelato arrivato da lontano.

Maria Antonietta Dessì



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