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Progetto RightFish, quando la rete a strascico impatta meno

of Martino I. – Notti E.


Il progetto RightFish in due parole

RightFish è un progetto europeo finanziato dal Programma ERA-NET BlueBio che mette insieme ricerca e industria per un obiettivo molto concreto: progettare attrezzi da traino che consumino meno gasolio, disturbino meno il fondale e continuino a garantire pescato e reddito alle flotte commerciali. Nel consorzio troviamo DTU Aqua (Danimarca, coordinatore), il CNR-IRBIM di Ancona, il centro di ricerca norvegese SINTEF Ocean e l’azienda islandese Hampiðjan, specializzata nella progettazione di reti da traino. Il progetto lavora su due casi studio reali — uno in Mediterraneo e uno nel Nord Europa — e sui relativi impatti ambientali ed economici. Per il caso studio in Mediterraneo (WP4), il CNR-IRBIM ha coinvolto un peschereccio già impegnato su fondali dell’Adriatico.


Prima di pescare, si misura: il “tagliando energetico”

Prima di effettuare i test, il peschereccio è stato sottoposto a una sorta di “tagliando energetico” in mare, noto come lift test. In pratica, la barca ha navigato a diverse velocità, su una stessa rotta e in entrambe le direzioni, mentre a bordo un sistema di misura registrava in continuo il consumo di carburante, la posizione GPS, la velocità e la rotta. Questa fase serve a capire quanto gasolio viene utilizzato solo per spingere lo scafo, senza rete. Una volta nota questa quota, è possibile stimare con buona precisione quanta parte del consumo è dovuta invece al traino dell’attrezzo: è proprio lì che interviene il progetto, cercando di ridurre il drag della rete.


Stessa barca, stesso mare: quando è l’attrezzo a fare la differenza

Il cuore del WP4 è il confronto tra due strascichi demersali: quello tradizionalmente usato dal peschereccio e un nuovo attrezzo sperimentale progettato da Hampiðjan sulla base dei risultati di prove in flume tank e delle indicazioni degli altri work package del progetto. La nuova rete è pensata per lavorare sugli stessi fondali e sugli stessi stock bersaglio, ma con alcune differenze chiave nella geometria:

  • un corpo di rete di forma diversa, maggiormente efficiente sotto il profilo idrodinamico;
  • un tipo di materiale più leggero e resistente, per ridurre la resistenza all’avanzamento della rete trainata;
  • componenti ottimizzati per diminuire l’impatto fisico dell’attrezzo da pesca col fondo

Per verificare se tutto questo funziona davvero, sono state organizzate 5 giornate in mare al largo di Civitanova Marche, Macerata, alternando i due attrezzi sulle stesse batimetrie e negli stessi fondali, in modo da ridurre al minimo le differenze dovute a condizioni ambientali o alla distribuzione del pesce.


Sensori e strumenti

Durante ogni cala è stata messa in campo una vera e propria “cabina di regia” dei dati. A bordo erano installati:

  • un sistema per il monitoraggio del consumo di carburante del motore principale;
  • sensori per la geometria della rete (apertura orizzontale e verticale);
  • celle di carico per misurare la tensione sui cavi di traino;
  • GPS per posizione, velocità e rotta;
  • strumenti per la pesatura e misurazione del pescato e la registrazione della composizione specifica delle catture. Per ogni calata venivano annotati ora e coordinate di inizio e fine, misure del consumo di carburante e di apertura della rete durante il traino, oltre al peso totale e alle quantità delle principali specie commerciali.


Meno resistenza, meno gasolio

I risultati preliminari confermano quanto ci si aspettava dai test in flume tank: la rete sperimentale apre di più in orizzontale e un po’ meno in verticale rispetto a quella tradizionale. Questa diversa geometria si traduce in una riduzione importante della resistenza al traino: il drag idrodinamico diminuisce di circa il 27% rispetto all’attrezzo di riferimento, con una conseguente diminuzione del consumo di carburante durante il traino nell’ordine di un 15% circa e una riduzione delle emissioni di CO2 stimata in circa 25 kg per ogni ora di operatività del peschereccio. In altre parole, per fare lo stesso lavoro — una cala alla stessa velocità e nello stesso punto di mare — il motore chiede meno gasolio. Per l’armatore e l’equipaggio, questo significa meno costo vivo a ogni uscita; per l’ambiente, un contributo concreto al taglio delle emissioni legate alla pesca a strascico.


Sul fondo… con più delicatezza

Ridurre consumi e resistenza è utile a patto che le modifiche all’attrezzo da pesca non determinino perdite di cattura e quindi di redditività. Per questo, una parte centrale del lavoro del WP4 riguarda l’analisi delle catture. Le elaborazioni mostrano che la rete sperimentale mantiene catture soddisfacenti delle principali specie commerciali demersali, senza perdite marcate nelle specie chiave per il valore dell’uscita. Allo stesso tempo, sembra arare un po’ meno il fondo: diminuiscono, ad esempio, alcuni gasteropodi bentonici, mentre aumentano specie pelagiche o semipelagiche. È un segnale interessante: una rete che sia meno impattante sul sedimento potrebbe aiutare a ridurre l’impatto su habitat sensibili e organismi bentonici, senza rinunciare alla resa commerciale. Le analisi dettagliate su taglie, specie e valore economico sono ancora in corso, ma la direzione sembra promettente.


Dal caso studio al futuro della flotta

Quello che succede a bordo di questo peschereccio adriatico è solo un tassello del quadro RightFish. I dati raccolti nel WP4 alimenteranno le analisi ambientali ed economiche del progetto - insieme al caso studio nordico - per quantificare il risparmio di carburante per chilo di pesce, la riduzione di impronta carbonica e il minor disturbo del fondale, ma anche per valutare costi, benefici e possibili opportunità di mercato legate all’uso di attrezzi “a basso impatto”. L’obiettivo finale è fornire a armatori, costruttori di reti e decisori strumenti concreti — linee guida, criteri di progettazione, possibili schemi di valorizzazione del pescato — che aiutino la flotta a fare il passo verso traini più leggeri, per il mare e per chi ci lavora ogni giorno.

Ilaria Martino

Emilio Notti 

Istituto per le Risorse Biologiche e Biotecnologie

Marine CNR – IRBIM

Sede di Ancona


>> Link: irbim.cnr.it




Flume tank, il banco prova delle nuove reti


Prima di arrivare a bordo, molte reti passano dal flume tank. È una grande vasca a corrente controllata, l’equivalente in acqua della galleria del vento. Qui si provano in scala ridotta reti, divergenti e altri componenti dell’attrezzo, facendo scorrere l’acqua a velocità simili a quelle del traino in mare. Telecamere e sensori permettono di osservare come cambia l’apertura della rete e di misurare le forze di resistenza all’avanzamento. In questo modo si possono confrontare diverse soluzioni (maglie, pannelli, distribuzione dei pesi) e scegliere quelle che offrono la stessa capacità di pesca con minore drag e minore consumo di carburante. Nel progetto RightFish, il flume tank è stato il passaggio intermedio tra il tavolo di progettazione e le prove in mare: ciò che “funziona” in vasca viene poi costruito in scala reale e testato a bordo dei pescherecci coinvolti.




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