La ricerca condotta dall’Associazione Nazionale Oceani e Atmosfera (NOAA, fonte: research.noaa.gov/article/ArtMID/587/ArticleID/2581/Dungeness-crab-showing-impact-of-coastal-acidification) non lascia adito a dubbi: l’acidificazione dei mari come conseguenza diretta dell’aumento della CO2 in atmosfera mette a rischio, tra l’altro, anche la sopravvivenza stessa del granchio del Pacifico, o granciporro del Pacifico (Metacarcinus magister), perché in questo mare l’acidità dell’acqua è tale da riuscire a dissolvere la corazza degli esemplari più giovani che, di conseguenza, non riescono a riprodursi.
L’acidità dell’acqua è purtroppo una costante dei mari di tutto il mondo che assorbono circa il 30% dell’anidride carbonica presente in atmosfera, il che ne fa di conseguenza aumentare il grado di acidità. All’aumento della CO2 in atmosfera corrisponde infatti un aumento della CO2 dissolta in acqua e quindi una diminuzione del pH. Nell’Oceano Pacifico la percentuale riscontrata è ancora maggiore. Ne risentono soprattutto gli animali che utilizzano il carbonato di calcio normalmente dissolto nei mari per sviluppare gusci e conchiglie, dalle ostriche al plancton che è fondamentale per il nutrimento di tante specie. Gli ioni di carbonato, ciò che viene utilizzato da questi animali per far crescere il proprio guscio, sono più scarsi in acque acide e quindi è più difficile costruire gusci solidi e resistenti. I modelli climatici avevano già considerato un così disastroso evento che però si sta sviluppando in modo molto più veloce del previsto. Anche se l’attenzione a questi fenomeni è adesso assai aumentata, non sembra tuttavia possibile mettervi riparo ma soltanto constatare i danni presenti e presumibilmente futuri causati dalle attività umane che hanno stravolto gli habitat marini rendendoli inospitali a loro abitatori.
Il granciporro del Pacifico è una delle vittime più illustri di questo processo di acidificazione e non solo per il danneggiamento al guscio ma anche per quello agli organi sensoriali.
I ricercatori del NOAA avevano raccolto già nel 2016 alcuni granchi di Dungeness (altro nome con cui essi sono conosciuti, Dungeness crab) e li avevano esaminati al microscopio elettronico: alcuni esemplari mostravano danni al guscio, mentre altri avevano perso la peluria che ricopre i gusci e che li aiuta ad orientarsi in acqua. I granchi con la corazza dissolta inoltre erano di minori dimensioni rispetto alla norma a causa del dispendio energetico, necessario la riparazione delle fratture del guscio, che arresta la crescita. Il danno è enorme, dunque, ma non soltanto per quanto riguarda l’ambiente naturale e la fauna che lo popola. La conseguenza negativa immediata è di natura economica perché la pesca del granciporro, presente in tutto l’Oceano Pacifico settentrionale e in particolare in Alaska, Russia e Norvegia, costituisce la spina dorsale dell’intero commercio ittico del nord ovest di questo mare.
Con il termine Granciporro del Pacifico ci si riferisce principalmente al granciporro Dungeness (commercializzato di solito tra gli 800 e i 1500 grammi), considerato una specie pregiata e molto apprezzato per la carne dolce, tenera e saporita, versatile in cucina sia per piatti caldi che freddi (primi, secondi, insalate). La carne viene spesso estratta per essere consumata da sola, con burro fuso o maionese. Lo si vende anche precotto, pronto da mangiare; basta cuocerlo a vapore, rosolarlo, arrostirlo o grigliarlo per 4 minuti. È evidente che la perdita commerciale, soprattutto nei Paesi che si affacciano sul Pacifico, può essere notevole.
Nunzia Manicardi
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