Il Patto per gli Oceani è un’iniziativa aperta e collaborativa che coinvolge governi, aziende, ONG, istituti di ricerca, università e cittadini. Tutti siamo invitati ad impegnarci in azioni concrete e misurabili, per raggiungere gli obiettivi principali: ripristinare la biodiversità acquatica, eliminare l’inquinamento da plastica, i nutrienti e le sostanze tossiche, raggiungere la neutralità climatica nei settori marini e fluviale e coinvolgere i cittadini attraverso la scienza partecipativa, l’educazione e l’innovazione.
L’acquacoltura europea, che oggi rappresenta circa il 20% della produzione ittica dell’UE, è chiamata a riconvertirsi in chiave ecologica nel quadro del Patto, che promuove infatti modelli di produzione più sostenibili e integrati nel territorio, come l’acquacoltura multitrofica (che combina specie diverse per creare un ciclo chiuso di nutrienti) o la coltivazione di alghe e molluschi, capaci di assorbire CO2 e migliorare la qualità dell’acqua.
Con questo Patto la Commissione europea riconosce l’acquacoltura come un settore strategico per la sicurezza alimentare e la decarbonizzazione.
Attraverso la missione Oceani, l’UE sostiene progetti pilota e finanziamenti specifici per rendere le aziende acquicole più resilienti e responsabili, favorendo la transizione verso pratiche ad impatto zero, l’adozione di tecnologie digitali per il monitoraggio ambientale e la riduzione dell’uso di plastica e mangimi poco sostenibili.
La Federazione Europea di Produttori d’Acquacoltura (FEAP) apprezza il riconoscimento del ruolo dell’acquacoltura nel Patto degli Oceani ma, nonostante ciò, non comprende l’esclusione dell’allevamento in acqua dolce di trote, storioni, caviale e carpe. Secondo la FEAP l’acquacoltura continentale ha infatti un ruolo essenziale nella sicurezza alimentare, nell’impegno per investimenti e nella promozione della dieta aquatic food. Un’esclusione che sembra più significativa nel contesto italiano, dove si producono ogni anno più di 30.000 tonnellate di pesci dolceacquicoli.
Questa “omissione evidente”, come è stata denominata della FEAP, dimostra un framework politico e normativo “inadatto”. Si è infatti dichiarato che l’acquacoltura d’acqua dolce ha un peso rilevante nella sicurezza alimentare, ma il Patto la ignora, concentrandosi solo su settori a “basso trofismo”.
Altra critica della Federazione è la mancanza d’una politica comune dell’acquacoltura, distinta dalla Common Fisheries Policy, su misura per le peculiarità del settore (licenze, burocrazia, governance). Il Patto invece non la menziona.
Comunque il Patto per gli Oceani dell’UE è molto più di un documento: è una visione condivisa per un futuro in cui le acque d’Europa siano sane, resilienti e produttive. L’acquacoltura, se riformata in chiave ecologica, può essere parte attiva di questa trasformazione. Il 2030 è vicino: per raggiungere l’obiettivo, serve un impegno collettivo, coraggioso e lungimirante. Perché proteggere le acque è proteggere la vita!
Alejandro Güelfo
Editore di misPeces.com
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