I pescatori sono sempre stati l’anima e il cuore di Cittanova, cittadina dell’Istria nord-occidentale, Croazia. I loro pescherecci sono ormeggiati nel porto del Mandracchio (Mandrač), mentre loro si ritrovano sul lungomare intenti a rammendare le reti con le mani irrigidite dal vento e dal sale o in qualche bar vicino a sorseggiare una birra prima di partire per il mare. Spesso si esprimono in un vocabolario caratteristico, dalle cadenze venete, soprattutto quando discutono tra loro su dove gettare le reti, quando alzarle o lamentandosi dello scarso pescato. I pescatori appartengono ad un altro universo, che si regge ancora sui cicli della natura, sui venti, sul carattere volubile dei pesci. Un universo che si caratterizza per l’incertezza e le sfide che si devono affrontare ogni giorno.
Lo sviluppo decisivo della pesca si ha all’inizio del ‘900. Nel 1911 Cittanova conta 123 pescatori e 51 imbarcazioni che si dedicano alla pesca di sardine, tonni e acciughe. Al termine della Prima guerra mondiale la sardina diventa la base della pesca cittanovese e nel 1922 viene istituita la prima cooperativa di pescatori.
Negli anni Quaranta, al termine del periodo bellico, la flotta si amplia grazie all’adozione di nuove tecniche e all’acquisizione di aree di pesca di acciughe e sgombri, tanto da portare all’inaugurazione di uno stabilimento per la produzione di pesce in scatola. È proprio alla fine degli anni ‘50 quando si introducono nel porto di Cittanova le barche da circuizione.
Ai giorni nostri sono 30 i professionisti registrati che svolgono l’attività di pesca. La flotta da pesca si compone di pescherecci da traino che pescano molluschi e moscardini. Le capesante sono diventate il simbolo della cittadina. Un piccolo numero di imbarcazioni con reti da posta provvede alla pesca di sogliole, rana pescatrice e San Pietro.
Uno dei decani tra i pescatori è Silvio Simonić, pescatore da 62 anni. «Ho iniziato a frequentare il mare e fare il pescatore a 14 anni e sin dal principio pescavo alla lampara, nella caccia ad arpione di notte. Fino al 1993 la pesca era con la batana, adatta per fondali poco profondi e gli scogli. La fiocina misurava anche 12 metri e si ingaggiava un duello con il pesce: uno contro uno».
Racconta di una pesca d’altri tempi senza radar, senza mappa, persino con la nebbia e arriva all’oggi. «La pesca con ramponi e a strascico l’abbiamo imparata dai chioggiotti e sono diventate il fiore all’occhiello della nostra comunità: portano capesante e canestrelli, due prelibati molluschi di cui andiamo fieri».
La società di Cittanova ha sempre contemplato la figura del contadino-pescatore. Alessandro Goitan è uno di questi. «Le capesante sono una delle catture più importanti: sono presenti tutto l’anno anche se il periodo tra aprile e giugno è considerato il più proficuo». In questo frangente la dimensione risulta ragguardevole, tanto che ne bastano cinque per raggiungere il chilogrammo di peso.
Nel mare antistante Cittanova tra la fine della primavera e l’inizio dell’estate si può fare incetta anche di ostriche e scorfani. «Purtroppo, quando il turismo è vivace, tra giugno e settembre, la pesca è assai avara di orate, sogliole e branzini, che i visitatori richiederebbero in maggior quantità. Poi da settembre caliamo le reti a circuizione anche quattro volte a notte per catturare orate, salpe e saraghi. Di giorno possiamo dedicarci alla terra, agli ulivi e alle viti in particolare». Così che si tramanda la leggenda dei contadini-pescatori che si può ammirare anche presso il Centro visitatori della cittadina, al Museo della pesca.
Riccardo Lagorio
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