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Pesce d'acqua dolce

Al di là del mare: la pesca dimenticata che nutre il mondo

of Redazione


Quando si parla di pesce, il pensiero corre subito al mare. Non a torto: mari e oceani restano essenziali per l’alimentazione globale e, solo nel 2023, hanno fornito quasi 80 milioni di tonnellate di pesce di cattura. Ma c’è un’altra fonte di cibo altrettanto importante, e spesso dimenticata: la pesca in acque dolci. Nel 2023, la pesca in fiumi, laghi e bacini ha generato 12 milioni di tonnellate di animali acquatici, per lo più pesce, pari al 13% del pescato di cattura totale a livello mondiale. Ancora più sorprendente è che questo risultato sia ottenuto utilizzando meno dell’1% delle risorse d’acqua dolce del pianeta. Un’efficienza notevole, che fa della pesca continentale una risorsa preziosa per affrontare fame e malnutrizione in maniera sostenibile. Africa e Asia, dove si concentra oltre il 93% del pescato di cattura d’acqua dolce, sono i principali protagonisti di questo settore. Circa 1/5 della produzione di acqua dolce proviene da Paesi a basso reddito e con deficit alimentare, dove il pesce rappresenta spesso l’unica fonte accessibile di proteine animali.


Nutrire e sostenere: il valore sociale della pesca da cattura d’acqua dolce

In molte regioni dell’Africa e dell’Asia, soprattutto nei paesi senza accesso al mare come Ciad, Malawi, Mali, Uganda o Zambia, la pesca in acque interne rappresenta una delle poche fonti disponibili di proteine animali. Non si tratta solo di cibo: queste specie ittiche forniscono anche micronutrienti essenziali come calcio, ferro, Omega-3, vitamina A, selenio e zinco che sono fondamentali per la salute, in particolare dei bambini nei primi anni di vita. I pesci di piccola taglia, come la sardina del lago Vittoria (Rastrineobola argentea), spesso tra le specie più pescate in acqua dolce, consumati interi, garantiscono un apporto nutrizionale completo grazie anche ad ossa ed organi interni.

Il ruolo della pesca da cattura di acqua dolce, però, va oltre l’alimentazione. Il 99% delle attività avviene su piccola scala, trattandosi di pesca artigianale, ed è spesso legato all’autosussistenza. In molti casi rappresenta un’integrazione al reddito agricolo o un’attività economica stagionale, capace di offrire sicurezza nei momenti di crisi. In Laos, ad esempio, il 17% della popolazione partecipa attivamente alla pesca di autosussistenza, mentre in Tanzania la distribuzione del lavoro nella filiera ittica segue linee di genere ben marcate, con le donne protagoniste nella raccolta, nella trasformazione e commercializzazione del pescato. A livello globale, nel settore della piccola pesca le donne rappresentano quasi il 40 % delle persone attive nel settore, anche se sono generalmente non rappresentate nella gestione delle risorse e nelle decisioni politiche.


Ripensare la gestione di una risorsa sotto pressione

Nonostante il loro valore, le risorse ittiche d’acqua dolce sono sotto una pressione crescente. In molte aree, la pesca continentale avviene in assenza di un’effettiva gestione, e le risorse ittiche sono minacciate da pratiche non sostenibili, inquinamento e conflitti d’uso dei bacini in cui esse vivono. Agricoltura, silvicoltura, industria, miniere e centrali idroelettriche incidono profondamente sulla salute degli ecosistemi acquatici, frammentando gli habitat, alterando i corsi d’acqua e contaminando le risorse idriche.

«Uno dei problemi principali è la mancanza di coordinamento tra i settori che condividono o influenzano l’uso dell’acqua dolce» afferma Valerio Crespi, esperto di pesca d’acqua dolce dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per la Alimentazione e l’Agricoltura (FAO). «Ma non solo: le decisioni su come utilizzare e gestire i bacini idrografici vengono spesso prese senza considerare le esigenze e le conoscenze delle comunità di pescatori. Questa esclusione ha conseguenze dirette non solo sugli ecosistemi, ma anche sulla sicurezza alimentare e sui mezzi di sussistenza di milioni di persone», continua Valerio.

Per affrontare queste sfide, la FAO promuove un’integrazione più profonda della pesca d’acqua dolce nelle politiche di gestione delle risorse idriche. Insieme a partner di settore e ad organismi regionali — come le commissioni regionali di pesca che si occupano specificamente della gestione della pesca in acque interne e le autorità di bacino — l’organizzazione sta sviluppando strumenti e approcci ecosistemici e multisettoriali che permettano di analizzare in modo coordinato esaustivo le sfide, le priorità e le possibili soluzioni a livello di bacino. L’obiettivo è duplice: tutelare la salute degli ecosistemi d’acqua dolce e rafforzare la resilienza economica e sociale delle comunità che da essi dipendono.

Un approccio integrato e collaborativo che punti a costruire alleanze solide tra settori, territori e livelli decisionali, con l’ambizione di dare alla pesca continentale il riconoscimento che merita nei sistemi alimentari globali. «Integrare la pesca nelle strategie territoriali significa riconoscerne il suo ruolo chiave nei sistemi alimentari, garantire una distribuzione più equa delle risorse naturali e dare voce alle comunità che vivono di pesca», dice Vera Agostini, vicedirettrice della Divisione di pesca ed acquacoltura della FAO. «In Asia e in Africa, dove gran parte della popolazione è giovane e in aumento, il potenziale della pesca continentale è enorme; valorizzarlo significa investire in un futuro più sostenibile, nel quale nutrizione, sostenibilità ambientale, sociale ed economica camminano insieme».

Una visione che riassume bene la sfida dei prossimi anni: garantire che la pesca da cattura d’acqua dolce, spesso dimenticata, sia riconosciuta come parte integrante dei sistemi alimentari globali e delle strategie per un pianeta più equo sano e resiliente.

Fonte: FAO



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