Fino a un certo punto a proteggere i pastori della Puglia, dellAbruzzo e del Molise ci pensò Ercole, il semidio greco che era giunto in Italia attraverso la Magna Grecia assumendo su di sé lincarico di tutelare le greggi alle quali garantiva il diritto di passo lungo i tratturi, le ampie (fino a 111 metri) e lunghissime arterie verdi della transumanza, percorse da tempo immemorabile nel viaggio verso e dal tavoliere delle Puglie.
Attraverso queste vie (quattro le principali, oltre a una lunghissima serie di tratti secondari e di raccordo) i pastori arrivavano nei pascoli pugliesi che avevano affittato per non meno di otto mesi, da settembre/ottobre fino a maggio. Doveva essere una vita durissima, la loro: per quanto potessero essere integrati con le popolazioni locali, se non altro per le periodiche frequentazioni, pure erano dei forestieri. Ma altrettanto forestieri diventavano per i propri stessi familiari, una volta tornati a casa dopo intervalli di tempo così lunghi e ripetuti per tutta una vita.
Cera bisogno di un dio, per proteggere non solo le loro greggi, ma anche la loro identità così crudamente messa alla prova. I tratturi erano, infatti, disseminati di grotte e di ripari naturali, dove i pastori sostavano sia per riposare che per praticare il culto del loro dio, quellErcole dei Marsi, dei Sanniti, dei Frentani e degli Equi, che era andato a sovrapporsi ad una più antica divinità italica agro-pastorale, conservandone la medesima connotazione e per questo finendo per associarsi anche alle acque sorgive, alle pietre, alle grotte e agli antri.
Ma Ercole, a sua volta, aveva spodestato altri dei ancora più antichi. Dee, per la precisione.
Le Grandi Dee Madri alle quali, fin dal Neolitico e probabilmente anche prima, era connessa lidea, forse larchetipo, della grotta-grembo, metafora del grembo materno, rappresentazione di un luogo intermediario fra il mondo naturale e quello sovrannaturale, che fu poi anche accolta nelluniverso simbolico cristiano attraverso la nascita di Gesù nella grotta di Betlemme.
Era inevitabile che — con la diffusione di questultima religione e la sua successiva capillare penetrazione sul territorio, soprattutto grazie allazione dei monaci benedettini, che era emanazione dei signori longobardi padroni dei luoghi — gli elementi precedenti si amalgamassero in modo diverso e assumessero una nuova fisionomia.
Non più le Grandi Dee Madri, non più gli dei selvatici dei boschi e nemmeno il virile Ercole con la sua primitiva clava in mano, bensì il giovanissimo, biondo, fiammeggiante Arcangelo Michele, con la spada sguainata a difesa di quella Cristianità in inarrestabile espansione anche fra i rudi pastori italici, ignari dei nuovi giochi di potere, allinterno della quale essi potevano trovare riposta al loro eterno e insaziabile bisogno di protezione e conforto. Così, insieme con la Cristianità, il nuovo dio continuò, non diversamente dal suo predecessore, a difendere anche i pastori e le loro greggi, allo stesso modo in cui fa ancora oggi con un attaccamento al suo culto che rimane vivissimo.
Anche se, a dir la verità, Michele — essendo un angelo e, meglio ancora, un arcangelo posto da Dio insieme con Gabriele e Raffaele alla testa delle legioni celesti che cacciarono dal Paradiso gli angeli ribelli — non potrebbe essere santo, perché non è mai nato e quindi neppure mai vissuto né morto.
E non potrebbe, dunque, neppure apparire, benché il popolo lo veneri e lo veda come un qualsiasi altro santo, forse anche di più, tanto da accontentarsi di considerare come sue reliquie alcune bianche piume duccello, che sarebbero state lasciate cadere dalle sue ali in qualche santuario italiane e che oggi sono conservate presso il Museo delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma.
Un libro molto bello, frutto di una minuziosissima ricerca condotta con molta intelligenza interpretativa anche “sul campo (Abruzzo e Molise), racconta adesso le vicende celeste e terrene di questo angelo così singolare.
Si intitola LArcangelo (Bulzoni) e ne è autrice Gabriella Marucci, docente di discipline etno-antropologiche presso lUniversità dellAquila, che per questa sua fatica ha meritato anche il Premio Scanno 2004 per la saggistica.
Bella è pure la leggenda dellapparizione di San Michele in Italia. La sua storia nella nostra penisola iniziò tanto tempo fa, a Siponto (lodierna Manfredonia), quando ancora la Puglia si chiamava Daunia ed era predisposta, per la posizione geografica e per la sua millenaria tradizione, ad accogliere elementi culturali di provenienza orientale.
San Michele Arcangelo, Statua lignea, sec. XV, Collegiata Città Sant’Angelo.
A imitazione del michaelion bizantino sul Bosforo, anche la Puglia — che con Bisanzio (Costantinopoli) aveva contatti commerciali fecondi e ininterrotti — volle, quindi, dedicare un luogo sacro allAngelo identificandolo in una grotta sul Monte Gargano, intorno alla quale sarebbe fiorita una leggenda raccolta per iscritto, nel VI secolo, nel cosiddetto Liber de Apparitione .
Non fu, come abbiamo già visto, un luogo scelto a caso: in precedenza era consacrato a divinità pagane taumaturgiche, connesse al potere rigenerante delle pietre, della terra e dellacqua.
«Secondo questa leggenda — racconta la Marucci — un ricco e potente proprietario di nome Gargano, dal quale lanonimo Autore fa derivare il nome del monte, un giorno perse uno dei tori che facevano parte dei suoi armenti.
Cercatolo ovunque con laiuto anche dei suoi servi, lo trovò sulla cima del monte, davanti ad una grotta. Mosso dallira gli scoccò contro una freccia, ma un improvviso colpo di vento ne cambiò la direzione, volgendone la punta contro di lui.
La gente, impressionata, consultò il Vescovo. Questi si riservò di dare la sua risposta dopo che lui stesso e tutta la popolazione avessero passato tre giorni di digiuno e di preghiera.
Il terzo giorno gli apparve in visione lArcangelo che gli rivelò di aver guidato lui stesso la freccia, per testimoniare con un prodigio la sua decisione di essere il patrono e il custode del luogo».
Di fondamentale importanza è la presenza del toro alla base del culto. Già animale-simbolo di Mithra (il dio vedico anteriore e simile a Ercole, cui pure la figura dellArcangelo si ispirò), era un animale tradizionalmente sacro alla Dea Madre, già largamente noto nella zona del Gargano. Nella sua pelle, ad esempio, si avvolgevano coloro che praticavano lincubatio nella grotta destinata poi ad ospitare lArcangelo. Inoltre, lapparizione è posta ai primi di maggio, quando il sole è nella costellazione del Toro.
E oggi? Oggi le moderne concezioni angeliche considerano angeli e arcangeli come nostri fratelli e compagni di viaggio verso una nuova epoca e una futura religione veramente universali.
E, così tratteggiato, lArcangelo Michele appare in numerosi siti internet, dove rifulge ancora una volta come eroe della lotta contro le forze del male (che non è più il solito Demonio, ma la magia nera).
Non a caso in uno di questi siti gli si attribuisce il merito di aver suggerito alle forze dellordine e di pronto intervento, di cui è il protettore, di adottare sui loro mezzi il colore blu delle luci intermittenti.
Lo stesso luminoso blu della sua aura che splende, e continua a splendere, dal buio della notte dei tempi, quando quei poveri pastori in perenne cammino lo veneravano dentro le viscere della terra primitiva.
N. M.
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