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La brisavola, le bresaole e le brusaule

di Cantoni C.

Premessa

L’alimentazione delle popolazioni montane si è adeguata ai sistemi produttivi alpestri, rispondendo così alle esigenze materiali che essi imponevano: in generale il vitto non variava quasi mai; alcuni piatti, come la polenta, ritornavano ogni giorno sulla tavola, mentre, salvo il cavolo, le verdure erano abbastanza rare. Nelle zone in cui il clima non favoriva la coltura dei cereali, là dove bisognava acquistarli, il consumo di pane era estremamente ridotto e veniva spesso sostituito dal formaggio e dalla ricotta. Specialmente a bassa quota, esso veniva rimpiazzato, con frutta secca, soprattutto pere e meglio ancora castagne.

Nelle zone in cui l’agricoltura aveva la stessa importanza dell’allevamento, i cereali occupavano un posto importante nell’alimentazione e si producevano gli innumerevoli tipi di pane che si trovano ancor oggi nelle Alpi. Tutti questi tipi di pane avevano in comune di essere cotti a lunghi intervalli di tempo e di acquisire, per conseguenza, una durezza che corrispondeva alla durata delle riserve. Era usata, soprattutto, farina di segale, ma là dove ve n’era scarsità era surrogata dalla farina d’orzo.

Nelle zone in cui era coltivato (Alpi orientali e meridionali) si ricavava pane anche dal mais. Il pane di pura avena venne ben presto abbandonato. Siccome i contadini di montagna spesso non avevano farina a sufficienza per la panificazione durante l’arco dell’anno, cercavano di farla durate il più lungo possibile, integrando l’impasto con altri ingredienti: farina di fagioli, passato di patate, farina di castagne (fino a un terzo). Si aromatizzavano le pagnotte con il cumino, l’anice o il coriandolo. Prima di essere mangiato il pane veniva ammorbidito, immergendolo, di solito nell’acqua. Il pane bianco, di frumento, era riservato ai giorni di festa e veniva consumato, preferibilmente, intinto nella minestra.

L’ortaggio di maggior consumo, prima della comparsa della patata, era il cavolo. Altri ortaggi consumati erano il fagiolo, il pisello e le lenticchie. La patata finì con l’imporsi nel XVIII secolo.

Quanto alla carne si consumava affumicata o seccata all’aria. La carne fresca non compariva a tavola se non in occasione di feste (specialmente quelle invernali, quando veniva macellato il bestiame).

Il pollame, invece, non era mai presente nel vitto del montanaro, perché era riservato ai malati.

Il primo grande aumento della popolazione, che si manifestò in Europa intorno ai secoli XI e XII, interessò pure le zone alpine. Fu proprio in questo periodo che in numerose zone delle Alpi si iniziò ad intensificare sistematicamente le superfici coltivabili — dissodando i boschi — ed a migliorare il rendimento dei terreni e dei pascoli con l’irrigazione artificiale. Ma la crescita demografica superava sempre più le risorse alimentari. Come si è osservato sino alla metà del XIX secolo, il debbio (bruciatura dei campi per migliorare la redditività del terreno), pur essendo molto intenso, non era sufficiente ad assicurare la sussistenza delle popolazioni alpine rurali, né a costituire un valido contrappeso per la popolazione delle valli.

Storia ed etimologia

Carni salate bovine sono prodotte da secoli nelle vallate alpine. La bresaola nacque in montagna. Quella più nota ebbe origine in Svizzera, nel Cantone dei Grigioni (e nel Vallese) in tempi remotissimi e comparve più tardi in Valtellina. Le correnti d’aria in fondo sono le stesse: i venti dell’Engadina che vengono giù dal passo dello Spluga sono l’ideale per far essiccare la carne, e soffiano tanto in Valtellina quanto in territorio elvetico.

All’inizio la lavorazione era piuttosto rudimentale: dopo aver spolpato le cosce dei manzi ed averle cosparse di sale e di spezie, i pezzi di carne, appesi ai soffitti delle baite, rimanevano ad essiccare per 60 giorni. In seguito la produzione si perfezionò, si sviluppò e, di conseguenza, si costruirono veri e propri stabilimenti.

La bresaola è prodotta in Valtellina, Val Chiavenna, Val Vigezzo, Val d’Intelvi, nel Canton dei Grigioni e anche in altre aree dove le condizioni climatiche naturali agevolano il processo di asciugamento e di maturazione (equilibrio tra temperatura ed umidità).

In Italia si chiama bresaola, in Svizzera carne secca, Bundnerfleisch, Viande de Grisons.

Il prodotto preparato e venduto in Svizzera è più stagionato ed asciutto di quello preparato in Valtellina (Bresaola appunto), oltre ad essere molto più caro. Un prodotto originale e anche oggi reperibile e simile è la "Brusaula" delle valli Pordenonesi. Consiste in strisce di carne magra che, opportunamente conciata, viene asciugata nell’essiccatoio in modo da poter essere consumata per più mesi, se conservata in un luogo fresco e asciutto. Per la preparazione, si può utilizzare carne di manzo, di maiale e di camoscio e, forse, proprio quest’ultimo animale è quello che in tempi remoti offrì la prima occasione di preparare la brusaula.

La derivazione del nome è incerta: "Sala come brisa" si dice, ancor oggi nel dialetto di Chiavenna, della carne molto salata. E brisa, nella vicina Svizzera, è voce sopravvissuta a significare ricotta con sale e pepe.

Secondo altri, bisogna rifarsi al tardo latino "brasaula", riduzione di brasatula, che significava carne trattata alla bragia dal germanico "brasa", cioè brace, dato che un tempo la fase di prosciugamento del prodotto appena salato veniva eseguita in locali ove l’aria era riscaldata mediante l’uso di bracieri. Nel passato, nella produzione artigiana, veniva fatto uscire da questi bracieri un abbondante fumo aromatico, gettando bacche di ginepro e foglie di alloro sui carboni ardenti di legno di abete.

Secondo un’altra versione ancora, il termine bresaola deriverebbe da bre (cervo). Bre o brout sono termini italiani antichissimi con i quali veniva appunto identificato il cervo, che, come altri ruminanti selvatici, era diffuso sull’arco alpino.

Il cervo e il capriolo sono attirati dalle Alpi per la presenza di grandi estensioni di boschi. Il cervo ha bisogno di grandi spazi coperti ma non certo di una foresta compatta, poiché per la statura e per l’ampiezza dei suoi palchi vi si troverebbe a mal partito. Esso apprezza i boschi sempreverdi, gli alberi ad alto fusto e le radure. Per il capriolo è più congeniale il bosco stretto e folto. Teme le forti nevicate che lo possono bloccare e procurargli sofferenze, vista la sua taglia piuttosto ridotta e la delicatezza dei suoi zoccoli: esausto per le ferite determinate dallo sfregamento della neve, per esempio, potrebbe rimanere alla mercé dei cani randagi.

La tecnica di conservare la carne di manzo, ovina e selvaggina, salandole e facendole essiccare, era diffusa in tutto l’arco alpino fin dall’alto Medioevo.

La documentazione sulla produzione della bresaola in Valtellina è scarsissima. Le prime testimonianze, come quella del canonico Lupi in un libro mastro del 1498 che registra un acquisto di carne e le rispettive libbre di sale ad essa destinate, o come quella ritrovata in un lodo divisionale di beni, emanato nel 1439 a Berbenno, o quella in uno statuto del 1467 riguardante le provviste dei castelli, sono la riprova di una sua produzione, o perlomeno di quella di carne salata, fin dal 1400. Gli storici locali ricordano sempre che nel 1450 circa viveva, e forse operava, un tale Giovanni della Pongia soprannominato Carnesalata in Chiavenna.

Anghileri, in una sua relazione difficile da reperire, afferma che la bresaola è nata a Chiavenna con diverse sfumature tra quella di manzo e quella di cavallo, affumicata e non, e differisce ormai dalla carne secca del Canton Grigioni, la quale presenta ancor oggi una certa affinità, derivata nei secoli dalla sudditanza-alleanza che legò la Valtellina e i Grigioni per trecento anni, dal 1513 (Trattato di Hanz) fino al 1815 (Congresso di Vienna). In quegli anni la produzione di bresaola era limitata al consumo locale o valligiano. Poi, nell’Ottocento, la nascita dell’industria a Chiavenna diede impulso anche alla produzione, che iniziò a superare i confini della valle e ad essere venduta nella confinante Svizzera.

Solo a partire dal 1930 la bresaola, dopo che si allargò la sua produzione alla Valtellina, cominciò ad essere apprezzata in Lombardia, mentre dagli anni ‘60 in poi si diffuse in tutta l’Italia e in Svizzera.

La preparazione classica

Il modo di preparazione tradizionale della bresaola è stato dettagliatamente descritto da Perlasca (1991). Eccone i passaggi.

Modo di preparazione

Classicamente veniva preparata con parti della coscia di vacche grasse di 5-6 anni di età o di buoi bene ingrassati.

Oggi di norma si utilizza carne bovina fresca o congelata, che viene mondata con molta cura in modo da eliminare la quasi totalità dei tendini e del grasso. I tagli abitualmente usati sono: sottofesa o fesa francese; magatello, noce, roastbeef.

È buona usanza lasciar riposare i pezzi di carne in cella frigorifera per qualche giorno, prima di dare il sale; questo periodo di tempo ha lo scopo di permettere l’intenerimento della carne e la perdita dell’umidità eccedente.

La salatura viene effettuata a secco strofinando accuratamente ogni parte della carne con una miscela di sale, nitrito e aromi. Per 100 kg di carne si usano:

• kg 2,5 di sale;

• kg 0,015 di nitrito di sodio;

• kg 0,050 di pepe bianco in polvere;

• kg 0,050 di pepe nero, 1/4 di grana;

• kg 0,010 di lauro in polvere;

• kg 0,040 di ginepro macinato;

• kg 0,020 di aglio fresco schiacciato, in un litro di vino rosso.

Il sale viene somministrato in due volte a 24 ore di distanza.

Dopo la salatura, che può essere effettuata a mano o in zangola, i pezzi vengono sistemati in vasche di acciaio o di lana di vetro o in plastica, ben pressati e portati poi in cella frigorifera a 0°C. Ogni 5-7 giorni, qualche produttore usa trasferire i pezzi in un’altra vasca, in modo che quelli che si trovavano negli strati superiori vadano sul fondo dei nuovi recipienti e viceversa. I pezzi nelle vasche vengono coperti e pressati. Il succo muscolare che esce dalla carne forma col sale e gli altri ingredienti presenti una salamoia, che nel giro di 3-4 giorni copre completamente tutte le bresaole. In occasione del trasferimento dei pezzi da una vasca all’altra, è buona norma praticare un massaggio alle bresaole, allo scopo di favorire l’assorbimento del sale. Tale massaggio può essere praticato con la stessa zangola.

Quando i pezzi vengono trasferiti in un’altra vasca, la salamoia non dovrebbe essere gettata. Il fatto di gettare o meno la salamoia tra una "girata" e l’altra dipende dalle sue condizioni igieniche che derivano da quelle della carne di partenza, dal modo di lavorazione, oltre che dalla temperatura che non deve mai superare i 0°C. L’eliminazione della salamoia dà prodotti più dolci ma meno conservabili e meno saporiti. A seconda delle dimensioni delle bresaole il periodo di salatura dura da tre a quattro settimane.

Alla fine della salatura i pezzi vengono tolti dalle vasche, lavati accuratamente con acqua fredda o tiepida, asciugati ed avvolti nella "pellesina" per la sierosa della "bondeana" o "bondaiana", parola che non si trova nel vocabolario e che in gergo sta ad indicare l’intestino cieco dei bovini adulti. Allo scopo è adatta pure qualsiasi parte della sierosa peritoneale, oppure fogli sottili di tessuti connettivi animali preparati industrialmente e venduti con nomi diversi.

Le "pellesine" vengono preparate nei macelli, lavate, conciate, salate e conservate in barili. Al momento dell’utilizzazione devono essere sciacquate per eliminare l’eccesso di sale e fatte rinvenire in acqua tiepida acidulata.

L’applicazione della pellesina o di altro involucro alle bresaole deve essere molto accurata, affinché ricopra completamente la carne, che vi aderisca perfettamente e che non rimangano bolle d’aria, che in ogni caso devono essere eliminate col pungitore. L’applicazione della pellesina ha lo scopo di proteggere la superficie esterna della bresaola da un asciugamento troppo rapido e di favorire una miglior presentazione del prodotto finito.

La fase successiva della lavorazione prevede la legatura dei pezzi con corda elastica, o l’immissione in sacchi di rete elastica.

Asciugamento e stagionatura

Il tempo è un ingrediente costoso che si cerca troppo spesso di risparmiare. La bresaola, costituita com’è da carne magra, ha la tendenza ad asciugare anche troppo in fretta, senza poter sviluppare il profumo ed il sapore eccellenti che ne costituiscono la caratteristica quando essa è ben lavorata e stagionata. L’importante per un produttore è capire il prodotto che vuol preparare e creargli intorno le condizioni naturali o artificiali adatte per ottenerne il massimo di qualità e di utile possibile. Oggi si è in grado di riprodurre in un armadio o in un locale le stesse condizioni di umidità, temperatura e ventilazione che si possono avere nelle valli alpine o in qualsiasi altro ambiente. Bisogna perciò conoscere le esigenze di ogni prodotto e saper utilizzare in modo opportuno i mezzi a disposizione.

Le bresaole vengono, dunque, appese dapprima in locali con temperatura di 18-20°C massimo e con il 75% di U.R. (umidità relativa) per 5-7 giorni, allo scopo di ottenere un graduale asciugamento ed evitare l’incrostamento dei pezzi. Da questo locale passano nei locali di stagionatura dove la temperatura è di 12-13°C con il 60-65% di U.R. e qui devono restare per 30-90 giorni, secondo le dimensioni, così da subire un lento e progressivo processo di maturazione.

Alcuni produttori usano affumicare le bresaole. Il fumo deve essere somministrato a freddo: ciò significa che la temperatura nel locale di affumicamento non deve superare i 25°C. La durata dell’affumicatura è in relazione alla qualità del fumo ed ai risultati che si vogliono ottenere.

Il fumo conferisce alle bresaole un sapore particolare e ne migliora la conservabilità.

Bresaola di carne di cavallo

In Valtellina esiste qualche piccolo laboratorio che produce bresaole con carne di cavallo, che qualche buongustaio predilige.

La tecnica di produzione non si discosta da quella usata per le normali bresaole di bovino. La scelta delle parti da salare deve essere accurata, la carne matura e non troppo grassa. Le bresaole di cavallo sono più scure e di sapore più dolce.

Bresaola di cervo

Viene utilizzata carne delle cosce del cervo. La carne ben toelettata, viene strofinata con sale (18-20 g di sale per kg di carne), spezie, erbe aromatiche e aglio pestato disperso in vino rosso. Non vengono usati conservanti. Per quanto concerne gli aromi si dà la preferenza a pepe, cannella, chiodi di garofano. Dopo la salatura i pezzi vengono disposti nelle vasche e ivi lasciati per 10 giorni circa. Alla fine di questo periodo vengono tolti dalle vasche, lavati, asciugati, protetti o meno con un involucro (pellesina o naturin) ed appesi ad asciugare in un locale asciutto e fresco: 18°C e 65% U.R. La stagionatura viene fatta a 12-13°C per almeno 15 giorni. In genere non pesano mai più di 1 kg circa. Il calo di peso 40%.

Il disciplinare di produzione

Attualmente, con decreto del 23 dicembre 1998 (G. U. 08.01.99) è stato pubblicato il disciplinare di produzione della "Bresaola della Valtellina Indicazione geografica protetta" Reg. 1263/96 dello 01.07.1996.

Ricordiamo che per IGP si intende il legame con il territorio, il quale deve essere presente in almeno una delle fasi della produzione, della trasformazione o dell’elaborazione del prodotto. Inoltre il prodotto deve godere di una certa fama.

Quindi, per produrre la Bresaola IGP è obbligatorio attenersi alle procedure riportate nel citato capitolare.

Art. 1 — Denominazione

L’Indicazione Geografica Protetta "Bresaola della Valtellina" è riservata al prodotto di salumeria che risponda alle condizioni e ai requisiti stabiliti nel presente disciplinare di produzione.

Art. 2 — Zona di produzione

La "Bresaola della Valtellina" viene ottenuta nella zona tipica di produzione geograficamente individuata nell’insieme degli attuali confini della provincia di Sondrio.

Art. 3 — Materie prime

La "Bresaola della Valtellina" è prodotta esclusivamente con carne ricavata dalle cosce di bovino dell’età compresa fra i due e i quattro anni.

Le masse muscolari della coscia di bovino, private di ossa, dalle quali si ricava la bresaola sono le seguenti:

a) fesa, che corrisponde alla porzione posteromediale della muscolatura della coscia e comprende il muscolo retto interno, il muscolo adduttore ed il muscolo semimembranoso;

b) punta d’anca, che corrisponde alla parte della resa privata dal muscolo adduttore;

c) sottofesa, che corrisponde alla porzione posterolaterale della muscolatura della coscia e precisamente il muscolo lungo vasto;

d) magatello, che corrisponde alla porzione posterolaterale della muscolatura della coscia e precisamente il muscolo semitendinoso;

e) sottosso, che corrisponde alla fascia anteriore della coscia ed è composta dal muscolo retto anteriore e dal muscolo vasto esterno, interno ed intermedio.

Le fasi principali del processo di lavorazione della Bresaola della Valtellina sono rappresentate da:

• selezione della materia prima e rifilatura dei tagli di carne,

• salagione a secco,

• asciugatura,

• stagionatura,

• controllo del prodotto finito,

• eventuale sezionamento o affettamento,

• confezionamento.

Art. 4 (modificato)

La salagione è sempre preceduta da un controllo visivo dei pezzi di carne e, se necessario, dallo scarto della materia prima non conforme (eccessivamente marezzata o di colore anomalo) e da rifilatura, finalizzata all’asportazione del grasso e delle parti tendinose esterne.

La salagione è effettuata a secco: la carne cosparsa con sale e aromi naturali. Possono essere aggiunti vino, spezie, zuccheri (con lo scopo di favorire i fenomeni microbici responsabili in buona parte della stagionatura del prodotto), nitriti e nitrati di sodio e potassio, acido ascorbico e suo sale sodico. La salagione, che ha una durata non inferiore ai 10 giorni, è interrotta da operazioni di massaggio, per consentire una più rapida e uniforme migrazione del sale all’interno del prodotto.

La carne salata viene insaccata in budelli naturali artificiali e inviata alla fase successiva di asciugatura in apposite celle. L’asciugatura deve consentire una rapida disidratazione del prodotto nei primi giorni di trattamento. Viene condotta a temperatura compresa tra 20 e 30°C ed in condizioni di umidità dell’aria pari al 35-65%.

Alla fase di asciugatura segue la stagionatura, condotta a temperatura compresa tra 12 e 18°C ed in condizioni di umidità d’aria pari al 70-90%. I locali di stagionatura, così come quelli di asciugatura, devono essere muniti di impianti per il mantenimento e la rilevazione della temperatura e dell’umidità e devono consentire un ottimale ricambio dell’aria. Asciugatura e stagionatura devono avere una durata complessiva di quattro settimane. L’insaccamento viene effettuato mediante l’immissione di ogni singolo pezzo in budello naturale. È consentito anche l’eventuale impiego di budello artificiale.

L’asciugatura ha la durata media di una settimana e deve consentire una rapida disidratazione nei primi giorni di trattamento.

Art. 5 — Stagionatura

La stagionatura deve essere effettuata in condizioni climatiche ideali per consentire una lenta e graduale riduzione di umidità.

Viene condotta in locali appositamente climatizzati dove sia assicurato un ottimale ricambio di aria. Il tempo di stagionatura, che comprende anche il tempo di asciugatura, varia da 4 a 8 settimane in funzione della pezzatura del prodotto, delle richieste di mercato e dei tipi di confezionamento. Sia per l’asciugatura che per la stagionatura non possono essere adottate tecniche che prevedano una disidratazione accelerata.

Art. 6 — Standard

La "Bresaola della Valtellina" all’atto dell’immissione al consumo deve avere le caratteristiche organolettiche, chimiche e chimico-fisiche e merceologiche riportate nell’allegata tabella n° 2.

Art. 7 — Controlli

Fatte salve le competenze attribuite dalla Legge al medico veterinario ufficiale (USL) dello stabilimento, — il quale, ai sensi del Capitolo IV "Controllo della produzione" del D.L.vo 30.12.1992 n° 537, accerta e, mediante un’ispezione adeguata, controlla che i prodotti a base di carne rispondano ai criteri di produzione stabiliti dal produttore e, in particolare, che la composizione corrisponda realmente alle diciture dell’etichetta, essendogli attribuita tale funzione specialmente nel caso in cui sia usata la denominazione commerciale di cui al Capitolo V, punto 4 del sopraccitato decreto legislativo (la "denominazione commerciale seguita dal riferimento alla norma o legislazione nazionale che l’autorizza") — la vigilanza per l’applicazione delle disposizioni del presente disciplinare di produzione è svolta dal Ministero delle Risorse Agricole, Alimentari e Forestali, il quale può avvalersi, ai fini della vigilanza sulla produzione e sul commercio della "Bresaola della Valtellina", di un organismo ad hoc costituito dai produttori conformemente a quanto stabilito dall’art. 10 del Regolamento CEE n° 2081 del 14 luglio 1992.

Art. 8 — Modalità di designazione e presentazione

La denominazione "Bresaola della Valtellina" è intraducibile. Essa deve essere seguita dall’espressione "Indicazione Geografica Protetta" e/o dalla sigla "IGP", che deve essere tradotta nella lingua in cui il prodotto viene commercializzato. La "Bresaola della Valtellina" può essere commercializzata intera allo stato sfuso o sottovuoto, a pezzi, in tranci o affettata confezionata sottovuoto o in atmosfera modificata. Le operazioni di confezionamento, affettamento e porzionamento devono avvenire sotto la vigilanza della struttura di controllo indicata all’art. 7, esclusivamente nella zona di produzione indicata all’art. 2.

Il piano dei controlli sulla produzione

Il piano dei controlli, che si applica alle fasi del processo di produzione, si articola su due livelli:

1) autocontrollo,

2) controlli interni.

L’autocontrollo deve essere applicato ad ogni fase del processo critica ai fini del riconoscimento IGP del prodotto:

• selezione della materia prima,

• salagione,

• asciugatura,

• stagionatura del prodotto finito.

I punti salienti riguardano il termine minimo della salagione che si determina come somma del giorno di inizio salagione e del periodo minimo previsto per la salagione, quindi: termine minimo della salagione = giorno di inizio della salagione + 9 gg, essendo la durata minima prevista dalla salagione di 10 gg.

In modo simile si calcola la stagionatura: termine minimo di stagionatura = termine della salagione + 4 settimane, essendo la durata minima complessiva per le fasi di asciugatura e stagionatura pari a 4 settimane (pertanto il prodotto avviato all’asciugatura e stagionatura pari a 4 settimane).

La valutazione del prodotto finito prevede:

a) la determinazione del peso;

b) il controllo organolettico;

c) l’analisi chimica del prodotto.

Caratteristiche nutrizionali

La caratteristica distinta della bresaola è il suo valore nutrizionale. La tabella n° 1 riporta la composizione centesimale di questo salume.

Nella tabella n° 3 è riportato invece il contenuto in proteine e il valore energetico di alcuni alimenti.

Conclusioni

La bresaola, come si è descritto, è preparata a secco. Ma in verità è una salagione semisecca perché il succo estratto del sale dalla carne fruisce per formare una salina localizzata negli strati inferiori.

Si può preparare una bresaola dall’ottimo sapore anche con la vera salatura a secco, applicando la salatura in uso per il prosciutto di Parma o la coppa alla Piacentina.

Il prodotto è veramente ottimo, ma risulta troppo costoso rispetto alla bresaola normale. Dobbiamo perciò rinunciare a questa bresaola veramente eccellente.

Un altro prodotto ottenuto da carne di manzo magra e di ottima qualità, cotto a bassa temperatura e leggermente affumicato, è il manzo fumé rosa, specialità prodotta nel terziere medio della Valtellina. È ideale per la preparazione di gustosi antipasti.

Cotta alla griglia è un ottimo piatto di carne appetitoso, a basso contenuto di colesterolo, con un contenuto in grasso inferiore al 4%, con alto apporto vitaminico e minerale (vitamine del gruppo B: B1, B2, B12, PP) e ferro. È un salume bovino di origine olandese.

Prof. Carlo Cantoni

DSTVSA, via Celoria 10

20133 Milano

Bibliografia

— AA.VV., La bresaola della Valtellina, Ed. Accademia Italiana della cucina, Tirano, 1997.

— Perlasca G. (1991), Ingegneria alimentare 7 (3), 11-14.



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