Cera una volta una città di pianura, antica, risorta dopo secoli di barbarie durante i quali la natura selvaggia sembrava aver ripreso il sopravvento, racchiusa da mura, bastioni, fossati che lavevano difesa da popoli di saccheggiatori, fatta di torri, piccole chiese, palazzi, e soprattutto di case modeste, a uno o due piani, di legno e malta e il tetto di paglia, dove abitavano artigiani e bottegai. I contadini avevano riconquistato il territorio attorno alla città strappandolo alle paludi e alla foresta, e almeno una volta alla settimana venivano a vendere i frutti del loro lavoro e ad acquistare ciò che fabbricavano gli artigiani. Si incontravano nella piazza del mercato, di fronte alla più importante delle chiese.
Un giorno, in quella medesima piazza sorse un enorme cantiere edile. La chiesa, nata quando in città erano ancora in molti ad adorare gli antichi Dei, venne abbattuta e un aratro tracciò il solco che indicava le fondamenta della nuova cattedrale, così grande che molte case fecero la fine della vecchia chiesa. Altre case, minuscole, provvisorie, sorsero attorno formando un vero e proprio quartiere abitato da muratori, scavatori, tagliapietre, carpentieri, fabbri.
Passarono mesi, anni. La grande chiesa cominciò a salire verso il cielo, imprigionata dalle impalcature, seminascosta da scale, argani e uomini come formiche laboriose che sollevavano pietre, secchi di calcina, enormi travi. Larchitetto, "princeps" e "magister", circondato dai suoi aiutanti, dava ordini e sorvegliava ogni fase dei lavori.
Quando nel telaio di legno destinato a sostenere il tetto fu piantato lultimo chiodo, giunse sul cantiere il maestro degli scultori. Fece portare preziosi marmi sotto una tettoia recintata, in vista della cattedrale, e qui, con pochi discepoli, iniziò a lavorare. Sotto le sue mani forti, sapienti e possedute da una sorta di febbre, il marmo prese a raccontare le storie della Genesi: la grandiosità dellInizio per la più bella delle chiese che in quegli anni cominciavano a ricoprire le terre del mondo cristiano.
Un magister scholarum della cattedrale sorvegliava affinché lartista non avesse il sopravvento sul cristiano. Ma allo scultore non bastava affidare il racconto della potenza di Dio alla materia che avrebbe sfidato i secoli. Egli, consapevole che la grande chiesa serviva anche a mostrare alla gente il potere di chi rappresentava Dio sulla terra, volle esprimere la maestà di Dio per gente che non sapeva leggere e scrivere: nel marmo apparvero uomini e donne di un popolo di contadini, artigiani, commercianti, con le loro facce, le loro mani, i loro occhi a esprimere una spiritualità legata agli eventi naturali erede delle religioni antiche. E i loro animali. E i loro sogni, popolati di angeli e di mostri. E le loro speranze in un mondo migliore.
Finalmente la cattedrale di Modena era pronta a essere consacrata e ad accogliere le spoglie di San Geminiano, patrono della città. Il papa Lucio III, il vescovo, il mirabile magister architectum Lanfranco, il divino magister sculptor Wiligelmo, il magister scholarum Aimone, i prelati, i nobili, i molti forestieri, e il popolo della città e della campagna, tutti parteciparono alla gran festa durante la quale si esibirono altri personaggi che davano lustro a quelle contrade. Infatti entrarono in scena il magister salamarius, il magister salaminarum, il magister persuttorum, il magister cicciolarum e molti altri acclamati artisti che confezionarono e distribuirono al popolo carne di porco, gnocchi e quel vino lambrusco già citato da Catone nel De Agri Cultura due secoli prima della nascita di Cristo Finisce qui la favola vera della chiesa più bella del mondo, il Duomo di Modena, laicamente riconsacrato oggi dallUnesco quale "patrimonio mondiale dellumanità". Me la sono raccontata molte volte, soffermandomi in particolare sullofficina di Wiligelmo e sulla gran festa per la consacrazione del 12 luglio dellanno del Signore 1184. Alla favola aggiungevo un sogno: presentarmi sulla Piazza Grande quel giorno destate, curiosare tra la gente, accettare il salsicciotto che mi offriva uno di quei magister che almeno per un giorno avevano cancellato la fame e altre tristezze terrene, e poi ammirare da vicino il Duomo nuovo di zecca anche se non del tutto finito e rifinito, bianco di marmi, solenne nella semplice e struggente bellezza del romanico. Infine cercare di avvicinarmi a Wiligelmo per fargli una domanda, una sola, accuratamente preparata nel latino dellepoca, e attraverso la sua risposta scoprire quello che io e molti modenesi sappiamo da sempre: il sommo scultore era di Modena.
La prima volta che ho tentato di fare questo viaggio da sveglio è stata la notte in cui mi trovai sulla via Emilia, reduce da un cinematografo, con una nebbia così fitta che arrivava fin sotto il Portico del Collegio nonostante la luce delle vetrine. Siccome ho sempre creduto nella magia della nebbia, in particolare della fumana modenese capace di obbedire ai desideri di San Geminiano, subito mi sono incamminato verso il Duomo, rasentando i muri e sfiorando le ombre dei pochi passanti ancora in circolazione e tutti diretti a casa. La chiesa e la Ghirlandina giacevano staccate dalla nebbia che non osava accarezzarle, ma che aveva cancellato il resto del mondo alle mie spalle. Mi trovai davanti al portale maggiore. Io, il Duomo e i due leoni che mi fissavano in silenzio. Per qualche istante pensai che davvero stavo viaggiando nel tempo e che presto avrei udito la voce di un modenese di otto secoli fa. Il suono di una campanella mi fece trasalire, forse era quella di un lebbroso che si avvicinava, o di un monaco che chiamava a raccolta i fedeli. Lombra di una guardia notturna in bicicletta emerse dalla nebbia scampanellando e si allontanò portandosi appresso il mio sogno.
Anche se non mi è stato possibile domandargli di persona quel particolare dato anagrafico, molti altri indizi provano che Wiligelmo era modenese di nascita e di testa. A cominciare dal nome. Un poco forestiero, precisamente longobardo, ma già allora i modenesi amavano i nomi dal suono esotico e così, come ieri abbiamo avuto le Amneris e le Deanna, e oggi le Samantha e le Deborah, allora avemmo i Wiligelmo e le Teodolinde modenesi purosangue. Ma la prova più grande della modenesità di Wiligelmo la troviamo proprio nellopera, nel marmo: la sua fantasia lunare, dolcemente folle, è identica a quella dei cantastorie che giravano per le nostre campagne, i villaggi e la città.
Giuseppe Pederiali
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