C’è una Calabria del vino che lavora in silenzio, tra i muretti a secco e i pendii scoscesi delle montagne più interne, dove ogni filare è fatica e ogni grappolo una sfida. La ricerca condotta dall’Enoteca regionale della Calabria su un campione di 25 cantine da viticoltura “eroica” — cioè estrema, sopra i 500 m slm e/o su pendenze superiori al 30% — racconta una realtà fatta di passione e orgoglio, ma anche di visione. Gestire un vigneto eroico costa e richiede almeno tre volte più lavoro rispetto ad una vigna tradizionale e produce appena 1/3 delle bottiglie. Eppure, oltre la metà dei produttori intervistati vuole investire per ampliare le superfici. Il messaggio è chiaro: servono sostegni per l’extra lavoro, per la manutenzione dei muretti a secco, ma anche per una comunicazione capace di raccontare la straordinarietà di questi vini nati dove la meccanizzazione non arriva. L’analisi delle risposte delle cantine mostra un tessuto produttivo fatto quasi interamente di piccole realtà, 23 su 25. In 16 cantine i vigneti si trovano oltre i 500 m d’altitudine, in altre 9 la pendenza supera il 30 %, con filari arrampicati su gradoni e terrazze. A dominare sono i vitigni autoctoni: Gaglioppo, Magliocco, Greco nero, Mantonico, Odoraca; uve antiche, che in queste condizioni difficili offrono vini concentrati, identitari e di rara autenticità.
Nel complesso le aziende coinvolte coltivano 224 ettari di vigneto eroico e 157 di vigna meccanizzabile. Dalle prime nascono ogni anno circa 632.000 bottiglie, dalle seconde quasi il doppio. Ma i numeri non raccontano tutto: dove la fatica è più grande, la qualità sale, e il vino diventa pura espressione del territorio. «Negli anni ‘60 e ‘70 molte vigne furono abbandonate perché non si riconosceva il valore del lavoro eroico» ricorda Gennaro Convertini, presidente dell’Enoteca regionale della Calabria. «Oggi chi ha resistito produce vini di altissimo livello, autentici e legati alla terra».
Azienda Agricola Le Conche, Bisignano (CS)
Tra chi ha scelto di non cedere c’è l’Azienda Agricola Le Conche, guidata da Vincenzo Sposato. I suoi vigneti si trovano a 600 metri d’altitudine, su pendii che superano il 30%. Qui tutto si fa a mano: potatura, vendemmia, trasporto delle cassette. Le rese non superano i 40 quintali per ettaro, ma il risultato è un vino vivo, pieno di carattere e di identità. L’azienda, 42 ettari in un unico corpo con 11 di uliveto, produce anche un olio ottenuto da cultivar Carolea, Tondina, Leccino e Nocellara del Belice. Accanto alla produzione c’è un progetto di enoturismo che sta riscuotendo successo: degustazioni al tramonto tra i filari, esperienze immersive che raccontano la vigna e chi la lavora. «Le istituzioni e i consorzi dovrebbero sostenere i viticoltori e investire nella promozione. Oggi manca una comunicazione di sistema», afferma Sposato.
I vini di “Le Conche” sono il ritratto di questa viticoltura coraggiosa. Tra questi abbiamo assaggiato il “Quercus Rosso DOP Terre di Cosenza”, intenso e strutturato, con note di frutti rossi e spezie dolci. Il “Flavius Rosso DOP Terre di Cosenza” gioca anche sull’eleganza, con un palato morbido e profondo. L’Antone Rosato DOP Terre di Cosenza è fresco e sapido, immediato e di più facile beva. Infine, il “Rafiedu Rosso IGP Calabria”, un vino che si esprime con un carattere deciso, ma morbido e dal finale lungo e leggermente speziato.
Giuseppe Calabrese, agricoltore a Saracena
A Saracena, sui pendii del Pollino, anche il produttore eroico Giuseppe Calabrese fa vino con impegno e pazienza, tutto a mano, senza fretta, seguendo i ritmi della natura. 43 anni, agricoltore per scelta e per ritorno alla terra natale, porta avanti una viticoltura che di eroico ha tutto: il territorio isolato, le pendenze, il lavoro manuale, le rese ridotte, l’altitudine. La sua storia inizia dalla nonna Peppina, che negli anni ‘70 torna dalla Germania e trasforma 3 ettari di seminativo in vigna e uliveto. Così da bambino Giuseppe impara a potare e a sporcarsi le mani di terra. Poi, però, anche lui emigra, in Germania, poi rientra in Italia, in Umbria, lavorando nella ristorazione e nell’edilizia, finché nel 2004 la chiamata della vigna si fa tanto forte da non poter essere ignorata. Tornato a Saracena, comincia a produrre vino per gioco e passione, in parte vendendolo sfuso ad altre cantine, ma presto capisce che è tempo di “fare le cose più in grande”. Così, nel 2013, con l’incoraggiamento dell’amico comunicatore Giovanni Gagliardi, imbottiglia la prima etichetta: 4.500 bottiglie di “Pollino Terre di Cosenza Dop ”da uve Magliocco in purezza. Gli inizi sono difficili, i tempi di affinamento lunghi, il mercato sordo e cinico. Ma la qualità prende a farsi notare. Nel 2015 nasce anche il Moscato di Saracena Peppina, in omaggio alla nonna, un passito che affonda le radici nella tradizione di questo piccolo paese in provincia di Cosenza.
Oggi Giuseppe Calabrese produce 15.000 bottiglie e 5 etichette, tutte da uve autoctone coltivate su 6 ettari, di cui 1 eroico a 550 metri slm. Gli altri vigneti stanno più in basso, fra i 400 e i 450 metri, con impianti ad alberello infilati tra vecchi ulivi, viti ravvicinate e chiome che arrivano a 1,80 metri d’altezza. Tutto viene fatto a mano, dai trattamenti alla vendemmia, con rese minime e solo lieviti indigeni, niente chiarifiche, solforosa ridotta al minimo e rispetto assoluto per l’uva e per il tempo necessario al vino per diventare il prodotto che deve essere. «Nella viticoltura eroica le rese sono basse e i costi alti, ma non tutti capiscono il lavoro che c’è dietro una bottiglia fatta così», racconta Calabrese.
Metà della produzione finisce all’estero, l’altra metà in Italia nel canale Ho.re.ca., con ristoranti stellati come “Il Pagliaccio” di Anthony Genovese a Roma. Ma le difficoltà restano: trovare manodopera qualificata è quasi impossibile. Solo due signore ottantenni sono ancora disponibili a fare la potatura e la legatura delle viti. I giovani arrivano durante la vendemmia, ma senza esperienza. «Avrei terreni pronti per impiantare nuove vigne, ma non posso farlo: sono al limite», aggiunge Calabrese. Che, nonostante tutto, guarda avanti. Sta progettando una cantina più grande, con spazi per l’accoglienza e la possibilità di raddoppiare la produzione, sempre nel rispetto della propria filosofia del “piccolo è bello”.
Nel calice abbiamo assaggiato il “Vadduna Longa”, bianco da uve Guarnaccia, colore dorato e profumi di agrumi ed erbe spontanee, leggermente sapido, un vino che chiama il mare, perfetto con crostacei, risotti agli asparagi o con una semplice orata alla griglia. Il “Pollino”, rosso da Magliocco in purezza, esprime il lato più autentico del territorio: prugna, amarena, sottobosco e note speziate tipiche del vitigno, con un tannino vivo, potente ma gentile.
Il “C’era suolo e c’è ancora” è un rosso da uve Magliocco in purezza, vendemmiato un po’ in anticipo con una macerazione di una notte. All’olfatto si presenta con note di tabacco, pepe e liquirizia, al palato è delicato, con un tannino gradevole. Si abbina dall’aperitivo ai legumi e anche a piatti più strutturati. Infine, il rosato “Parole, solo parole”, prodotto adesso per la seconda annata, da uve Magliocco in purezza, note di amarena e ciliegia, è ideale con carne bianca e piatti di pesce. Fresco e piacevole.
Massimiliano Rella
In foto: legatura delle vigne in Cantina Giuseppe Calabrese a Saracena (CS).
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