Buongiorno.
Il mondo per il quale siamo stati preparati non esiste più. È il finimondo.
È finimondo, quello che è partito da Milano questa settimana: Giorgio Armani muore, il Plastic chiude, il Circolo Leoncavallo viene sfollato. “E che sarà mai” direte voi, son simboli di un mondo effimero e superficiale! Eppure, per alcuni della mia generazione e di quella precedente, è davvero la fine del mondo. Milano rimane simbolo e vessillo dell’Italia produttiva, alla moda e internazionale, eppure la vedo traballare dalle fondamenta, il benessere sembra esserci ancora ma il prezzo per viverlo è sempre meno sostenibile sia sul piano psicologico che sociale, le persone sono condannate ad una concorrenza profondamente distruttiva che consuma e fagocita tutto il romanticismo che dovrebbe nutrire il quotidiano minando inesorabilmente il bello vero, il divertente profondo e l’appartenenza impegnata alla socialità e alla società. Si sta svuotando a ritmo vertiginoso del realismo magico che l’ha sempre caratterizzata. Il finimondo è un attrezzo che macina la carne a grana finissima, grana detta “a chicco di riso”, la grana che caratterizza il Salame Milano (non è passato alla storia chi ha dato questo nome a questo macinacarne, peccato).
Il Salame Milano nasce nella seconda parte nel 1800 per ingegno di Giuseppe Citterio che riesce a destagionalizzare e rendere costante la produzione del salame stabilizzandone la conservazione e consentendone lunghi viaggi Oltreoceano, verso l’America. Per gli emigrati italiani un legame gastronomico col proprio paese d’origine, nostalgia e conforto. Il prodotto rimane indissolubilmente legato alla saga della Famiglia Citterio che, negli anni ‘60, inizia ad acquisire le piccole aziende familiari italiane rinforzandone il legame col territorio e proteggendone le produzioni locali, DOP e IGP. Di per sé non ha alcun riconoscimento di denominazione, ma è forse il salume italiano più tipico anche fuori dal confine nazionale. La ricetta prevede carne di maiale e di manzo, pepe, altre spezie segrete, poco vino rosso, zucchero. Dopo la macinatura viene insaccato nel budello naturale detto crespone che ne determina anche il diametro. La pasta è compatta e la stagionatura di circa 3 mesi. Nel tentativo di digerire il susseguirsi di episodi milanesi e le amare constatazioni che ne conseguono, cerco pace nel sapore dolce e nocciolato di una michetta farcita di Salame Milano. Ogni morso, seppur buonissimo, mi traghetta oniricamente in un mondo in bianco e nero, di grandi speranze, smarrimento e forte disillusione che non mi è affatto estraneo. Un disincanto amaro e acido nei confronti del progresso e della vita urbana.
Scappiamo dalla provincia alla ricerca del riscatto, per un po’ galleggiamo e quando ci rendiamo conto di essere stati strumentalizzati dal “sistema” ormai è tardi, abbiamo perso buona parte di autenticità e ci destiniamo a rinunciare a noi stessi o ad accogliere insoddisfazione e rabbia, a vivere come parafulmini del compromesso. Milano, bianca e nera: Il “torracchione”, l’insegna Cinzano, il vecchio Hotel Baviera, i bagni diurni, Piazza Duomo, il bar Jamaica, Jannacci, Tadini, Piero Manzoni, la Vita Agra e la condizione del collaboratore esterno, “uno che stia in terrazza quando tira vento e piove”.
Eppure ancora, di nuovo, ogni volta, ogni generazione, come in Miracolo a Milano di Zavattini e De Sica, alla ricerca di un luogo dove buongiorno voglia dire davvero buongiorno.
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