L’usanza di mangiare la merenda è diventata quasi specificamente un fenomeno legato alla scuola, uno spuntino veloce a metà mattina o a metà pomeriggio riservato ai bambini e ragazzi. Una volta si riferiva invece ad un vero e proprio rito con le sue regole e i suoi significati. Ma qua è l’origine di questa usanza? Come dice il termine stesso, “merenda”, gerundio del verbo latino merere, ossia meritare, rappresenta un momento informale di sospensione dalle fatiche fisiche o, per gli scolari, da quelle intellettuali, durante la ricreazione. I lavori nei campi cominciavano molto presto e duravano tutto il giorno, interrotti spesso solo metà pomeriggio per rinfrancarsi con qualcosa portato da casa e mangiato all’aperto.
Esisteva (ed esiste, ma spesso il termine indica semplicemente un aperitivo più ricco, NdR) in Piemonte la “merenda sinoira” riservata ad occasioni particolari, quando il lavoro era tale da dover coinvolgere anche tutto il vicinato oltre ai soliti lavoranti. Sina, in piemontese, significa cena. In effetti, questa merenda si prolungava fino alla sera e poteva sostituire la cena a casa. Mietitura e trebbiatura, la fine della costruzione di una casa, il ritorno dalla caccia, tutte occasioni per festeggiare la fine di un duro lavoro in convivialità. La merenda diventava allora non solo ristoro ma anche simbolo dell’amicizia, della condivisione e della riconoscenza. Consumate assieme al pane, si succedevano varie pietanze di produzione locale, ad esempio salumi e formaggi, e casalinga, come frittate e insalate. Non mancava mai una minestra tiepida fatta con erbe dell’orto e la frutta fresca affettata, spesso innaffiata con vini dolci e da mangiare insieme ai biscotti.
Lasciamo la campagna piemontese per scoprire i famosi piquenique dell’aristocrazia sin dal XVII secolo. Questa espressione, oramai diffusa nell’inglese picnic, è di origine francese, da piquer, rubacchiare, nique, poca cosa. Un pranzo leggero portato da casa in cestini particolari consumato nella natura con il progressivo allentamento delle rigide regole di comportamento e bon ton riservate alla tavole. Nell’arte non mancano le rappresentazioni di famosi pittori dell’epoca come Le déjeuner sur l’herbe di Édouard Manet del 1863. E in effetti, nel corso del 1800, la pittura en plein air va di pari passo con questa nuova moda delle scampagnate. La luce naturale, la libertà e la spontaneità delle persone, la loro serenità e allegria, tutto viene valorizzato e ricordato grazie a tanti capolavori. Sfumature, ombre, giochi di colori dei cibi, persino Picasso e poi Botero hanno ripreso e reinterpretato questo tema. Col passare del tempo è proseguita la tradizione della “gita fuori porta”, soprattutto quando l’Italiano medio ha potuto, attorno agli anni ‘60, rendersi indipendente con l’acquisto di piccole macchine Fiat a basso costo. Non era allora più limitato alle uscite in gruppo, in treno, gite organizzate dalle Società Operaie o dal Regime. Queste fughe individuali verso il mare o la montagna, lungo un corso d’acqua o in aperta campagna, rappresentavano la libertà… del tempo e dello spazio. Non mancava certamente la pastasciutta mangiata anche a bordo strada.
Il picnic è divenuto poi qualcosa da consumare freddo, spesso limitandosi a panini imbottiti di prosciutto, salame o mortadella, frittata fredda, frutta. Senza parlare delle ghiacciaie portatili che garantiscono tutta la freschezza del cibo e del bere, è interessante vedere l’evoluzione del corredo apposito. Dicevamo, all’origine, aristocratico, quindi con persino piatti di porcellana, bicchieri di cristallo, tazze e teiere, si è poi evoluto con normali ceste di vimini e, poco a poco, ha subito l’invasione della plastica tendenzialmente sostituita, oggi, da stoviglie usa e getta in materiali ecocompatibili. Borse termiche e contenitori sottovuoto sono senz’altro più igienici e maneggevoli per questi momenti di relax. Non ho fatto accenno al barbecue che caratterizza certe date sul calendario come il Lunedì di Pasqua ma diffuso in tutte le stagioni. Se a volte in giro si trovano postazioni già pronte per poter arrostire la carne, c’è chi invece si porta appresso l’attrezzatura sempre più sofisticata ma altri trovano ancora piacere ad accendere il fuoco tra quatto pietre. Inutile precisare quanta alta deve essere l’attenzione di chi accende un fuoco nella natura…
Il picnic è vissuto come un anticipo di vacanze, nel segno della convivialità e dell’amicizia, della libertà ma anche della fantasia, sia nella scelta della location che in quella delle proposte culinarie. E se i salumi sono “re”, la “regina” è chi sa proporli in varie e nuove versioni per esaltarne il sapore.
Josette Baverez Blanco
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