L’industria agroalimentare italiana sta attraversando un momento di grande incertezza, stretta fra la morsa del calo dei consumi interni, che non riescono a riprendersi, e la minaccia dei dazi da parte dell’amministrazione USA, autentico spauracchio per il nostro export. Ne abbiamo parlato con Denis Pantini, responsabile Agrifood e Wine Monitor di Nomisma. «L’agroalimentare è un settore anticiclico e, quindi, in teoria dovrebbe risentire meno delle tensioni derivanti dalla congiuntura economica. Tuttavia, soprattutto per quanto riguarda il mercato interno, il 2024 ha patito il lascito dell’inflazione che ha colpito il Paese a partire dal biennio ‘22-‘23. Questo ha ridotto, più di altri fattori, la capacità di spesa delle famiglie. Basti pensare che negli ultimi quattro anni le vendite di prodotti alimentari in Italia sono sempre state in crescita dal punto di vista del valore, ma in calo dal punto di vista del volume. Morale: il consumatore con la stessa quantità di denaro ha comprato meno prodotti».
In questo momento la stessa incertezza grava anche sui consumi fuori casa, segmento cruciale per il comparto agrifood. «Archiviata la stagione dei lockdown causati dalla pandemia, il consumo fuori casa era ripartito in modo incoraggiante, ma anche questo trend positivo si è via via afflosciato, anche in questo caso per via dell’aumento dei prezzi e dei redditi delle famiglie che non tengono il passo. In sintesi, il mercato interno sostanzialmente è ancora sotto i livelli pre-Covid perché, pur essendoci stata una confortante ripresa dopo il 2021, la continua crescita dei prezzi, un andamento dell’economia non brillante e i salari che non aumentano a sufficienza, rendono la capacità di spesa del consumatore italiano di fatto sempre più bassa e frenano la propensione ai consumi» spiega Pantini.
Il clima di fiducia e il peso dell’inflazione sul carrello della spesa
«Negli ultimi cinque mesi il livello di fiducia degli Italiani è andato in costante peggioramento, tornando ai livelli del 2021. Non ci si aspetta, dunque, un recupero dell’economia a stretto giro, e questo porta inevitabilmente a guardare con maggiore attenzione al prezzo di un prodotto e a cercare sconti e promozioni. Relativamente ai prodotti alimentari, è interessante notare cosa accade all’interno dei differenti canali di vendita: tra tutti i format distributivi, il discount è quello che si mostra in crescita, mentre iper e super sono in flessione» spiega Pantini.
Per comprendere la dinamica in atto è bene sottolineare un aspetto cruciale: quando si sente dire che l’inflazione rallenta, non vuol dire che il prezzo di un prodotto sia diminuito e sia rientrato sui livelli precedenti. Semplicemente, continua ad aumentare, seppur di meno rispetto a quanto stava crescendo in precedenza. «Proprio perché negli ultimi anni i prezzi sono cresciuti in modo significativo e non accennano a calare, il consumatore tende ad avvertire quotidianamente la necessità di fare i conti nel carrello della spesa. Pertanto, ci troviamo di fronte ad un consumatore italiano medio che, anche avendo una buona capacità di spesa, fa sempre più attenzione a cosa acquista perché non si aspetta a breve tempi migliori, anzi».
Consumi interni: i fattori che modificano il carrello della spesa
Ma quali sono oggi i principali fattori che incidono sui consumi agroalimentari degli Italiani? Sicuramente incidono il clima di sfiducia, la minore capacità di spesa delle famiglie e fattori congiunturali di natura prettamente economica. Ma ci sono anche altri fattori destinati ad assumere un peso crescente per il futuro delle imprese agroalimentari, come il calo demografico e l’invecchiamento della popolazione italiana. Da qui al 2050, in Italia saremo 5 milioni di persone in meno e questo obbliga le imprese a dover cercare, fin da ora, mercati alternativi, se vorranno mantenere i numeri attuali. Inoltre, si intravedono all’orizzonte nuovi trend che incidono in modo sempre più marcato sulle scelte del consumatore, con una crescente attenzione di chi acquista verso la sostenibilità, i prodotti bio, i cibi arricchiti, i vini dealcolati e così via. Ma in genere si tratta di dinamiche di lungo periodo. «Anche in questo caso, però, i timori del consumatore rispetto alla situazione economica generale spesso hanno la meglio sui desideri. Il caso emblematico è quello dei prodotti biologici, mediamente caratterizzati da un sovrapprezzo rispetto a quelli convenzionali. Secondo le indagini che Nomisma realizza regolarmente, gran parte dei consumatori si dice attenta a questi aspetti ma poi, in periodo di congiuntura negativa, l’aspetto economico tende ovviamente a prevalere».
Le leve che possono supportare il made in Italy
Preso atto di questi cambiamenti, negli ultimi anni molte aziende agroalimentari hanno adottato nuove strategie di sviluppo, guardando oltreconfine. «I dati eccellenti dell’export agroalimentare italiano certificano una crescente attenzione verso l’estero, non solo da parte delle grandi aziende di settore, ma anche delle imprese più piccole, che provano a ritagliarsi spazi di sviluppo e diversificando i mercati di destinazione. Dobbiamo però considerare che in Italia, fra alimentari e bevande, esistono più di 50.000 aziende e solo il 15% circa ha più di 10 addetti. Un universo di piccole imprese, a cui spesso è precluso il mercato estero» commenta Pantini. Per supportare il settore e valorizzare i prodotti made in Italy è certamente fondamentale il ruolo dei consorzi e in molti Paesi il nostro agroalimentare beneficia anche di una diffusa presenza di ristoranti italiani, che fungono da promotori delle nostre eccellenze. Questo è particolarmente evidente in Europa e nelle Americhe, molto meno in Asia. Diverso è il ruolo delle catene distributive, perché l’Italia non ha insegne che operano su altri mercati e scontiamo un gap evidente con i Francesi, nostri principali competitor a livello internazionale per molti prodotti, che invece possono contare su catene di distribuzione presenti in molti Paesi e che, spesso, tendono a favorire sugli scaffali prodotti nazionali.
Dazi ed export: quale futuro per l’agroalimentare italiano?
Restando sull’export, il quadro per il comparto agroalimentare italiano è indubbiamente positivo, anche se non mancano fattori di incertezza e complessità. Anche nel 2024 l’Italia ha aggiornato il proprio record superando i 67 miliardi di euro di esportazioni di prodotti agroalimentari, facendo meglio di tutti i principali competitor in termini di crescita percentuale, con un avanzamento dell’8% rispetto all’anno precedente. Numeri eccellenti, che già quest’anno potrebbero però risentire dell’introduzione dei dazi USA.
«Tema complicato, con tante sfaccettature. Per molti versi gli Stati Uniti sono stati un mercato assimilabile all’Unione Europea, caratterizzato da dazi molto bassi. Oggi ci troviamo a dover fare i conti con dazi del 10%, certamente più alti di quelli a cui eravamo abituati, ma ancora distanti da quelli applicati in altri Paesi, come la Cina o il Brasile, per fare qualche esempio. È però evidente che lo scenario cambierebbe radicalmente se dal prossimo luglio si salisse al 20%, come è stato minacciato dal presidente Trump ad aprile scorso» prosegue Pantini. Dopodiché, è bene interrogarsi su un punto cruciale: dove finisce il prodotto italiano, in GDO o nella ristorazione, ovvero nel carrello della spesa o sulla tavola di un ristorante italiano? E viene venduto pronto per il consumo, oppure è utilizzato come ingrediente per una pietanza?
«Nel secondo caso, il ristoratore potrebbe cercare un’alternativa più conveniente, mentre in tutte le altre ipotesi la forza del marchio made in Italy potrebbe contribuire a contenere il calo di vendite. Detto questo, è ovvio che le preoccupazioni ci sono, legittime e motivate. Al contempo, l’introduzione di dazi sulle importazioni europee potrebbe metterebbe ancora più pressione su un’economia già in difficoltà come quella della Germania, il nostro principale paese di sbocco per il Food & Beverage, con una ricaduta negativa sul consumatore tedesco che acquista prodotti italiani. Per questo mi auguro si giunga ad un accordo equilibrato ma, ad ogni modo, è sempre opportuno diversificare il rischio esplorando altri mercati, nella consapevolezza che tutto ciò richiederà tempo e investimenti».
Note
In foto, Denis Pantini, responsabile Agrifood e Wine Monitor di Nomisma, photo © www.confagricoltura.it
Fonte: Nomisma Agroalimentare.
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Prosciutto di Parma, innalzato il peso massimo dei suini Il Consorzio del Prosciutto di Parma registra un importante risultato a supporto del proprio comparto e del carattere qualitativo e distintivo del suo prodotto. Con Decreto Ministeriale del 7 maggio, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana in data 16 maggio, è entrata pienamente in vigore una modifica al Disciplinare produttivo del Prosciutto di Parma DOP, che prevede l’innalzamento del peso massimo della carcassa dei suini impiegati nella produzione della DOP da 168 a 180 kg. In conseguenza di ciò, il comparto potrà ora contare su una maggiore disponibilità di suini e di cosce fresche con una pezzatura importante, idonea a supportare le lunghe stagionature. La modifica recentemente approvata si unisce a quelle già accolte nel 2023, che avevano portato la stagionatura minima da 12 a 14 mesi, abbassato il tenore salino massimo consentito, innalzato il peso del prodotto, ma anche definito in modo più univoco le genetiche suine ammesse e gli incroci consentiti. Tutto questo per innalzare ulteriormente gli standard qualitativi del Prosciutto di Parma, consolidarne l’identità e la distintività rispetto ai competitor, ponendo sempre al centro la tutela e la garanzia nei confronti del consumatore. «Accogliamo con grande soddisfazione la notizia dell’entrata in vigore di questa modifica al nostro Disciplinare, sostenuta unanimemente da tutta la filiera produttiva» commenta Alessandro Utini, presidente del Consorzio del Prosciutto di Parma. «L’aumento del peso dei suini avrà conseguenze dirette non solo sulla disponibilità di materia prima per le nostre aziende ma anche sulla caratterizzazione e diversificazione del nostro prodotto: il Prosciutto di Parma può essere portato a stagionature elevate, necessitando quindi di un’adeguata quantità di cosce fresche che abbiano un peso sufficiente a supportare lunghi processi di maturazione. La qualità della nostra DOP e la salute del comparto produttivo sono per noi obiettivi di assoluta priorità ed è in questa direzione che continueremo a indirizzare il nostro impegno. Ringraziamo il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste e la Regione Emilia-Romagna per l’attenzione mostrata nel recepire le necessità della nostra DOP e di tutta la filiera». >> Link: www.prosciuttodiparma.com |
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