In precedenti numeri di Eurocarni sono state descritte le Cacce dei tori che si svolgevano nel passato in varie parti d’Italia. In particolare, si è parlato di Roma (n. 2/2018), Venezia (n. 12/2018), Napoli (n. 11/2019), Siena (n. 7/2020), delle Marche (n. 1/2023) e delle corride del Novecento (n. 1/2021). Le tauromachie, dette cacce o corse o giostre dei tori, o venagioni, erano comunque popolari anche in altre città, del Nord, ma soprattutto del Centro-Sud, ossia nello Stato Pontificio e nel Regno di Napoli, poi Regno delle Due Sicilie. Vediamo alcune altre realtà locali.
Trieste
Nel capoluogo giuliano, gli Annales Tergestinorum riportano diverse cacce dei tori nel Settecento, tra il 1732 e il 1744, una volta in fortezza e tre volte in città. Nella caccia i più animosi inseguivano per le vie della città un bovino, al quale venivano coperte le corna, e lo spingevano in un recinto in legno, nel castello o in piazza grande, dove si tenevano diverse esibizioni. In seguito le cacce si tennero in un anfiteatro in legno, in Via del Toro, inaugurato durante il carnevale del 1802 per inscenarvi “lo spettacolo della caccia ai tori a somiglianza di quello di Spagna”. I sedili seguivano l’andamento delle mura perimetrali, sull’esempio dell’antica Roma, e la pista era cosparsa di sabbia rossa (de Hassek). L’anfiteatro fu poi demolito nel corso dell’Ottocento, ma tra il 26 e il 28 agosto 1923, nell’arena di Montebello, si tenne una corrida con una cuadrilla spagnola (Eurocarni n. 1/2021).
Romagna
Verdone menziona la Romagna tra le zone in cui si svolgevano le giostre dei tori e Manzi rievoca una giostra dei tori che ebbe luogo a Roma, nel Colosseo, il 3 settembre 1332, ad uso della nobiltà romana, che vide diciotto morti e nove feriti, con l’uccisione di undici tori. Alla caccia presero parte, oltre ai rampolli delle famiglie nobili romane, anche il figlio del signore di Rimini, Galeotto Malatesta, e il figlio di messer Ludovico da Polenta, signore di Ravenna. Il cronista cesenate Giuliano Fantaguzzi (1453-1521) ci dice che nel 1501 “el duca fe fare la caza del toro in piaza, el quale gettò in terra e stette male per morto Pietro Luserta e un barbiero, e don Cristofano da Boro et uno li taiò una gamba e non se ne posette aver piacere de brigate”. D’altra parte, in Emilia, con riferimento a Bologna, Camerini et al., in un’opera molto dettagliata su pubbliche funzioni, feste e giochi bolognesi nel Settecento, non fa alcun riferimento alle cacce dei tori e le “giostre” sono descritte solo come tornei cavallereschi oppure gare di destrezza del genere della Giostra della Quintana di Foligno. Fa eccezione Imola, che però è di solito considerata culturalmente romagnola, menzionata in una lettera del podestà di Ravenna del senato veneto del 3 marzo 1501, secondo il quale “era stata fatta una caccia di sei tori dove furono ammazzati tre poveri uomini” (Tabanelli).
Firenze
A Firenze le cacce al toro erano parte dei festeggiamenti del 24 giugno per il santo patrono, San Giovanni Battista. La cronaca di Luca Landucci (1436-1516) racconta che il 26 giugno 1513 si tenne una caccia con tre tori in piazza dei Signori, “e feciono dimolto male: guastorono dimolti uomini ch’andorono a Santa Maria Nuova”, ossia all’ospedale, e “di quei tre tori n’uscì due dello steccato, uno ne corse per il Corso insino a San Giovanni, e l’altro corse insino a la piazza del Grano, e non feciono male a persona, ed erano calcate le vie di giente; e corsono loro dietro, e là gli fornirono d’ uccidere”. Sempre Landucci racconta che l’anno successivo, il 25 giugno 1514, si tenne una caccia in piazza con “leoni, orsi, leopardi, tori, bufoli, cervi e molte altre fiere”, ci furono tre vittime umane delle quali “una bufola ne ammazzò uno”. Nella continuazione postuma della cronaca, curata da un anonimo, si dice che il 15 maggio 1540 “fu menato dua lioni in piazza de Singnori, in dua gabie come dua stie e, quando gli cavorono fuori delle gabie, un toro gli andò incontro e uno lione prese un salto e saltogli in sù la schiena e non gli fece male nessuno, e l’uno andò in là e l’altro in quà e non dissono mai più nulla l’uno all’altro”. In occasione delle nozze tra Alfonso II d’Este e Lucrezia de’ Medici, nel 1558 in una cappella di Palazzo Vecchio a Firenze, dopo le nozze ci fu banchetto, danze, caccia al toro e una corsa di cavalli berberi (Tabanelli).
Perugia e provincia
A Perugia la caccia ai tori è attestata fin dal 1260: in occasione della festa del santo patrono (San Costanzo, 29 gennaio) o della Fiera di Ognissanti, il Comune comprava un toro, che doveva essere “pulcrum et ferocem” (bello e feroce), scelto da una commissione di cinque persone elette dal consiglio generale, tra le bestie allevate dalle suore di Santa Mustiola a Chiusi (Siena) e trasportato a Perugia dopo un viaggio di tre giorni (Balestracci). La caccia del toro si svolgeva in un recinto approntato per l’occasione, a spese del Comune, nel Campus prelii, nella zona dell’attuale via Campo Battaglia, prevedeva l’uso di una muta di cani per eccitare il toro e non consentiva l’accesso nell’arena di uomini né di aizzare l’animale con l’impiego di pungoli o il lancio di pietre. Lo storico perugino Luigi Bonazzi (1811-1879) racconta che le cacce dei tori erano un’attrazione anche per feste private, come quelle di matrimonio, e vedevano nell’arena, oltre ai tori maremmani, anche i bufali. Bonazzi racconta del gran-dissimo successo di un toro del Monte Malbe (a circa 12 km da Perugia), detto “il Numero Venti”, che era ormai esperto di tutti i trucchi dei giostratori, dato che in queste cacce il toro non era ucciso al termine della lotta, ma veniva utilizzato più volte per altri combattimenti. Nel 1425 le prediche a Perugia di San Bernardino da Siena (1380-1444) presero di mira i giochi di piazza cruenti, tra i quali “Omnium sanctorum in ludo tauri de mense novembris”, cioè le cacce al toro della fiera di Ognissanti, e ne avrebbero determinato la fine. Tuttavia, una lapide murata sotto le logge del cortile della Cattedrale di Perugia sembra testimoniare una sopravvivenza dei giochi oltre tre secoli e mezzo dopo: “La Santità di N.S. Pio VI proibisce nella piazza avanti questa chiesa cattedrale la caccia del bue, inculcandone una esatta rigorosa osservanza a mons. governatore con lettera di Segreteria di Stato in data del dì 24 febbraio 1790” (Monacchia). Per Todi Luigi Morandi (1844-1922), curatore di un’edizione dei Sonetti di Giuseppe Gioachino Belli, racconta che “una giostra sulla piazza di Todi, ridotta appositamente ad anfiteatro — aggiunge — la vidi io da bambino il 25 ottobre 1848”, mentre Sergio Anselmi (1966) cita Gubbio tra le città in cui si svolgevano le cacce, insieme a quelle marchigiane. A Montefalco, nel periodo natalizio, si disputava la tradizionale Fuga del Bove, nella quale il bue prendeva un beverone a base di vino e pepe e poi risaliva per le vie della città. Oltre ai cani addestrati ad attaccare il bovino, la folla, protetta da cancellate di legno di quercia, agitava stracci e pupazzi di pezza rosso porpora e, per proteggersi dalle cariche dell’animale, si nascondeva dentro grosse botti. Il gioco terminava quando l’animale, sfinito, si immobilizzava. Il giorno di Natale le carni del bove erano consumate anche come segno di devozione. La tradizione è stata rievocata da una ventina d’anni, nel quadro dell’Agosto Montefalchese, per iniziativa di un “Ente Fuga del Bove”, con una staffetta tra i rappresentanti dei rioni, completata da gare di balestrieri (Fiorani).
Terni
Terni era nota come una città “che dette i più bravi giostratori”, tra i quali, secondo Morandi, Cinicella, molto popolare a Roma, immortalato da Giuseppe Gioachino Belli nel suo sonetto “La ggiostra a Ggorèa” (vedi Eurocarni n. 2/2018). A Perugia era anche famoso un giostratore detto “il Ternano”, non meglio identificato. L’usanza di trasferire i bovini al macello facendoli correre per le strade, aizzati da mastini, era uno spettacolo, detto vaccina, comune a Terni e nel 1740 suscitò reclami tra i cittadini, che protestarono per la crudeltà della pratica, gl’inconvenienti a scapito della tranquillità cittadina, e della salubrità delle carni da macello, chiedendone almeno la proibizione estiva, da estendere possibilmente all’intero anno (Silvestri). Per il 17 febbraio 1808, in occasione dei festeggiamenti per il patrono San Valentino, si annunciava “uno steccato de’ Bovi, esclusi li Tori e li Maglioni, col premio di scudi quindici al Bove più valoroso, e scudi tre al cane. Sono perciò tutti invitati a concorrere a detti divertimenti sicuri di essere ben trattati” (Morelli) Per festeggiare la nascita del figlio di Napoleone, il 20 marzo 1811, nel Campo Boario di Terni, si tenne una giostra con torelli, che si lasciavano galoppare tra la folla, per poi spingerli a entrare nella adiacente chiesa dei Santi Filippo e Giacomo (De Angelis). Nel 1818 l’imprenditore Paolo Gazzoli acquistò case e terreni (compreso un cimitero) nel centro cittadino, per costruire un’arena simile alle plazas de toros spagnole, capace di quattromila posti, pari a metà della popolazione del comune, con un’arena di 12,7 metri di diametro, circondata da un podio che l’ampliava di altri 7,5 metri (De Angelis, Ottaviani). L’Arena Gazzoli (oggi Politeama) fu inaugurata il 19 aprile 1825 alla presenza del re e della regina delle Due Sicilie, con una giostra con i cani e il toro (De Angelis). Nel luglio del 1820 il podestà di Tolentino (provincia di Macerata) Benadduci chiese a Gazzoli di inviare a Tolentino “un toro bufalino, 3 bufale, 4 giovenchi di natura ferocissima”, in quanto aveva saputo che a Terni c’era “un bravo Giostratore, soprannominato Cinicella, col suo compagno” che, insieme ad altri due “giostratori”, potrebbero offrire ai tolentinati uno spettacolo diverso, più appassionante ma certamente più rischioso per la posta in gioco (Mattioli et al.). I giostratori ternani si esibirono nel 1833 a Jesi, in occasione della festa patronale di San Settimio, nell’anfiteatro costruito per l’occasione nel cortile del grande Palazzo Ducale di Leuchtenberg “oltre un sufficiente numero di scelti buoi da orecchiarsi, si esporranno delle Vacche, giovenchi, un Maglione, e delle Bufale delle Masserie di Roma e Viterbo di sperimentata ferocia, che dovranno lottare alternativamente con i rinomati Giostratori di Terni” Paolo Mattei detto Ceccagli, Angelo Provandini detto Lassetto, e Giovanni Cesaretti detto Mastrillo” (Cinti). Il giornale Il Pirata dava notizia di una giostra dei tori tenutasi nel carnevale del 1846 all’Anfiteatro Gazzoli eseguita da cinque giostratori e cinque cani mastini, con grande divertimento del pubblico. Luigi Morandi, in una nota al sonetto “La giostra a Ggorea”, ricorda una parodia della giostra a Terni, nel 1849, durante il governo della Repubblica romana, “quando in mezzo alla piazza fu appeso ad una corda un grosso fantoccio rappresentante Radetzky, che naturalmente fu sbudellato dai tori”. Come in altre città dello Stato pontificio, le giostre dei tori furono in uso a Terni fino al 1860, anno del passaggio al Regno di Sardegna (dal 1861 Regno d’Italia).
Provincia di Viterbo
Nella Tuscia viterbese ci sono notizie di tauromachie fin verso l’inizio della Prima guerra mondiale. Verdone cita un manifesto del 1904, in possesso di un collezionista di Ronciglione, nel quale si porta a conoscenza la popolazione della giostra delle vaccine del 27, 28, 29 agosto, data dai celebri giostratori di Vetralla, specificando: “biglietti d’ingresso: primi posti lire 1; secondi posti, cent. 73; terzi posti cent. 40”. Erano ben vive nel Medioevo e furono attestate in quell’epoca anche in paesi dell’entroterra della Tuscia come Civita Castellana, Ronciglione e Vetralla.
Sant’Oreste (Roma)
De Carolis racconta della giostra che si teneva ogni anno nel pomeriggio del 3 settembre, in occasione delle celebrazioni del copatrono San Nonnoso, nel paese che sorge sul monte Soratte, nella piana del Tevere a 70 km a nord di Roma. Al centro della piazza Carlo Alberto, anticamente detta “lo spiazzo”, si montava uno steccato per proteggere gli spettatori, da cui il luogo fu anche detto “piazza dello steccato”. Nel mezzo dell’arena era innalzato un alto palo, alla cui base si poneva un grosso tino. In un recinto si tenevano chiusi alcuni torelli dai 3 ai 5 anni; allo squillar delle trombe un torello veniva lanciato nella piazza, dove erano ad attenderlo i giostratori, interamente vestiti di bianco, con fazzoletto rosso al collo, molto ampio, berretto o fazzoletto rosso in testa, fascia rossa alla vita, bandierina rossa in mano. Il primo giostratore si avvicinava al torello, e lo aizzava, con la bandierina, con fischi, con grida e risate. Entravano in lizza un secondo, e un terzo giostratore, finché il torello cominciava a caricare l’uno o l’altro giostratore. In caso di pericolo essi entravano nel tino o si arrampicavano sulla trave, mentre il torello cercava di raggiungerli, e capitava che dovessero fuggire per l’arena, inseguiti dal torello. Quando il torello era stremato per aver corso dietro a un fantoccio di pezza, il giostratore afferrava il bovino per le corna e l’abbatteva a terra sedendosi sulla testa dell’animale, tra le corna. Altre volte il giostratore riusciva a “infrociare” l’animale, ossia lo afferrava con le dita per le narici (“frosce”). Altre volte si incollava con la pece una moneta da 5 lire sulla fronte del torello e la sfida per i giostratori era di riuscire a staccarla. Capitò che un giostratore morì battendo la testa contro lo steccato e nel 1889 le impalcature, montate frettolosamente, crollarono, ferendo gravemente una spettatrice, il che determinò la fine della giostra a Sant’Oreste.
Paliano (Frosinone)
A Paliano, fino a circa il 1910, si teneva la “corsa deglio bufolo” una corsa in strada, tra porta Napoletana e viale Umberto I (l’antica piazza del Macello), con un bufalo, acquistato per l’occasione, nel quadro di una festa non meglio specificata. Il tragitto era allestito con steccati di protezione per il pubblico e mezze botti come riparo per i giostratori. I giovani del paese mostravano la propria destrezza e il proprio coraggio inseguendo l’animale, saltando su di esso, afferrandolo per le corna, pungolandolo con aste appuntite fino a quando il bufalo, esausto e ferito non veniva macellato, cucinato sul posto ed offerto alla popolazione in una sorta di pasto rituale che rimandava alle antiche usanze dei popoli mediterranei (Pacciani, Romani). I bufali erano molto diffusi come animali da lavoro in tutta la campagna romana da diversi secoli e sono tuttora diffusi diversi modi di dire che citano tale specie come animale molto irascibile. Altre corse di bufale in occasioni di feste si tenevano a Frosinone, Anagni, Boville Ernica, Pofi, Morolo e Ceccano, tutti in provincia di Frosinone (Pacciani).
Piano di Sorrento (Napoli)
Il magistrato ed etnologo Gaetano Amalfi (1855-1935) nel 1890 raccolse alcune delle tradizioni popolari della penisola sorrentina. Tra l’altro Amalfi racconta quello che accadeva fino a pochi anni prima a Piano di Sorrento, a meno di 50 km da Napoli. Nella Villa Irbicella, detta “Il Beneficio”, si installava un’arena, circondata da uno steccato di tavole, sul quale si sistemavano dei giovani garzoni di macelleria, armati dei “ferretti”, ossia dei ganci per appendere la carne, per tenere a distanza gli animali, nel caso si avvicinassero troppo. A questo punto entrava nell’arena il bufalo, subito aizzato dai cani da presa che lo azzannavano alle orecchie, analogamente a quanto accadeva nelle cacce delle altre città italiane, mentre gli veniva sospeso un panno rosso davanti al muso, che era sollevato al momento giusto, e veniva ferito con pungoli di ferro e irritato con lo sparo di petardi (“salterelli”). Quando il bufalo era esausto, era riportato in stalla e macellato e la sua carne in questa condizione era considerata di qualità superiore. Le cacce spesso vedevano la morte anche dei cani, lanciati in aria e poi incornati dai bufali, e a volte si registravano anche lesioni ai giostratori.
Scafati (Salerno)
Il conte Giuseppe Gattini racconta di aver assistito in un anno imprecisato dell’Ottocento a una caccia al bufalo svoltasi a Scafati, una cittadina in provincia di Salerno, da cui dista 30 km, e alla stessa distanza da Napoli. La caccia si svolgeva su uno spiazzo sterrato, delimitato da una staccionata di legno e da una barriera di carretti, che fungevano da riparo, ma anche da tribune. Altri spettatori seguivano lo spettacolo dalle finestre, dalle terrazze e dai tetti delle case circostanti. Dalla staccionata dei giovani tenevano a bada il bufalo, nel frattempo rilasciato nell’arena, con i ferretti, ganci metallici montati su dei lunghi manici. Il bufalo era aizzato con fazzoletti rossi e fuochi d’artificio e sfogava la propria rabbia su una botte, che scagliava per l’arena a cornate. Si introduceva poi un fantoccio che scorreva dall’alto lungo un filo, contro il quale il bufalo si avventava, invano, perché il pupazzo gli era sottratto, tirandolo su con il filo. La bestia infine, esausta e incapace di reagire, veniva caricata su un carro, portata al macello, seguita da un codazzo di monelli, e infine abbattuta, anche qui nella convinzione che “la carne strapazzata addivien tenera”.
Messina
Non sembrano esistere testimonianza dirette di giostre dei tori in Sicilia, ma il messinese Antonino Ansalone, in un libro pubblicato nel 1629, destinato ad essere una sorta di manuale del perfetto cavaliere, spiega anche come comportarsi nel “giuoco del toro”, che richiede grande coraggio e abilità e che, a differenza delle cacce di altre zone italiane, sembra svolgersi a cavallo, con cavalli vivaci e rapidi a cambiare direzione. Ansalone dà istruzioni sulle prerogative del cavaliere secentesco e su come comportarsi nelle diverse situazioni, dai tornei con lancia e scudo, ai giochi a cavallo o a piedi, negli spettacoli e nelle mascherate, e descrive la piazza in cui si svolge il giuoco del toro come circondata da un alto steccato che protegge da ogni lato i palchi per gli spettatori, munita di botti come rifugio per il giostratore, e attaccati a dei pali due o più fantocci, dei quali uno pieno di stracci e l’altro “armato” (forse munito di intelaiatura). Ci devono poi essere uomini o ragazzi camuffati dentro animali di legno, che si avvicinino ai tori e accendano fuochi d’artificio o petardi per farli infuriare ancora di più. Ci saranno poi uncini di ferro da agganciare alla pelle del toro. Altri stimoleranno il toro con frecce e dei bambini (che nelle cacce dei secoli successivi non compaiono mai), che dovranno brandire aste con stracci di vari colori, ma soprattutto rossi, da appendere alle corna del toro, ma che dovranno fuggire quando il toro li dovesse inseguire. Entreranno poi due uomini, vestiti l’uno di nero e l’altro di bianco, che lanceranno ai tori dei “lanciotti” infuocati, sempre per irritarli. Tutti i figuranti dovranno essere “splendidamente vestiti”. A questo punto inizierà la festa ed entreranno i cavalieri “con grande pompa di vestimenti”.
Andrea Gaddini
Bibliografia
Nota
A pagina 140, Antonio Tempesta, Caccia al toro, 1598, acquaforte, fonte: www.triesteallnews.it
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