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Attualità 

Un consumatore disorientato ha bisogno di un’informazione corretta

of Mossini A.


Mi occupo di agroalimentare da quasi trent’anni. E di zootecnia in particolare. Un mondo che all’inizio mi era sconosciuto perché la mia estrazione professionale si era formata nei servizi di cronaca e attualità pubblicati da quotidiani e settimanali di provincia. Quando, nell’ormai lontano 1998, arrivai a Bologna e iniziai a cercare una casa editrice con cui collaborare, la prima che mi contattò mi chiese di fare un reportage presso un’azienda agricola di Pegognaga (MN) che coltivava erba medica: cosa fosse, ma soprattutto a cosa servisse l’erba medica non lo sapevo e mai, prima di allora, avrei pensato di occuparmene. Era una sfida lavorativa? Sicuramente, ma prima di tutto era una competizione con me stessa a cui non avevo nessuna intenzione di sottrarmi. Da quello start and go iniziai a percorrere una strada ignota, mai esplorata che non ho più abbandonato e che, anzi, nel corso degli anni mi ha appassionato, alla quale credo di dover riconoscere il mio più importante arricchimento professionale.
Fin dall’inizio mi colpì l’enorme attività di ricerca e sperimentazione scientifica che ruotava e tuttora ruota intorno al settore agrozootecnico da parte di Università, centri di ricerca, istituti zooprofilattici. Una grande vitalità che in tutti questi anni non ho mai visto rallentare, bensì svilupparsi, favorendo numerosi miglioramenti in materia di salute e benessere animale, produttività, rispetto delle normative nazionali ed europee, impatto ambientale, redditività aziendale.
È così in ogni azienda zootecnica? No, non può esserlo perché vivremmo in un mondo perfetto. E sarebbe ipocrita dipingere il settore come un’oasi dove tutto funziona alla perfezione. Più realisticamente, come in ogni comparto produttivo, le variabili esistono. Ma quelle negative non sono la maggioranza.
Eppure… Eppure si vuole far credere ad un’opinione pubblica troppo spesso non ben informata, per non dire ignorante, che gli allevamenti cosiddetti intensivi, ma sarebbe più corretto definirli protetti, sono il male assoluto, che gli allevatori sono degli aguzzini che maltrattano il bestiame, che le deiezioni prodotte causano un enorme impatto ambientale, che la carne fa male e quindi bisogna ridurne drasticamente il consumo quasi ad azzerarlo.
Questo schieramento di criminalizzatori degli allevamenti protetti, lo sappiamo tutti, è composto da associazioni animaliste e ambientaliste che, oltre a godere di ingenti contributi economici da parte di grandi finanziatori, riescono ad ottenere enormi spazi di divulgazione sui media e sui social diffondendo informazioni spesso infondate, magari artefatte, prive soprattutto di basi scientifiche inconfutabili. Un aspetto, questo, testimoniato da quelle trasmissioni televisive in cui a parlare di allevamenti e consumi di carne, oltre al conduttore, spesso c’è solamente l’esperto che vorrebbe cancellare gli allevamenti zootecnici dalla faccia della terra descrivendone le peggio cose.
Non solo la letteratura scientifica propone un’enorme mole di pubblicazioni che possono smontare una per una le dichiarazioni più farlocche e infondate, ma, soprattutto, l’elenco degli scienziati in grado di spiegare anche ai non esperti perché gli allevamenti zootecnici non sono il male assoluto è particolarmente lungo e composto da nomi la cui levatura professionale è riconosciuta anche a livello internazionale. Ma queste cose noi, che a diverso titolo lavoriamo nel settore, le sappiamo.
I convegni, gli incontri, le rassegne fieristiche dedicate al comparto zootecnico si susseguono numerosi proprio a conferma di quella grande vitalità di ricerca scientifica prima accennata. E sono sempre molto partecipati proprio e soprattutto dagli allevatori che hanno fame di conoscenza per migliorare la loro attività. Chi manca a questi importanti appuntamenti, quasi sempre, sono i giornalisti della cosiddetta stampa generalista, quelli che se scoppia un’emergenza sanitaria come la Peste Suina Africana o l’Influenza aviaria non vedono l’ora di dedicare titoli a quattro colonne perché “quella” è una “bella” notizia.
È vero che nel giornalismo una brutta notizia è una buona notizia. Ma si verificasse mai che un titolo a quattro colonne, e il relativo articolo, venisse dedicato a come gli allevatori gestiscono il loro bestiame ponendo in evidenza la modernità delle strutture, l’innovazione tecnologica adottata, i sistemi di benessere animale implementati, la gestione attenta dei reflui per ridurre l’impatto ambientale e molto altro ancora.
Queste non sono brutte notizie, sono ottime notizie, che però il grande mondo dei media ignora o, forse, preferisce ignorare. Il risultato? Un consumatore disinformato, spesso confuso, disorientato che chiede produzioni sostenibili, ma che spesso non conosce la differenza tra una bistecca italiana e una argentina pensando, e non è detto sia così, che la seconda sia migliore, attribuendo alla “tenerezza” il requisito più importante. Non sempre questo consumatore sa che i bovini da carne argentini sono alimentati con mangimi che contengono, tra le altre, soia e mais ogm (in Europa gli Ogm sono proibiti e in ogni caso nel Vecchio continente oggi si parla prevalentemente di Nuove tecniche genomiche – Ngt), che se vogliamo entrare nel significato profondo racchiuso nella “sostenibilità ambientale” non possiamo esimerci dal ricordare che quella carne argentina sarà stoccata in container che saranno caricati su navi che a loro volta impiegheranno giorni per arrivare a destinazione consumando enormi quantitativi di carburante producendo di conseguenza tanta CO2.
Sia chiaro, ognuno ha diritto di mangiare quello che vuole, di essere onnivoro, vegetariano, vegano. Purché la sua scelta sia consapevole. E questa consapevolezza può arrivare solo da una corretta informazione che non prevede uno schieramento, l’attribuzione della “ragione” a una parte anziché all’altra. Sarebbe sufficiente comunicare bene. Garantendo sempre il giusto spazio di espressione a chi, con dati scientifici certi e inconfutabili, sostiene una tesi piuttosto che un’altra. Comunicare, favorire il confronto. Senza criminalizzazioni.
È un concetto tanto semplice che può apparire addirittura semplicistico. Non lo è. E i colleghi della stampa generalista lo sanno. Cosa aspettiamo?

Anna Mossini



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