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Comunicare la carne

Da un mondo senza vacche a un’Italia senza Vitaliani

of Redazione


“Un Paese senza mandrie è come una frase senza soggetto: manca chi tiene insieme il senso”. Dopo il film che abbiamo appena visto, World without Cows (worldwithoutcows.com), questa frase acquista un peso ancora maggiore: ci ha mostrato cosa accadrebbe se i bovini scomparissero dal pianeta. Ora proviamo a spostare quello sguardo sulla nostra Italia.


In Italia gli allevamenti assorbono più di quanto emettono

Il tema che più colpisce nel film è la questione climatica, con un punto di vista del tutto originale rispetto alla narrazione corrente. È bene partire da qui, con i numeri davanti. Secondo l’Inventario ISPRA 2025, nel 2023 l’Italia ha emesso circa 385 milioni di tonnellate di COequivalente, ma se includiamo il sequestro carbonico operato da boschi, pascoli e coltivazioni, il bilancio nazionale scende a 331 milioni: più di 53 milioni di tonnellate sono state sottratte all’atmosfera grazie all’assorbimento di carbonio dei territori rurali, a fronte di una emissione netta di circa 32, il che configura il caso italiano in equilibrio positivo, una rarità tra i Paesi industrializzati

È come se gli operatori agricoli, zootecnici e silvani italiani mettessero a disposizione annualmente una quota rilevante di carbonio per compensare le emissioni di altri settori. Su questo assunto si basa la vocazione nazionale al carbon farming fortemente sostenuta dalle politiche ambientali dell’UE. Guardiamo poi al comparto zootecnico. Le emissioni complessive della zootecnia, circa 20 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, sono interamente compensate dal sequestro di carbonio operato dalle superfici agro-silvo-pastorali e da quelle foraggere. E il metano? Spesso si dimentica che quello degli allevamenti fa parte del ciclo naturale del carbonio. Per fare un paragone con altri settori, ISPRA calcola che nel 2023 i ruminanti italiani abbiano emesso circa 13 milioni di tonnellate di COequivalente come metano, mentre la sola FORSU, la frazione organica dei rifiuti solidi urbani, ne ha prodotto oltre 20 milioni.


Una questione di efficienza

Ma non si tratta solo di quantità: conta anche quanto emettiamo per ogni chilo di alimento prodotto. Qui entra in gioco l’efficienza. Negli ultimi trent’anni, la zootecnia italiana ha saputo coniugare produttività e sostenibilità. Per il latte, abbiamo calcolato che l’impronta climatica per litro è scesa di oltre il 35% tra il 1990 ed oggi, mentre per ogni chilo di carne bovina l’impatto è calato di oltre 20% nello stesso arco di tempo. Questi progressi derivano dall’aumento delle rese per capo, dalla selezione genetica, da diete più bilanciate, dal recupero energetico dei reflui. Con le metriche più aggiornate che ci sono state spiegate nel filmato dal dott. Lynch (GWP*), le emissioni di metano della zootecnia italiana nel decennio 2010–2020 non hanno riscaldato l’atmosfera, ma hanno dato un contributo di raffreddamento stimato globalmente in quasi 49 milioni di tonnellate di CO2-we, e i bovini da carne da soli hanno contribuito con 54 milioni di tonnellate, compensando settori meno efficienti. In sostanza, l’Italia è oggi fra le nazioni con il minore impatto per chilo di carne o latte; specificamente nel comparto carne, una delle nostre aziende leader ha un’intensità di metano che è circa 1/3 di quella statunitense, già tra le più basse al mondo.


Se i bovini scomparissero, il paesaggio cambierebbe volto

Ma la questione non si esaurisce nei numeri. Se i bovini scomparissero, il paesaggio cambierebbe volto. Prati e pascoli, modellati da secoli di pascolamento, perderebbero la loro funzione, i roveti e i boschi invaderebbero le radure, la biodiversità si ridurrebbe, il combustibile per gli incendi aumenterebbe. La cosiddetta “rinaturalizzazione”, quando esclude gli animali, genera semplificazione ecologica. Si chiude il bosco, spariscono le transizioni tra habitat, si impoverisce la ricchezza di specie vegetali e animali sia epigee che ipogee. Un esempio concreto viene dalle Alpi. Evidenze scientifiche dimostrano che l’abbandono dei pascoli ha favorito l’espansione incontrollata di specie selvatiche fra cui il pino mugo, divenuto infestante. Questo arbusto colonizza i prati d’alta quota, chiude il paesaggio, soffoca la flora tipica, riduce l’accessibilità e penalizza perfino la fruizione turistica delle malghe e dei sentieri panoramici. Le mandrie perciò sono giardinieri inconsapevoli in quanto mantengono aperti gli habitat, custodiscono specie di fiori, insetti, uccelli. Con loro verrebbe meno anche un presidio umano. Ogni stalla è una famiglia che resta, bambini che frequentano la scuola del paese, un bar che apre al mattino. Quando le vacche se ne vanno, il silenzio scende sui pascoli, la scuola chiude, l’ambulatorio arretra: è la desertificazione antropica, che lascia intere valli senza comunità.


Il gusto per la cultura

E poi c’è la parte invisibile, ma profonda, rappresentata dalla cultura. I bovini hanno accompagnato transumanze, fiere, feste patronali. Hanno dato origine a proverbi, a modi di dire, a rituali che raccontano chi siamo. Togliere le vacche significherebbe cancellare pagine di memoria e simboli che ci definiscono. Infine, il gusto, la nostra frontiera emotiva. Dietro il bollito piemontese, il brasato lombardo, i ragù dell’Emilia, i formaggi d’alpeggio, fino al latte che accompagna ogni colazione. Sono sapori che nascono da erba trasformata in latte e carne, da mani che mungono, da stagionature lente, da saperi che si tramandano. Il film ci ha fatto intravedere il vuoto di un mondo senza vacche. Proiettato nel nostro Paese, quel vuoto sarebbe ancora più doloroso perché significherebbe perdere paesaggi, biodiversità, comunità, cultura, sapori. Un’Italia senza bovini non sarebbe solo un Paese con meno animali, sarebbe un Paese con meno futuro. E, se vogliamo ricordare le nostre radici, persino il nome “Italiani” deriva da “vitaliani” allevatori di vitelli (Vitulus, il vitello in latino). Non tutti i nostri concittadini è noto che alla base della nostra identità c’è un giovane bovino. Senza le vacche, saremmo davvero un Paese senza i suoi Vitaliani.

Giuseppe Pulina


Nota

Le informazioni principali sono state tratte da:

  1. Ispra (2025), National Inventory Report 2025, Greenhouse Gas Emissions in Italy (1990-2023), Roma.
  2. Pulina G. (2025), Da un mondo senza vacche a un’Italia senza Vitaliani (testo per l’evento “Un mondo senza vacche”, 16/09/2025).
  3. Pulina,G., Correddu F. et al. (2023), New metrics and methane: assessing Italian livestock warming impact with GWP*, Ital. J. Anim. Sci., pre-proof.
  4. Pulina G., Francesconi A.H.D. et al. (2020), How to manage cows yielding 20,000 kg of milk: technical challenges and environmental implications, Ital. J. Anim. Sci., 19(1), 160–172.
  5. Pulina G., Santucci P.M. et al. (2021), Beef for the future: sustainability and perspectives, Animal, 15(1), 100128.
  6. Pulina G. (2023), Carni sostenibili. Le filiere bovine italiane tra etica, ambiente ed economia, FrancoAngeli.
  7. Inalca (2024), Rapporto di sostenibilità: impronta metanica degli allevamenti bovini da carne.
  8. Pulina G. (2024), Relazione Istanza Rete Clima: sintesi analitica sulla sostenibilità delle filiere bovine da carne italiane, Università di Sassari.
  9. Chemini C., Rizzoli A. (2003), Land use change and biodiversity conservation in the Alps, J. Mt. Ecol., 7 (Suppl.), 1-7.


In foto: bovini al pascolo in alta Valle Maira, Piemonte.



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