Quanto importante sia (stato) sulle Alpi il fenomeno della transumanza per la diffusione della cultura rurale è stato spiegato, tra gli altri, in Transumanze (Carlo Besana et al., a cura di, edizioni Franco Angeli, 2024). Intrecci di gerghi, codici e tradizioni orali come il Gaì dell’Alta Valle Camonica rappresentano un singolare contributo del pastoralismo ad un sistema di saperi che l’avvento dell’urbanesimo e della globalizzazione sono stati in grado solo di scalfire. Anche lo sviluppo dell’industria laniera è ascrivibile, nelle valli biellesi, vicentine e bergamasche, alla presenza di migliaia di capi che, per secoli, hanno movimentato questi territori.
Le iniziative a favore del pastoralismo devono pertanto essere lette in un’ottica di preservare un modo di vivere e un sistema di valori riconducibili ad un sapere di cui la transumanza (tra piano e monte), il pascolo vagante (in inverno in pianura) e l’alpeggio fungono da punti cardinali. Inoltre, non serve una grande capacità logica a collocare questi tre aspetti in un contesto ben più ampio, quello del rapporto equilibrato tra uomo e natura e della tutela ambientale basata sull’utilizzo di risorse foraggere spontanee in aggiunta ai ristoppi dei campi coltivati. Si capisce allora la grande importanza e attualità del pastoralismo.
Il riconoscimento della transumanza come Patrimonio immateriale dell’UNESCO, avvenuto nel 2019, ha suggellato la riconoscenza alle migliaia di genti migranti che nei secoli hanno permesso lo sviluppo di tale importante fenomeno sociale.
Uno dei rendez vous del settore si è tenuto a Spirano, nella Bassa Bergamasca, l’11 e 12 aprile grazie soprattutto all’intraprendenza di Daniele Savoldelli, di famiglia e lui stesso pastore. «Ho voluto fortemente questa manifestazione, che ha trovato riscontro anche nell’amministrazione comunale, perché mancava da anni un incontro dedicato alla pastorizia. Si tratta in verità della terza edizione di un’iniziativa che era iniziata prima del Covid e che era da allora sospesa. Averla riattivata è di fondamentale importanza per il nostro lavoro».
Savoldelli alleva circa 6.000 capi di pecora di razza Bergamasca, come hanno fatto tutti in famiglia prima di lui. «Proveniente dalla Val Seriana, il nonno stabilì il quartier generale a Masate, paese agricolo nell’hinterland milanese, territorio che era ricco di pascoli. Mio padre cercava buone situazioni per alimentare le greggi fino alla zona di Palmanova, a nord-est del capoluogo».
Nella cascina è stato realizzato anche un piccolo macello e uno spaccio di carni provenienti dai propri animali. Gli acquirenti sono «perlopiù persone di fede musulmana e ristoratori». Generalmente le destinazioni e i tragitti sono codificati da decenni, ma possono variare in base alle condizioni meteorologiche, tanto che «ogni giorno decidiamo se spostarci verso una località o l’altra». Poi ci sono gradite sorprese che vengono colte al volo come la sosta «tra Cinisello Balsamo e Monza, perché, passando per lì, ci siamo accorti che certi appezzamenti erano di nuovo inerbiti dopo trent’anni».
Savoldelli e i suoi collaboratori («ci sono persone, particolarmente predisposte, che lavorano con me da vent’anni») preparano un percorso informatizzato che comunicano ai comuni e alle azienda sanitarie locali con qualche mese di anticipo. Ferma restando l’incertezza del meteo…
«Questa manifestazione dimostra il grande valore della razza di pecora bergamasca, forgiata dal territorio con lunghe zampe e accrescimento rapido» ha affermato Antonio Gamba, veterinario che segue l’associazione Pastori Lombardi. Dello stesso parere uno dei numerosi esperti pastori presenti, il friulano Pietro Faidutti: «Anche sulle nostre montagne, tra Sappada e Forni Avoltri, la razza che si comporta meglio è la Bergamasca, grazie alla sua struttura morfologica e alla resa di carne».
I belati provenienti da recinti appositamente preparati hanno caratterizzato le giornate di Spirano: sabato 11 un’asta di arieti e domenica 12 la gara di tosatura tra tosatori italiani e neozelandesi sono stati momenti tecnici partecipati dagli addetti ai lavori, mentre l’arrivo di oltre 1.500 capi che hanno attraversato le strade del borgo ha coinvolto l’intera popolazione. Popolazione che ha potuto approfittare di un menu studiato da Vanni Forchini, macellaio prestato all’arte culinaria, a base di carne ovina. «Particolare valore hanno incontrato la pasta al ragù di pecora e la grigliata di agnellone gigante bergamasco, due portate dai sapori forti che in famiglia si preparano raramente. È invece letteralmente andato a ruba il cuz, ovvero la pecora bollita nel suo grasso, piatto tipico del comune di Corteno Golgi, situato tra Valcamonica e Valtellina».
Chi avesse voluto, poteva incontrare negli spazi antistanti il grande prato di assembramento delle greggi prodotti a base di ovini, dal ragù di pecora in vasetti dell’azienda agricola Mirko Imberti di Parre (BG) agli arrosticini da asporto dell’azienda agricola Bianchessi di Pizzino in Val Taleggio (BG), che hanno contribuito a far riscoprire questo sano alimento legato all’arte antica della transumanza.
Riccardo Lagorio
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