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Zootecnia

Alcune considerazioni sulla psicologia bovina

di Meroni E.


Per molto tempo la vacca è stata vittima di un pregiudizio tanto radicato quanto superficiale: quello di essere un animale semplice, poco reattivo, quasi passivo. Un luogo comune che ha influenzato non solo l’opinione pubblica, ma anche — in parte — il modo in cui la zootecnia ha impostato i propri modelli gestionali. Eppure, chi lavora quotidianamente in stalla ha spesso avuto una percezione diversa. E cioè la sensazione che le vacche “non siano tutte uguali”, che alcune siano più curiose, altre più diffidenti, che certe imparino più velocemente e altre necessitino di tempi diversi. Questa intuizione trova fondamento scientifico nella letteratura internazionale, in particolare nella review di Lori Marino e Kristin Allen, che hanno raccolto e analizzato anni di studi sul comportamento e sulle capacità cognitive dei bovini. Ne emerge un quadro sorprendente ma allo stesso tempo coerente con l’esperienza pratica: la vacca è un animale dotato di una vita mentale complessa, capace di apprendere, ricordare, scegliere e, soprattutto, relazionarsi.


Imparare, ricordare, adattarsi

Uno degli aspetti più rilevanti messi in evidenza dalla ricerca riguarda le capacità cognitive. Le vacche non si limitano a reagire agli stimoli: sono in grado di apprendere dall’esperienza e modificare il proprio comportamento in funzione di ciò che hanno già vissuto. Riconoscono persone e altri animali, ricordano situazioni anche a distanza di tempo e sviluppano vere e proprie strategie per affrontare problemi semplici. Non solo: l’apprendimento può avvenire anche per osservazione, un elemento particolarmente importante nei contesti di allevamento, dove il comportamento di pochi individui può influenzare quello dell’intero gruppo. Questo, in termini pratici, significa che ogni interazione può lasciare una traccia. Una movimentazione gestita male, un’esperienza stressante o, al contrario, una routine ben costruita, contribuiscono a modellare il comportamento futuro degli animali.


Emozioni: una dimensione concreta, non teorica

Se parlare di “intelligenza” può ancora suscitare qualche resistenza, è sul piano emotivo che la ricerca degli ultimi anni sta cominciando a compiere gli sviluppi più significativo. Le vacche non provano soltanto paura o tranquillità in senso generico: mostrano risposte che indicano stati emotivi più articolati. Al di là della presenza delle emozioni fondamentali, che da quando sono state per la prima volta studiate più di cent’anni fa trovano oggi un’approvazione accademica piuttosto diffusa, gli studi sul cosiddetto “bias cognitivo” descrivono come, a seconda delle esperienze vissute, un animale può interpretare una situazione nuova in modo più ottimistico o più pessimista. In altre parole, l’esperienza modifica non solo il comportamento, ma anche il  modo di “leggere” il mondo e dunque le sue emozioni correlate ad esso. Altre osservazioni evidenziano forme di contagio emotivo: l’agitazione o la calma di un individuo possono propagarsi nel gruppo. E ancora più evidente, anche nella pratica quotidiana, è la reazione alla separazione tra vacca e vitello, che conferma l’esistenza di legami profondi e tutt’altro che meccanici. Sono elementi che invitano a considerare il benessere animale non solo come assenza di patologie, ma come equilibrio complessivo tra ambiente, gestione ed esperienza.


Ogni vacca è un individuo

Uno degli errori più comuni potrebbe essere quello di considerare la mandria come un insieme uniforme. In realtà, le differenze individuali sono marcate e rilevanti. Alcune vacche sono più esplorative, altre più prudenti, alcune reagiscono rapidamente agli stimoli, altre necessitano di tempi più lunghi. Queste differenze — che la scienza definisce “tratti di personalità” — incidono direttamente sulla gestione quotidiana: dalla mungitura alla movimentazione, fino all’adattamento a nuove tecnologie. Riconoscere questa variabilità non significa complicare il lavoro, ma renderlo più efficace e — dico io — forse più in linea con le contemporanee esigenze etiche, che, va pur detto, possono avere una ricaduta su costi e produzione sia in termini positivi che negativi. In ogni caso, si può supporre che un approccio più attento alle differenze individuali consenta di ridurre lo stress, migliorare la collaborazione degli animali e prevenire comportamenti problematici.


Una società organizzata

Le vacche sono animali sociali e vivono all’interno di strutture relazionali complesse. All’interno della mandria si formano gerarchie, ma anche legami preferenziali tra individui che tendono a stare insieme, a muoversi insieme e a influenzarsi reciprocamente. Questi equilibri possono essere facilmente alterati da cambiamenti improvvisi: spostamenti frequenti, rimescolamenti continui dei gruppi o introduzione non graduale di nuovi soggetti possono generare instabilità e stress. Al contrario, la stabilità sociale rappresenta un fattore di benessere spesso sottovalutato, ma determinante anche sotto il profilo produttivo.


Dalla scienza alla stalla

A questo punto la domanda è inevitabile: cosa cambia davvero per l’allevatore? La risposta è semplice: potrebbe cambiare il modo di interpretare ciò che accade in stalla. Ad esempio, un animale che esita non è “capriccioso”, ma probabilmente sta reagendo ad uno stimolo che percepisce come incerto o minaccioso. Parimenti, una mandria agitata non è “difficile”, ma sta rispondendo a una gestione poco prevedibile o ad un ambiente troppo rumoroso. Integrare queste conoscenze significa lavorare su alcuni elementi chiave: la qualità delle interazioni uomo-animale, la prevedibilità delle routine, la gestione dei gruppi, l’attenzione alle fasi più delicate della vita produttiva. Il risultato potrebbe essere non solo etico, ma anche concreto. Animali meno stressati sono più gestibili, più sani e più produttivi. In altre parole, il benessere da costo o dovere potrebbe diventare un investimento.


Un cambio di prospettiva necessario

La zootecnia moderna si trova oggi davanti ad una sfida importante: conciliare efficienza produttiva e crescente attenzione al benessere animale. Le nascenti ricerche con le conseguenti conoscenze sulla psicologia bovina potrebbero offrire uno strumento prezioso per affrontare questa sfida in modo consapevole. È doveroso precisare che non si tratta di una mera attribuzione di caratteristiche “umane” alle vacche, ma di cominciare a riconoscere quello che la ricerca sta pian piano ipotizzando, mostrando e dimostrando: siamo di fronte ad animali capaci di esperienza, apprendimento e relazione. E forse, in fondo, è proprio qui il punto di incontro tra scienza e pratica. Perché molte delle cose che oggi gli studi cercano di dimostrare, gli allevatori più attenti le hanno sempre sapute. La differenza è che ora abbiamo gli strumenti per valorizzarle, sistematizzarle e trasformarle in un vero vantaggio gestionale.

Edoardo Meroni


Nota

L’articolo è frutto di una traduzione e personale rielaborazione dell’articolo a firma di Lori Marino e Kristin Allen “The Psychology of cows”, dx.doi.org/10.26451/abc.04.04.06.2017.



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