Carrù segna, Moncalvo risponde. Non è una gara, ma con un pizzico di campanilismo c’è pur sempre una sana competizione. Se per notorietà e dimensioni quella di Carrù è in cima alla classifica, dalla sua parte, per età e storicità, la Fiera del Bue Grasso di Moncalvo è davvero insuperabile. Si svolge da 386 edizioni — trecentottantesei! — in questo grazioso paese della provincia di Asti, sulle colline del Monferrato; l’ultima, nel 2024, si è tenuta mercoledì 11 dicembre. Unico anno di sospensione il 2020, ai tempi del Covid.
«Ne siamo orgogliosi» esordisce Luisella Braghero, presidente della Commissione Fiera del Bue Grasso di Moncalvo. «È una bella cosa perché è una premiazione sia per il grande lavoro degli allevatori, per i quali esserci è un vanto, che per i macellai, che riusciamo in questo modo a coinvolgere maggiormente. Ad esempio la macelleria Mosca1916 di Biella è tra le più premiate».
Sua Maestà il Bue Grasso di Moncalvo attira ogni anno migliaia di avventori e addetti ai lavori per osservare da vicino questi giganti bianchi ed è l’occasione perfetta per condire l’esperienza della festa con un assaggio di gran bollito misto di bue, il piatto principe della tradizione moncalvese.
Il clou della giornata è l’esposizione, a partire dal primo mattino, di oltre 80 capi di bestiame in un sito davvero particolare, sotto gli antichi portici della centrale piazza Cavour. In attesa della valutazione e della premiazione finale, sono distribuite al pubblico, gratuitamente, trippa e ceci caldi da parte delle signore e cuoche della Pro Loco, mentre nel frattempo si svolge in piazza e nei vicoli del centro storico il mercato agroalimentare.
Naturalmente ci sono anche macellerie, come l’agri-macelleria dei Fratelli Micco, che allestiscono un banchetto in strada per proporre street food carnivori. Imperdibile il panino di bollito con “salsa verde” a base di prezzemolo. Uno slurp! ci sta tutto.
Durante la Fiera una giuria d’esperti valuta intanto le 16 categorie in gara: 80 capi, 20-25 dei quali di bue grasso (12-14 quintali ciascuno) venduti ai macellai già prima dell’evento. Il premio, infatti, è doppio e in sodalizio: va all’allevatore e al macellaio.
È una fiera gremita di visitatori, e noi, naturalmente, c’eravamo, macchina fotografica a tracolla e stavolta anche come testimoni delle lente operazioni di cottura davanti ai pentoloni fumanti della chef Sonia Damarco, al ristorante Corona Reale. Con pazienza certosina, pezzo dopo pezzo, per ore, la Damarco ha cucinato un pranzo sontuoso, già sold out da giorni e disponibile solo su prenotazione. «Un tempo — spiega — il bollito era un piatto esclusivamente invernale, cucinato seguendo la tradizione con i sette tagli e le sette salse, ma da tre o quattro anni lo prepariamo sempre più spesso anche fuori stagione. Quando il caldo si fa sentire, eliminiamo i tagli più pesanti come la testina e il cotechino, e lo serviamo freddo, accompagnato da salse come il bagnetto verde. I turisti non mancano mai».
Con una cantina di 1.500 etichette, il Corona Reale offre una selezione che spazia dal Piemonte al resto d’Italia e del mondo: Nuova Zelanda, Sudafrica, Francia, Spagna e Germania, solo per citarne alcune. È insomma il locale ideale per abbinamenti audaci ma, con il bollito, la scelta è obbligata.
«Rosso, naturalmente!» interviene Domenico Andrin, marito di Sonia e appassionato di vino. «Con il bollito, i vini piemontesi sono una garanzia. Una volta si beveva molta Freisa, un rosso simile al Nebbiolo, di facile beva e con un tannino che pulisce il palato. Però la sua produzione è andata calando. Oggi vanno benissimo i Grignolino d’Asti e del Monferrato, due rossi con una buona presenza di tannino, oppure la Barbera e il Nebbiolo. Ma li consiglio giovani, affinati in acciaio, perché sono più leggeri e di facile beva. Tra un rosso classico e un superiore, meglio il classico: è meno complesso e invita a bere di più, perfetto per un piatto come il bollito misto che ti invita a bere tanto». Andrin aggiunge che con le rivisitazioni, come un’insalata di bollito, anche un bianco strutturato può essere una scelta interessante. «Un Gavi da uve Cortese, un Timorasso dei Colli Tortonesi o un Roero Arneis di lungo affinamento funzionano benissimo. Ottimi anche i rosé, magari da uve Barbera o Nebbiolo».
Il patrimonio enogastronomico di Moncalvo è tra i più rilevanti del Monferrato. Le eccellenze tipiche sono valorizzate dalle De.Co. (Denominazioni Comunali), che certificano prodotti che meritano un assaggio, ad esempio: gli Agnolòt ’d Moncarv (agnolotti di Moncalvo), il Car crùa ciapulaja (carne cruda battuta), la Grissia (pane grissia) e il Salam cheucc (salame cotto). A queste si aggiunge un’altra eccellenza che incarna la tradizione locale: il Tartufo Bianco di Moncalvo (Tuber magnatum pico). A completare il panorama, piccole produzioni di nicchia come i formaggi caprini e l’olio extravergine di oliva, ulteriore testimonianza della ricchezza del territorio. E naturalmente tanti vini, ma d’altra parte questo è il Piemonte ragazzi. Questo è il Piemonte!
Testi e foto di Massimiliano Rella
In foto la premiazione dei capi in piazza alla Fiera del Bue Grasso di Moncalvo, giunta alla 386a edizione.
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