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Eurocarni nr. 5, 2018

Rubrica: Carne e cultura
Articolo di Gaddini A.
(Articolo di pagina 166)

Giovanni Pascoli e la Romagnola

La sera del 10 agosto 1867 Ruggero Pascoli, amministratore dalla tenuta dei principi Torlonia di Torre San Mauro, in Romagna, fu assassinato da una fucilata tra San Giovanni in Compito e Savignano sul Rubicone, mentre tornava a casa in calesse. La cavalla dal mantello storno, ossia grigio scuro macchiettato di bianco, continuò per un tratto a tirare il calesse verso casa, che non era molto distante. Ruggero lasciava otto figli, tra i quali Giovanni, che all’epoca aveva undici anni e che, molto tempo dopo, nel 1903, scrisse la famosa poesia “La cavalla storna”, nella quale rievocava il dramma che aveva segnato la sua vita e quella della sua famiglia (dramma che richiamò anche in “X agosto”, “L’anello” e, in modo più velato, in altre opere).

Dopo un mese dalla morte di Ruggero la famiglia Pascoli dovette abbandonare la villa in cui abitava e, abbandonata anche dai Torlonia, restò senza fonti di reddito. La madre Caterina e la primogenita Margherita morirono l’anno successivo al delitto. I figli superstiti, tra i quali Giovanni, che probabilmente aveva individuato gli assassini di suo padre, dovettero allontanarsi da San Mauro per non cadere vittime dei sicari. L’azienda di Torre San Mauro, situata tra Rimini e Cesena, nel comune di San Mauro di Romagna, in seguito rinominato San Mauro Pascoli, fu affidata dapprima a Pietro Cacciaguerra, sospettato di essere il mandante dell’assassinio di Ruggero, e, in seguito, ad Ercole Ruffi. Dal 1876 l’ing. Leopoldo Tosi (1847-1917), genero di Ruffi, fu dapprima associato nella direzione della tenuta, quindi ne divenne amministratore unico e poi affittuario. Tosi trasformò in maniera radicale l’azienda, migliorando i terreni e dando un forte impulso alla bachicoltura ed alla produzione vitivinicola, con l’introduzione di nuovi vitigni che produssero vini di alta qualità molto richiesti, tra i quali uno spumante detto Champagne La Tour.

 

Allevare molto e scartare molto

Dove l’opera di Tosi ebbe l’effetto più clamoroso fu però l’allevamento bovino, riuscendo a trasformare la vecchia razza Romagnola, molto rustica ma poco produttiva, in una moderna razza con attitudini carne e lavoro equilibrate fra loro, tanto da creare una forte richiesta sia di riproduttori che di animali da macello da molte parti d’Italia ed anche dall’estero. Tosi seguiva il principio di “allevare molto e scartare molto”: nel 1900 l’azienda, su una superficie di 1943,98 ha, contava 1.362 capi bovini e vendette 201 torelli. Nel giugno dello stesso anno 20 capi furono inviati al Concorso universale di bovini riproduttori dell’Esposizione Universale di Parigi, dove vinsero due grandi medaglie d’oro di campionato, due medaglie d’oro (1o premio) e sei medaglie di bronzo. Leopoldo Tosi fu eletto sindaco di San Mauro di Romagna nei periodi 1880-1896, 1897-1903 e 1914-16; nel 1900, dopo il successo all’Expo di Parigi, gli fu conferita la cittadinanza onoraria. Per la sua profonda competenza Tosi fu anche nominato componente del Consiglio Superiore Zootecnico.

 

Bi e Ro

Leopoldo Tosi e Giovanni Pascoli strinsero una salda e duratura amicizia, che, vista la lontananza del poeta, si esprimeva soprattutto attraverso scambi epistolari e con l’invio da parte di Tosi di vini, barbatelle di vitigni romagnoli e alberelli da frutto, per rendere “il bouquet della piccola patria” a Pascoli, che così commentava: “mi faccio un po’ di Romagna qui intorno, così medico la nostalgia”. I due si felicitavano a vicenda per i successi internazionali conseguiti: Tosi per le vittorie del poeta nei vari certamina poetici ai quali prendeva parte e Pascoli per i successi dell’ingegnere coi suoi bovini nelle esposizioni internazionali. Pascoli tornò a San Mauro il 2 maggio 1897, dopo moltissime esitazioni, dovute al timore degli assassini di suo padre, ma anche delle vessazioni del fratello e del cognato, che chiedevano continuamente denaro. Il poeta rese visita a Tosi nella villa Torlonia, in cui era cresciuto e che aveva dovuto abbandonare, e volle vedere “il colossale toro Ceccone che era stato portato all’esposizione di Parigi. E altre bestie (…) magnifiche che fanno l’orgoglio dell’ingegnere e degli allevatori”.

La visita fece nascere in Pascoli l’intenzione di scrivere un poema georgico dell’agricoltura romagnola, che non portò poi a termine; si sarebbe dovuto chiamare “I Bovi della Torre” o “Bovi di Romagna” o “Bi e Ro”. L’ultimo titolo è ispirato ai tradizionali nomi dati ai buoi riminesi, usati anche come richiami: il bue di sinistra della pariglia era infatti detto ed aveva mantello rosso, mentre quello di destra era detto o Bonì, aveva mantello bianco o grigio chiaro e occupava quella posizione perché più adatto al lavoro. Pascoli definiva “Bi e Ro” come “tutta la storia italiana, il bove indigeno e il bove straniero”, probabilmente identificando il bue bianco, di ceppo podolico, come animale “straniero”, introdotto più di recente. Nel 1900 scriveva a Tosi: “e ricordati che sto per celebrare i buoi romagnoli e le tue sapienti stalle, che vanno molto meglio di quelle che dovrebbero essere l’asilo della Sapienza: le scule”.

Quando il toro Ceccone vinse un premio alla Mostra zootecnica di Parigi Pascoli gli dedicò un’epigrafe: “Se Virgilio vagasse ancora / cantando per le città romane il suo carme / qui sosterebbe / Roma / se ancor vinca / di qui trarrà i bianchi bovi / per le sue pompe trionfali”. Il riferimento era ai versi di Virgilio (Georgiche, II, 146-148) nei quali descrive il toro bianco, “il più grande dei sacrificati” che conduceva “i trionfi romani ai templi degli dei”. A richiesta di conoscenti appartenenti alla nobiltà, che avevano sentito parlare del toro Ceccone, Pascoli chiese a Tosi di inviargli delle foto, oltre ad un opuscolo sulla partecipazione dei bovini della Torre all’esposizione di Parigi, forse quello scritto dallo zootecnico Dino Sbrozzi, collaboratore e dal 1904 genero di Tosi. Al ricevimento di uno degli invii di foto, Pascoli commentò, in ringraziamento all’amico, “O cari bovi!”, e nel 1911 scrisse di “miti bianche grandi giovenche tue virgiliane”, sempre con riferimento ai versi delle Georgiche, per sollecitare a Tosi la vendita all’amico avvocato Raffaello Marcovigi di alcune manze, anche per il piacere di averle vicine e poterle vedere nella tenuta dell’amico a Granarolo, abitando il poeta a Bologna. La vendita non si perfezionò, dapprima per la presenza di focolai di afta epizootica, che impedivano la movimentazione del bestiame, e in seguito per il rifiuto del potenziale acquirente, che riteneva il prezzo troppo alto. Di questo Pascoli si scusò con l’amico Tosi, definendo l’atto una “ignorantata”.

Pascoli era cresciuto in campagna ed aveva una particolare attenzione per la natura e gli esseri viventi, animali e vegetali, alimentata dallo studio di trattati di botanica e zoologia. L’attenzione nei confronti dei bovini è anche evidenziato dalla poesia “O vano sogno”, pubblicata nella raccolta “Myricae”, nella quale il protagonista spiega “l’aulente fieno sul forcon m’arreco / e visito i miei dolci ruminanti”, mentre nella stessa raccolta la poesia “il bove” è dedicata alle percezioni distorte di un bue sul campo. La corrispondenza tra Leopoldo Tosi e Giovanni Pascoli si interruppe nel 1912 con la morte del poeta.

Andrea Gaddini

Dottore in Agraria

 

Bibliografia

  • Moreschi Bartolomeo (1902), I bovini di Romagna, Stabilimento tipografico V. Porta, Piacenza.
  • Pascoli Giovanni (2015), Myricae (a cura di Gianfranca Lavezzi), Rizzoli, Milano.
  • Pascoli Giovanni, Tosi Leopoldo (1989), Lettere, 1895-1912 (a cura di Clemente Mazzotta), CLUEB, Bologna.
  • Sbrozzi Dino (1900), La razza bovina romagnola dell’azienda Torre San Mauro (Fattoria Torlonia), Esposizione di Parigi, anno 1900, Tipografia Capelli successore Malvolti, Rimini.

 

Al camino, ove scoppia la mortella /

tra la stipa, o ch’io sogno, o veglio teco: /

mangio teco radicchio e pimpinella. /

Al soffiar delle raffiche sonanti, /

l’aulente fieno sul forcon m’arreco, /

e visito i miei dolci ruminanti: /

poi salgo, e teco – O vano sogno! Quando /

nella macchia fiorisce il pan porcino, /

lo scolaro i suoi divi ozi lasciando /

spolvera il badïale calepino: /

chioccola il merlo, fischia il beccaccino; /

anch’io torno a cantare in mio latino.

 

Giovanni Pascoli, XVI – O vano sogno, Myricae

 

 

Didascalia: Giovanni Pascoli.

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