Sono trascorsi i secoli, ma la transumanza resta ancora una necessità di vita per bestiame e allevatori. Si sono costruite stalle perfette che si amministrano al computer e al loro interno le azioni si susseguono con la precisione di un orologio. Ma dietro alla facciata di modernismo e tecnologia resta ancora, tramandato da generazione a generazione, questo incamminarsi di uomini e bestie, destate, dalla pianura alla montagna e, in autunno, allapprossimarsi delle prime nebbie, dalla montagna al piano.
Proprio così, si emigra due volte allanno. Padri e figli, sorelle, amiche, o semplici salariati uniti in un unico destino, portandosi dietro ricordi, immagini e speranze, aspettative e delusioni di una certa umanità che non conosce riposo ma solo una lunga strada faticosa e impervia: il tratturo.
Già, il tratturo. Cosè?
Il termine viene riportato senza fronzoli sui dizionari italiani: Viottolo erboso naturale per il passaggio di mandrie, diffuso in Abruzzo, Molise, Calabria e Puglia.
Bovini e ovini, mandriani vari, cavalli, asini e cani, uomini e donne, anziani o appena sbocciati alla vita, sono questi i principali protagonisti, se non addirittura gli unici, di un dramma intenso e silenzioso, ricco di una propria umanità che non conosce incertezze, lamenti o paure.
Quando la carestia minaccia uomini e bestie, quando allapprossimarsi del gran caldo che tinge di giallo la pianura, ecco che è arrivato il momento di imboccare il tratturo.
Ci siamo trovati, tempo fa, proprio in Abruzzo, ed abbiamo vissuto con gli altri protagonisti una odissea che spesso non si può descrivere a parole, densa comè di significati psicologici, sociali e, quindi, soprattutto umani.
Lo scenario principale è dato dalle ondulate colline del Gran Sasso, a circa 1.600-2.000 metri di altitudine, che si susseguono a perdita docchio, sotto un cielo dai colori cangianti tra boschi di faggi, querce e castagni che, quasi allimprovviso, sprofondano nelle Langhe (questultimo termine dal significato tutto regionale e che serve ad indicare paurosi avvallamenti che si distendono per chilometri nella boscaglia silenziosa rotta solo a tratti dai cinguettii di pispole e cardellini).
Si doveva arrivare in quel luogo dopo essere partiti tre giorni prima, dalla piana di Santangelo, in quel di Pescara.
La notte che precede la partenza della carovana, uomini, donne e bestie sono tutti in fermento, come se avvertissero nel loro DNA limminenza di un nuovo destino.
Si avvertono conciliabili, appena sussurrati, ordini secchi che partono in sordina, rimescolii di pentole, tegami, treppiedi, mentre il capo carovana Giovanni Conti, un settantenne dal viso bruciato dal sole che, dopo aver dato unocchiata allintera mandria, si avvicina alla vacca più anziana, Sensitiva, laccarezza, fa moine toccandole la fronte, le mammelle, il dorso. Già lo sanno tutti: quella è la vacca che dovrà fare da battistrada e alla quale subito dopo viene messo al collo un campanaccio. E lindomani, allalba, sarà proprio quel campanaccio a risvegliare tutti.
Quando lo senti lalba si sta appena sfilacciando nella piana.
Le vacche sono tutte alzate, mentre gli uomini si avvicinano ai cavalli accarezzandoli, le donne si affrettano a conservare, in sacchi di iuta, i loro attrezzi da cucina. Poi la voce del capo, stentorea, prolungata, come una nenia, alza il braccio e dà il segnale della partenza.
Ed allora, come per incanto, oltre 150 bovini, una decina di cavalli, più asini, cani e qualche gatto, si mettono in marcia appunto verso la Majella, che dista una trentina di chilometri dalla Piana delle Valli.
I tre mesi passeranno presto. Ognuno lo sa ma tace, come se ricordare la partenza porti sfortuna.
Sui verdi prati di Campotosto, ad un tiro di schioppo dai Corni del Gran Sasso le giornate sono scandite da lavori che i protagonisti definiscono normali.
Ci si alza allalba, si fa un giro, spesso in gruppo, tra le vacche distese; si arriva alla carnaccia che serve ad attirare i lupi (se ce ne sono in giro) e nel contempo a tranquillizzare gli uomini, sul modo in cui questi predatori girano intorno alla mandria.
Poi si torna per fare colazione con caffè, latte e salame ben pepato con lo zafferano. Successivamente gli uomini vanno a legna, mentre le donne sono intente a preparare il pranzo nei grossi paioli. A volte è necessario rafforzare la staccionata dei vitelli e guardare bene il terreno se ci sono orme di lupo o di faine.
Si beve latte, ma quello che resta dalle poppate dei vitelli. Se ne avanza si fanno mozzarelle o caciotte, oppure qualche pezzo di formaggio. Si pranza verso le tredici, quasi sempre con spaghetti, fettuccine alla chitarra o cavatelli fatti a mano dalle donne. Allimbrunire una perlustrazione generale tra le vacche distese a ruminare. A volte, di giorno, si va a funghi o a more. Quando nasce un vitello è un piacere ed è questa loccasione per stappare una bottiglia di vecchio.
Così trascorre il tempo, e le settimane e i mesi passano.
Un giorno ci si accorge che le giornate si sono accorciate e masse di nuvole grigie fanno la ronda sui picchi del Gran Sasso.
È arrivato il momento di ripartire.
Nella fase di ritorno si ripetono quasi tutti i riti della partenza, a cominciare dal campanaccio che, ancora una volta, viene fissato al collo della vacca più anziana. Si riprende il tratturo verso la valle. Durerà tre giorni e tre notti.
Finisce così unaltra transumanza, interdetta fino a qualche anno addietro per evitare il diffondersi di una pericolosa malattia degli ovini, la lingua blu. E con essa si conclude, ancora una volta, quellantico retaggio contadino.
Comunque se ne parlerà ancora, forse domani, o tra un mese, in toni sobri, pacati, magari venati da una lieve patina di malinconia.
Franco Rosito
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