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Interviste

Il futuro della bottega? Sta nei numeri

di Benedetti E.


Nel commercio al dettaglio italiano le botteghe di quartiere e le macellerie storiche stanno vivendo una mutazione profonda. Schiacciate dalla grande distribuzione e dalle promesse del low cost, molte attività rischiano di sparire. Non per la qualità del prodotto, che spesso c’è, ma per un buco gestionale e strategico che a questi imprenditori nessuno ha mai insegnato a colmare. È qui che entra in gioco Giuseppe Tropeano: imprenditore seriale e consulente che, con il progetto e la community di Macellaio Imprenditore, sta riscrivendo il destino del comparto carni in Italia. Il suo percorso non nasce dietro una cattedra, ma dietro il banco. Gavetta a 16 anni, prima attività a 20, fino a 6 negozi gestiti in prima persona: successi, errori e fallimenti li ha vissuti sulla propria pelle. A questa esperienza ha unito 10 anni di studio verticale su neuromarketing e gestione economica, costruendo un metodo semplice e replicabile per trasformare l’artigiano del banco in un vero imprenditore. Il suo approccio rovescia un dogma del settore: la qualità della carne, pur fondamentale, scende dal podio delle priorità. Al primo posto salgono i numeri, il controllo dei margini e l’esperienza d’acquisto. Con corsi di formazione, affiancamento one-to-one e strumenti proprietari come il gestionale Macellaio Pro, Tropeano non vende miracoli: vende un sistema. E il risultato che insegue non è solo più fatturato, ma restituire tempo e dignità a chi sta dietro quel banco.


Giuseppe, la tua esperienza da imprenditore è iniziata presto…

«Prestissimo. Tra i 16 e i 19 anni ho fatto la gavetta in bottega, a 20 anni ho aperto la mia prima attività in gestione diretta. Da lì sono arrivato ad averne sei. Nel corso degli anni ho investito anche in un altro comparto, il beauty, ma la macelleria e, soprattutto, la salumeria restano le mie passioni. È dietro quel banco che ho imparato davvero come funziona una piccola bottega, quelle di una volta».


Da dove nasce l’amore per la consulenza?

«Nel 2015 decido di dedicarmi alla consulenza e comincio a studiare a fondo tutti i problemi in cui mi ero scontrato da imprenditore: il personale, i numeri di fatturato, i pagamenti e il cash flow da far quadrare, il marketing da costruire. Mettendo insieme le mie esperienze e lo studio ho iniziato finalmente a darmi delle risposte. Da lì la scelta: aiutare le piccole botteghe a gestire i numeri nel modo giusto, specializzandomi prima su macellerie e salumerie e poi concentrandomi solo sul comparto carni».


Cosa ti distingue dagli altri consulenti che affollano il mondo del food?

«Io non parlo per sentito dire. Mi sono formato nel comparto carni e ho vissuto in prima persona le rogne che ogni giorno tolgono il sonno a chi sta dietro quel banco. Le capisco perché le ho avute io. La differenza è che poi ho studiato tantissimo per trasformare quei problemi in soluzioni concrete, non in teoria da convegno».


Un esempio?

«Il neuromarketing. Negli ultimi dieci anni l’ho approfondito molto: se conosci il percorso decisionale del cliente, cioè come ragiona davvero quando compra, puoi costruire dentro il negozio delle strategie che orientano le sue scelte. Per questo alle botteghe diciamo una cosa chiara: oggi non basta saper lavorare bene la carne. Serve uno staff formato, che sappia accogliere le persone e che sappia vendere con le parole. La bravura al banco non si discute, ma da sola non basta più».


Come inizia il vostro lavoro di consulenza?

«Si parte sempre dall’analisi del negozio, anche con audit in incognito. Per questo ho un’azienda dedicata, Food Secret Audit, che fa ispezioni sotto copertura del punto vendita per misurare come funzionano davvero spazi, staff e prodotti. È un servizio che svolgiamo molto anche per la GDO».


Qual è il focus del vostro lavoro?

«Far passare forte e chiaro un messaggio: lo staff va formato, e non solo a tagliare e lavorare bene carne e salumi. Poi serve un sistema per controllare i numeri. E noi lo insegniamo con lo stesso metodo che si usa con i bambini: prima carta e penna, ti spiego a mano come si calcola il margine o il punto di pareggio di un negozio, poi un file Excel su cui ti alleni e solo alla fine si passa al gestionale. È come a scuola: prima impari le tabelline, poi usi la calcolatrice. Infine si lavora sulla raccolta dei dati della clientela. Per questo abbiamo creato Konnecto, il nostro CRM di proprietà: segmenta i clienti per abitudini d’acquisto e li stimola a tornare più spesso».


E per far entrare nuovi clienti?

«Lì entra il nostro reparto marketing: sponsorizzazioni su Facebook, Instagram e Google, grafiche e tutti i materiali che servono per portare gente dentro al negozio».


Quindi siete anche un’agenzia di comunicazione e marketing?

«Esatto. In passato dicevo ai clienti di farsi le grafiche da professionisti esterni, ma creava solo confusione. Oggi facciamo tutto internamente: campagne, materiali, comunicazione. Perché un buon prodotto, da solo, non basta: ci vuole un’analisi del territorio e della concorrenza. La regola è semplice: non devi fare la bottega come piace a te, ma come piace al mercato».


Dietro Macellaio Imprenditore, Konnecto, Macellaio Pro e Food Secret Audit c’è un’unica regia?

«Sì. Tutti questi progetti fanno capo ad Apocalisse GDO Srl, la società che li riunisce. Ognuno presidia un “pezzo” del lavoro: la formazione con Macellaio Imprenditore, il CRM con Konnecto, il controllo dei numeri con Macellaio Pro, le ispezioni con Food Secret Audit. Ma rispondono tutti ad un’unica visione: dare al titolare gli strumenti per competere davvero sul mercato».


A proposito di Grande Distribuzione: hai anche scritto un libro vero?

«Sì, si intitola Apocalisse GDO ed è scritto per le botteghe. Ma attenzione: non è un libro contro la Grande Distribuzione. Demonizzare la GDO è l’errore più comune e anche il più inutile. Io faccio il contrario: spiego al piccolo negozio cosa può imparare da chi muove i grandi numeri e, soprattutto, su quale terreno può batterlo. Perché la bottega non vince copiando la Grande Distribuzione, vince facendo benissimo ciò che la Grande Distribuzione non potrà mai fare».


Per quanto tempo seguite un cliente?

«Dipende dal progetto. Abbiamo clienti che ci seguono da sette anni, ma in media ne bastano tre: dopo, l’imprenditore acquisisce una sua autonomia di gestione. Il problema più grande di chi ha un’attività è che gli serve qualcuno che lo aiuti a prendere le decisioni, quelle giuste. Noi siamo lì per questo: visione, esperienza e strumenti. E il giorno in cui un cliente non ha più bisogno di noi, per me, è il giorno in cui ho fatto bene il mio lavoro».

Elena Benedetti


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