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Attualità 

Cavalli e asini animali d’affezione, distruzione di un patrimonio italiano

di Ballarini G.


Una proposta di legge per riconoscere cavalli, asini, muli e bardotti come animali d’affezione equiparandoli a cani e gatti, vietandone macellazione e uso alimentare, riguarda una popolazione censita di oltre di circa 450.000 animali di quasi una quarantina di razze italiane autoctone. Una legge che, se applicata, porterebbe alla distruzione di un patrimonio biologico di valore inestimabile che deve essere invece tutelato.


Nuova legge e mattanza di animali

Dalle grandi diversità di ambienti e per le differenti culture che si sono sviluppate nella Penisola, deriva la grande diversità di razze equine e asinine, ognuna delle quali selezionata e sviluppata adeguandosi alle specifiche differenze climatiche dei luoghi, tipi di vegetazione e quindi di alimentazione animale e umana, usi degli equini in ambienti agricoli urbani, civili e bellici, nonché usi alimentari delle loro carni fresche e conservate, con una quarantina di PAT – Prodotti Agroalimentari Tradizionali particolarmente rinomati, soprattutto, ma non esclusivamente, in Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Puglia e Sicilia.

L’applicazione della proposta di legge come oggi conosciuta porterebbe ad una preventiva grande mattanza di equini. Se considerati come animali d’affezione, la soppressione degli equini sarebbe legale solo se finalizzata ad evitare inutili sofferenze per malattie incurabili o terminali (con grave compromissione della qualità della vita) o per comprovata pericolosità. Questo significa che chi è in possesso di un cavallo, asino, mulo o bardotto, animali che possono arrivare fino ai 30/ 40 anni, deve tenerlo in vita anche quando non è più usabile e fino a che non si ammala di malattia grave o muore di vecchiaia.

In Italia l’allevamento equino e asinino ha una presenza diffusa e la maggior parte delle aziende è di piccole o medie dimensioni, con una media di circa 17 capi per azienda, e un orientamento produttivo ippico-sportivo/equestre-diporto, carne, latte, quest’ultimo specialmente per gli asini. La maggior parte degli allevamenti equini segue un metodo estensivo o semi-estensivo all’aperto, con alimentazioni basate su risorse naturali, tipiche di ogni zona rurale. I piccoli allevamenti hanno un fatturato annuo che non supera i due milioni di euro e impiegano meno di dieci dipendenti. Si tratta di imprese individuali riflesso di una tradizione imprenditoriale radicata, con gestione diretta da parte del titolare o del nucleo familiare, e non raramente associate ad allevamenti di altri animali, soprattutto bovini.

Questi allevamenti si sostengono in buona parte con la vendita come animali da macello di soggetti a fine carriera o non più convenientemente utilizzabili. Per una legge che vieta l’uccisione degli equini se non gravemente ammalati, è facile prevedere che vi siano proprietari che decidano di chiudere l’allevamento, macellando gli animali fin che è possibile, utilizzando anche la “vacatio legis” che esiste tra la pubblicazione della legge e la sua applicazione. Molte delle razze equine italiane sono presenti in un limitato numero di piccoli allevamenti, con pochi animali, e la legge ora in discussione porterà alla loro scomparsa, con un’irreparabile perdita di una biodiversità biologica, per altro continuamente ricordata a tutti i livelli della nostra società.


Equini abbandonati, randagi e ferali

L’esistenza di animali familiari comporterà la comparsa di animali abbandonati. Si dovrà quindi pensare e provvedere alla costituzione di rifugi per equini, magari gestiti da associazioni no-profit o volontari come avviene per i rifugi di cani e gatti. Ma in mancanza di questi da chi? E chi li sosterrà economicamente? La presenza in alcuni territori italiani semiabbandonati, come diverse aree appenniniche, di equini randagi, porta inevitabilmente alla comparsa di equini ferali, che vivono e si riproducono in natura, senza dipendere dall’uomo, spesso rinselvatichendosi. A differenza dei randagi, evitano il contatto umano, vivono in branchi o colonie e presentano istinti di sopravvivenza fortissimi. La presenza di equini ferali o semi selvatici modifica antichissimi equilibri biologici, con conseguenze ad oggi imprevedibili, ma comunque da evitare.


Quale utilità di questa legge?

In Italia vi sono circa 160.000 leggi e norme vigenti, in gran parte vecchie, come i regi decreti, e non abrogate, e in buona parte dimenticate e non osservate. Un numero elevatissimo, circa dieci volte superiore a Francia, Germania e UK messi insieme. Da quanto esposto ci si deve chiedere quale sia l’utilità di una legge che provoca irreparabili danni senza dare benefici, se non soddisfare qualche persona che non vuole mangiare carne di cavallo, cibo che nessuno è obbligato a portare in tavola.

Prof. Em. Giovanni Ballarini

Università degli Studi di Parma



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