La definizione degli accordi di libero scambio tra Unione Europea e altri Paesi ha stimolato un acceso dibattito sui rischi che potrebbero insorgere per la nostra industria agroalimentare, in particolare a fronte dell’asimmetria a livello regolamentare che potenzialmente potrebbe ingenerare forme di concorrenza sleale a svantaggio sia dei produttori europei sia dei consumatori. In particolare, la firma dell’accordo con il Mercosur ha fatto emergere una forte resistenza da parte di alcuni Paesi EU, in primis la Francia e la Polonia, e ha accelerato la definizione di regole di tutela e forme di sostegno alle imprese comunitarie. Abbiamo approfondito questo argomento con il contributo di Paolo De Castro, presidente di Nomisma.
Il rischio di concorrenza sleale da parte dei produttori extraeuropei
Il commercio internazionale è una competenza esclusiva dell’Unione Europea, per cui il voto contrario espresso da Francia, Polonia, Irlanda e Austria rispetto all’accordo con il Mercosur per ora ha solo una valenza di politica interna. Una volta ottenuto il parere favorevole da parte della Corte di Giustizia sulla coerenza dell’accordo con i trattati l’accordo di libero scambio con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay, verrà applicato comunque anche ai Paesi che hanno votato contro. Questo non toglie che le preoccupazioni manifestate dagli agricoltori e allevatori EU non siano prive di fondamento. «Indubbiamente oggi esiste una asimmetria regolatoria tra l’Unione Europea e i Paesi extraeuropei, inclusi quelli del Mercosur, relativamente a temi cruciali come gli standard qualitativi richiesti ai nostri produttori, l’uso di fitofarmaci e antibiotici, il divieto assoluto di utilizzo degli ormoni della crescita negli allevamenti. Un sistema di regole stringenti che ha contribuito a rendere i prodotti europei più sicuri e sostenibili, ma sovente anche più costosi rispetto a quelli di altri Paesi dove non esiste l’obbligo di rispettare questi criteri», spiega De Castro. Questo ha causato timori e malumori tra coloro che si occupano di produzione agroalimentare a livello europeo relativamente al rischio di concorrenza sleale che potrebbe derivare dall’implementazione degli accordi di libero scambio e dal conseguente ingresso sui nostri mercati di prodotti più economici e meno sicuri. L’importanza di questi accordi per favorire le relazioni commerciali con altri mercati è indubbia, ma le possibili distorsioni derivanti dall’asimmetria regolatoria non sono un’invenzione protezionistica dei produttori EU della filiera agroalimentare. Esistono e sono reali. Per questo sono state previste forme di tutela e garanzie aggiuntive.
Come cambia la PAC?
L’agroalimentare oggi è il primo settore economico dell’Unione Europea, con una forte vocazione all’export, per cui è particolarmente sentita l’esigenza di tutelarne lo sviluppo. La presidente della Commissione, per venire incontro alle richieste degli agricoltori, ha proposto di anticipare, per gli Stati Membri che ne faranno richiesta, dal 1o gennaio 2028, 45 miliardi destinandoli al settore agricolo. Risorse che si sommano ai 300 miliardi già previsti e al 10% minimo del Fondo Unico da destinare alle politiche rurali, recuperando così il taglio inizialmente proposto a luglio sul budget PAC portando la somma complessiva per la prossima programmazione vicino a 400 miliardi, cifra leggermente superiore allo stanziamento attuale pari a 384 miliardi. «Tutto ciò è stato possibile grazie anche ad un intervento diretto del nostro Governo, che ha permesso tra dicembre e gennaio di passare da un voto negativo ad uno positivo sul Mercosur. Per l’Italia significa incrementare la dotazione di quasi 10 miliardi di euro per la PAC e questo è un risultato di fondamentale importanza per sostenere il settore», illustra il presidente di Nomisma.
Non solo risorse aggiuntive ma anche clausole di salvaguardia
A maggior tutela dei produttori della filiera agroalimentare europea, anche le clausole di salvaguardia sono state rafforzate. Nello specifico, nella fase finale del negoziato con i Paesi del Mercosur è stato definito che, qualora le importazioni dai Paesi partner incidano in modo significativo sui prezzi dei prodotti agricoli europei, scatterebbe automaticamente un meccanismo di protezione che blocca ulteriori ingressi. In termini concreti, la soglia è stata ridotta rispetto all’8% inizialmente previsto e l’Europa potrà interrompere automaticamente le importazioni se i prezzi interni dovessero subire impatti superiori al 5%.
Maggiori controlli alle frontiere
Altro punto cruciale emerso in questa fase è il rafforzamento dei controlli alle frontiere in modo da garantire il rispetto degli standard richiesti dalla UE, ai quali i produttori dell’agroalimentare italiano devono già attenersi in modo stringente. «Sulla carta, la normativa europea è chiara: nessun prodotto che non rispetti gli standard UE può entrare nel mercato unico. Nella pratica, però, i controlli sono spesso limitati e basati su campionamenti minimi, specie nei grandi porti di ingresso, e questo potrebbe non rappresentare una garanzia sufficiente, a tutela sia dei nostri produttori, sia dei consumatori. In altre parole, in fase di implementazione degli accordi di libero scambio andrà fatto tutto il possibile affinché l’apertura dei nostri mercati non si traduca in un clamoroso autogol», conclude De Castro.
Fonte: Nomisma Agroalimentare
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