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Sono 180 grammi, lascio?

Blanc Bleu Belge ed esplosioni d’amore

di Papalato G.


Ho amato Idles con “Brutalism” prima e “Joy as an Act of Resistance” poi, in un crescendo rapido quanto intenso. E i due album successivi, la consacrazione di “Ultra Mono” (ma c’era la pandemia) e “Crawler”: dischi che, col senno di poi, sono di transizione, ma che, nell’immediato, mi hanno preso e quasi subito abbandonato. Pochi mesi fa esce un nuovo singolo, lo guardo non aspettandomi qualcosa in particolare. Sbaglio, perché gli input audio e video sono tanti e tutti interessanti. A partite dal frontman Joe Talbot che guarda in camera accanto ad uno stupendo esemplare di Blu Belga. Iconico, inconfondibile, non può lasciare indifferenti.
In francese “Race de la Moyenne et Haute Belgique” o anche “Blanc Bleu Belge”, questa razza prende il nome dal colore del pelo a chiazza blu-grigio, anche se può variare dal bianco fino al nero.
Storicamente molto diffusa in medio e alto Belgio, così come nel Nord della Francia, emerge decisamente nella seconda metà del 1800. È un ramo misto incrociato con la Durham inglese, inizialmente impiegata come animale a doppio scopo, venne poi selezionata per aumentare la massa muscolare, universalmente conosciuta come “doppia muscolatura”.
Caratteristica che la connota e la identifica: ha meno grasso e più carne rispetto ad altre razze, un elemento che può renderla convenzionalmente meno appetibile. È invece gustosa e apprezzata per la maestosa massa magra, tenera e ricca di proteine.
È di grossa taglia e dalla corporatura squadrata: la femmina pesa tra i 700 e i 900 kg, mentre il maschio varia tra i 1050 e i 1300 kg. Scheletro e cranio leggeri, pelle sottile e arti piccoli migliorano la resa alla macellazione, ottimizzando il rendimento delle carcasse.
Sicuramente se il regista del video del primo singolo di “Tangk” voleva un’immagine d’impatto, scegliendo una Blu Belga ha fatto centro: ti arriva forte e dritta e contribuisce a far esplodere il pezzo. Prima, però, la puntina suona Idea 01, la cassa della batteria come il battito di un cuore, i tasti del pianoforte sembrano tanti ma sono gli stessi suonati rapidamente, le chitarre nubi che passano sul sole, il canto non declama come d’abitudine ma piange come solo il soul sa fare, le parole sono frammenti che si compongono, così concrete che le puoi quasi vedere. Perdere e smarrire. Poi i tasti sono suonati più forte, prima di sparire e lasciare che il battito si fermi.
Riprende con la tachicardia di Gift Horse e un riff di basso che scava e ti viene incontro. Talbot adesso è feroce, sputa frustrazione e usa la sua rabbia come energia. Le chitarre inscenano un balletto frastagliato, seguendo il crescendo tra urgenza e introspezione, fino ad esplodere nel ritornello che diventa astrazione: osservare dall’esterno la rappresentazione della propria autodistruzione.
È qualcosa che non tutti riescono a fare nel calderone post punk che riempie chat e riviste: attraverso gli strati di aggressività si espone la propria vulnerabilità. Allora tutto sembra allentarsi, suono di ingranaggi meccanici che sembrano perdere i giri, il controllo. Poi, di nuovo dal nulla, il ritmo si ricompone, con una determinazione rinnovata, una forza trascinante. Alla fine ti trovi senza fiato a ripensando alla brutalità e alla bellezza di cui sei stato partecipe.
Pop Pop Pop, oltre a ribadire l’inedita natura multiforme del disco, è un brano che si racconta ipnotico, seduce nel suo beat digitale senza asperità e nel cantato che invece somma spigoli, mettendo allo scoperto uno dei produttori: Nigel Godrich (considerato il sesto Radiohead) usa come un filo rosso che unisci dischi di diversi artisti, i suoni di alcuni synth polifonici della serie Prophet di Sequential.
Tamburi e legni aprono la sorprendente Roy, una ballad viscerale e ubriaca, dove i polmoni sono svuotati per la voce rotta d’amore, tra chitarre sgargianti e jingle jangle accennati di anni ‘60, garage e ancora quel soul che sfugge alle classificazioni ma ti prende il petto tra mani.
Onirica e sfuggevole, una colonna sonora notturna, aggrappata ad un piano che sembra l’unico appiglio rimasto, si muove a piccoli passi, archi tesi e ascensioni controllate: A Gospel mette in scena la fine di una relazione e commuove come il tempo fornisca nuove consapevolezze e la capacità di raccontare.
Man mano che i brani si susseguono è sempre più chiaro come “Tangk” sia un album in cui la catarsi e la condivisione sono gli obiettivi dichiarati e raggiunti.
Una ouverture di archi prepara le danze di Dancer, libera e liberatoria, dove i cori di James Murphy e Nancy Whang di LCD Soundsystem sottolineano la connessione basica tra corpo e ritmo, una prerogativa di Idles che si manifesta attraverso forme espressive diverse, ma credibili, soprattutto in questo ultimo lavoro.
Danzare ancora, al ritmo digitale della drum machine (una Linndrum, ancora Godrich), senza saliscendi forsennati certo, ma il corpo non può non seguire il movimento che lo chiama, mentre salgono le parole di un ritornello che è un manifesto: “No God, No King, I Say Love Is The Thing”. Eccolo il senso di quest’album, l’amore nelle sue molteplici forme, motore dolce quando potente, arma e scudo, necessario per chiunque da dare come da ricevere.
Forti di questa consapevolezza, il trittico che irrompe è una sequenza potente che riporta Idles su coordinate familiari: Hall & Oates in due minuti e mezzo appicca il fuoco, le chitarre sono roventi e la ritmica massiccia, le parole fiamme che riempiono ogni centimetro dello spazio in cui sono le casse.
Jungle è tribale, si carica su un riff che è una scossa, tamburi e piatti prima marcano poi spingono, mentre Talbot non smette di dare voce a chi vuole salvarsi, per salvare, per farsi salvare. Chitarre che emanano elettricità e crescono, per poi infilarsi una nell’altra, la gratitude di chi immagina il proprio funerale per una vita che stava buttando e da cui si è emancipato, dove la negatività diventa energia, dove attraverso l’urgenza artistica si può stabilire un corridoio emotivo.
Monolith chiude il disco sorprendendo ancora, attraverso una riflessione che si sposta orizzontalmente, intima e pacificata finisce affidando le ultime note ad un sax, rappresentando così la scelta di esprimersi nell’imprevedibile come gesto più alto per essere liberi.
“Tangk” è un disco forte e commovente nelle sue eterogeneità stilistiche ed espressive, la dichiarazione forte e sicura di una band cresciuta enormemente nel corso degli anni, tanto da essere inaspettati numero 1 in classifica UK. Le poche e sterili critiche di chi li voleva uguali agli esordi, stereotipati replicanti di recite uguali a se stesse, non capendo che certe band, per fortuna, sono più di un genere musicale, di un’etichetta che per comodità qualcuno gli appiccica sopra, se ne faranno una ragione: gli Idles hanno scelto di dare forma alla possibilità, liberi di non essere rinchiusi in qualcosa di codificato. Dopotutto “Tangk” è il rumore di un’esplosione, contiene un carro armato e un ringraziamento, sceglie di colpire.


Giovanni Papalato


In foto il cantante di Idles Joe Talbot nel video di “Gift Horse” con un capo di razza bovina Blu Belga.



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