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Interviste

Gli allevamenti puntano all’abbattimento delle emissioni

di Redazione


Produrre più carne, soprattutto nelle aree del mondo dove si registra ancora carenza di proteine animali nell’alimentazione, impattando di meno sull’ambiente: è la grande sfida che sta affrontando il mondo delle produzioni zootecniche nella cornice degli impegni globali assunti da 197 Paesi dopo la conferenza sui cambiamenti climatici Cop 26. Il settore agricolo ha un impatto minoritario sulle emissioni mondiali, dell’ordine del 14%, ma gli allevamenti contribuiscono in modo significativo, soprattutto per quanto riguarda le emissioni di metano. Da qui l’impegno del settore per ridurre gli impatti. Ne parliamo col prof. Carlo Angelo Sgoifo Rossi, ordinario del Dipartimento di Medicina Veterinaria e Scienze Animali dell’Università di Milano, pioniere in Italia degli studi sugli impatti ambientali della zootecnia in generale e dell’allevamento bovino in particolare.

«In Italia siamo più virtuosi perché il contributo della zootecnia sulla emissioni è di circa il 7% del totale, ma c’è comunque uno sforzo collettivo per migliorare da parte di tutti i soggetti delle filiere», spiega il prof. Sgoifo Rossi. «Premetto che gli studi più recenti sul carbonio biogenico hanno dimostrato che la componente del metano rende le emissioni di CO2 di origine animale molto diverse da quelle originate dai trasporti o dai processi industriali, in quanto rientrano nel ciclo naturale in pochissimo tempo. Ciò detto, si può intervenire in vari modi per contenere e limitare le emissioni di metano, a cominciare dal miglioramento dell’efficienza produttiva a parità di input (alimentazione, numero di animali presenti in allevamento, uso dell’acqua, ecc…): lavorando su questi parametri si migliora la produzione senza aumento di risorse e si crea un allevamento migliore dal punto di vista del benessere animale».


Ci sono altre possibilità di intervenire?

«Un argomento su cui stiamo lavorando da 15 anni è quello dell’ottimizzazione delle fermentazioni animali (il professor Sgoifo Rossi è titolare di un corso su Alimentazione e impatto ambientale, NdR). I ruminanti hanno la meravigliosa capacità di trasformare la fibra vegetale, cosa che nessun animale monogastrico può fare in modo efficiente, con un processo che comporta la produzione di protoni H+ che si formano dalla degradazione della componente fibrosa e che devono necessariamente essere eliminati per la salute dell’animale. Qui nasce la produzione di metano. Ma, attraverso un corretto bilanciamento delle diete, si può ridurre la produzione di questo gas nel pieno rispetto della salute dell’animale.

Va detto che gli allevamenti confinati o protetti, dove c’è la massima ottimizzazione della gestione alimentare, con un equilibrato utilizzo della componente fibrosa, sono meno impattanti rispetto al pascolo, dove la produzione è decisamente meno efficiente.

In questo tipo di allevamento, peraltro il più diffuso, si possono applicare delle strategie che, utilizzando complementi alimentari naturali, riescono a modulare le popolazioni microbiche che si trovano all’interno del rumine e che svolgono il processo di fermentazione di ciò che viene ingerito.

L’80% di quello che un ruminante mette in bocca viene completamente rimodellato nel rumine e intervenendo sulle fermentazioni si riesce effettivamente a ridurre la metanogenesi nel pieno rispetto della salute dell’animale. In pratica, si favoriscono delle popolazioni batteriche che sono solo positive, sia in termini di nutrimento per l’animale sia per le componenti che possono essere fastidiose per animale e ambiente».


Può fare qualche esempio di questi complementi per l’alimentazione? Come funzionano?

«Ci sono sul mercato diversi prodotti, ma sono pochi quelli con validazione ambientale, come Rumitech, Agolin e Anavrin. Su quest’ultimo, in particolare, abbiamo riscontrato un’efficacia importante con studi che ormai hanno vent’anni e hanno visto coinvolti ricercatori di molte università. Si tratta di una combinazione sinergica di oli essenziali, tannini e bioflavonoidi selezionati appositamente per supportare e migliorare la funzione del rumine. Gli studi hanno evidenziato che delle componenti vegetali naturali contenuti in Anavrin, nello specifico degli oli essenziali, sono in grado di trovare l’equilibrio ideale per ridurre la produzione di metano ottimizzando l’efficienza digestiva, migliorando al contempo il benessere dell’animale. Questo mix di oli comprende oli di geranio, tannini di castagno, coriandolo e una componente importante di bioflavonoidi dell’olivo. Sono elementi con capacità antiossidanti in grado di ridurre lo stato pro-infiammatorio dell’animale che fanno bene alla salute e la cui combinazione dà risultati molto positivi. Il nostro Dipartimento di Medicina Veterinaria e Scienze Animali di Milano, come pure varie università internazionali, ha fatto diverse indagini su questo prodotto con risultati univoci: una riduzione delle emissioni di metano che va da valori minimi del 13% fino addirittura a valori del 25%, insieme ad un aumento di produzione di carne e latte e risvolti positivi in termini di salute dell’animale. In sintesi, incremento delle performance dell’animale, una minore assunzione di materia secca, miglior benessere del ruminante e, ultima ma non ultima, una riduzione consistente delle quantità di metano emesse in atmosfera: sono questi i vantaggi di Anavrin».


Si sta diffondendo l’uso di questi prodotti? È possibile quantificare numericamente i benefici per l’ambiente derivanti dalla riduzione di emissioni?

«L’utilizzo si sta diffondendo molto. Ritengo che al momento ci siano già 70-80.000 bovini che lo stanno assumendo solo in Italia. Considerati i risultati positivi sotto tutti gli aspetti, l’uso è destinato a crescere. Anche perché Anavrin ha ricevuto una validazione ufficiale da Carbon Trust, l’autorevole ente di riferimento internazionale, che ha riconosciuto che Anavrin, in base ai risultati di test e prove realizzate in laboratorio e nelle stalle, può ridurre le emissioni nei ruminanti. Misurare le emissioni allevamento per allevamento è impossibile, ma si può procedere con la metodica del Life Cycle Assessment comprendente le regole PCR–Product Category Rules che l’Europa, dal 2013, ha fatto evolvere nelle Product Footprint Category Rules, ossia un sistema serio e riconosciuto dalle istituzioni per raccogliere e confrontare i dati.

Mi fa piacere ricordare che la prima azienda in Europa ad aver realizzato un calcolo serio degli impatti è italiana. In questo contesto, gli allevatori (che sono migliaia) che conferiscono gli animali all’azienda e utilizzano un prodotto come Anavrin rendono realmente virtuosa e misurabile la filiera italiana (fonte: EFA News – European Food Agency, www.efanews.eu).



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