Premiata Salumeria Italiana nr. 1, 2020

Rubrica: Mercati

Articolo di Corona S.

(Articolo di pagina 50)

Gli europei alla conquista della Cina

Un mercato particolarmente appetibile per le nostre imprese, ma anche un Paese profondamente diverso da quelli occidentali e con grandi insidie da molti punti di vista

È un accordo storico quello stipulato nei mesi scorsi tra Bruxelles e Pechino, che vede, da una parte, la difesa di alcune indicazioni geografiche del Vecchio Continente, e, dall’altra, altrettante produzioni cinesi sotto l’ala protettrice dell’UE. In realtà, il negoziato per il mutuo riconoscimento di cento Dop e Igp iniziato nel 2017 e destinato a diventare pienamente operativo nel 2020, si lega ad un altro programma similare che nel 2012 aveva posto le condizioni per lo scambio e la tutela di una decina di prodotti. L’accordo prevede anche un’estensione della lista per proteggere altre 175 specialità dopo quattro anni dalla sua entrata in vigore ma per ora sono 26, poco più di un quarto del totale, le denominazioni italiane, tra Dop e Igp, che verranno protette nel mercato cinese. Un elenco importante, al pari di quello concesso alla Francia, con lo scopo di ottenere una tutela dal falso made in Europe. Tra i cento prodotti cinesi c’è invece il riso Panjin, diverse varietà pregiate di tè, le bacche di goji Chaidamu e molto altro. Tra i prodotti italiani 14 sono i vini. Tra questi, il Barbaresco, il Bardolino superiore, il Barolo, il Brachetto d’Acqui, il Brunello di Montalcino, il Chianti, il Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene, il Dolcetto d’Alba, il Franciacorta, il Montepulciano d’Abruzzo, il Soave, il Toscano Doc e il Vino nobile di Montepulciano. Ci sono anche la Grappa e l’Aceto Balsamico di Modena, mentre sono 7 i formaggi, a partire da Asiago, Gorgonzola, Grana Padano, Mozzarella di Bufala campana, Parmigiano Reggiano, per finire con il Pecorino Romano. Sono inoltre protette 3 tipologie di salumi, quali: il Prosciutto di Parma, quello di San Daniele e la Bresaola della Valtellina.
Tra i prodotti francesi tutelati in Cina: 19 vini, tra cui il Bordeaux, il Beaujolais e lo Champagne. Due formaggi: il Comté e il Roquefort. In lista anche tre superalcolici francesi: il Cognac, il Calvados e l’Armagnac. La Spagna non compare con gli insaccati, ma è presente nella lista con due tipi di olio che sono il Sierra Mágina e il Priego de Córdoba, a cui si uniscono lo Sherry e il Brandy Jerez. Si segnalano, inoltre, altre produzioni sparse, riferite a Paesi diversi, tra  cui: alcune birre tedesche di Monaco e bavaresi, l’ungherese Tokaji, l’Irish cream, l’Irish e lo Scotch Whisky, la Vodka polacca e, infine, l’Ouzo e la Feta greci.
La denominazione di origine protetta consentirà al consumatore cinese di essere sicuro di acquistare prodotti europei originali; la stessa cosa varrà per i 100 prodotti cinesi che troveranno in Europa un mercato di sbocco. Ristoratori e commercianti cinesi — e non solo loro — potranno contare su prodotti del proprio Paese, la cui qualità sarà garantita al consumatore dalla denominazione, sempre al fine di evitare la vendita di contraffazioni a prezzi irrisori.
D’altra parte, i prodotti falsi immessi sul mercato cinese sottraggono fette enormi di mercato, soprattutto alla filiera agroalimentare europea, in particolare a quella italiana e francese. L’accordo è un segnale concreto del fatto che la direzione presa dall’Europa di collaborare con partner commerciali di tutto il mondo è quella di rafforzare le relazioni commerciali, al fine di apportare benefici al settore agroalimentare e ai consumatori. La stessa Commissione europea, a sostegno dell’operazione che è in corso di realizzazione col Dragone, ha comunicato che l’export europeo agroalimentare in Cina, tra settembre 2018 e agosto 2019, ha raggiunto i 12,8 miliardi di euro e rappresenta la seconda destinazione delle esportazioni agroalimentari nonché la seconda destinazione delle esportazioni di prodotti protetti come Indicazioni Geografiche (per il 9% del valore) e che riguarda tanto i vini e le bevande alcoliche quanto i prodotti agroalimentari. Quel mercato non ha però ancora espresso tutte le sue potenzialità, avendo una classe media in aumento e fortemente interessata alle nostre specialità autentiche, espressione di qualità. Pertanto, è necessario continuare a lavorare con costanza su quel fronte.
Le Indicazioni Geografiche, pur essendo fortemente tutelate in Europa, sono armi spuntate nel contesto internazionale. La loro effettiva efficacia nei mercati diversi dal Vecchio Continente si scontra con la legislazione dei Paesi esteri, il loro completo disconoscimento e i tentativi di tutela delle produzioni interne. Si tratta di una problematica tanto importante quanto complessa. Ad oggi, la negoziazione tra Stati resta la migliore soluzione, forse l’unica concreta che in più contribuisce, direttamente o indirettamente a diffondere, a livello globale, l’idea che le Indicazioni Geografiche siano un diritto per il consumatore e non solo per il produttore. Il limite degli accordi bilaterali e, in particolare, di quello in discussione, è certamente il numero di prodotti inseriti, che è indubbiamente modesto. Ma resta pur sempre un inizio e una prospettiva importante per il suo ampliamento in futuro. Sia altresì di consolazione il fatto che, in assenza di questo accordo intercontinentale, i nostri prodotti — ad eccezione di quelli che trovano una tutela, seppur labile, per mano privata — in un mercato come quello del Dragone, sono davvero fortemente esposti a contraffazioni e non solo. La Cina infatti non è un mondo a sé solo in termini culturali, legislativi e di prassi commerciali. I produttori possono contare su strumenti similari ai nostri, come i brevetti e la registrazione di marchi, ma con la differenza che in un mercato così vasto, da molti punti di vista spietato e fortemente dinamico, è difficile avere un controllo capillare e soddisfacente.
Si tratta di un contesto in cui le formalità sono oltremisura e spesso prive di un contenuto; dove la burocrazia è davvero mostruosa e una reale protezione può diventare un miraggio se non si conoscono a fondo le consuetudini del luogo.
La tendenza degli operatori locali è quella di registrare quanti più nomi possibili, spesso creando ad arte denominazioni che hanno assonanze fonetiche o semantiche con altre più famose, coprendo in qualche modo nomi noti. Il paradosso è che, chi non registra il proprio marchio in Cina, si può trovare dopo qualche tempo di permanenza nel mercato cinese a dovere risarcire chi invece ne rivendica la paternità per averlo registrato ad arte anche solo poco tempo prima. Affrontare il mercato cinese, prima di essersi adeguatamente tutelati, pur in presenza di un nome noto ovunque, rischia di diventare un grande favore ad un impostore qualsiasi. Questo approccio, definito first-to-file, indica il principio secondo cui la protezione legale in Cina non può essere ottenuta se un marchio similare è già stato registrato. È, perciò, essenziale depositare i marchi ben prima di affrontare il mercato, tenendo ben presente il messaggio che si intende trasmettere al consumatore. Anche tradurre asetticamente i nomi, parola per parola, può avere conseguenze inimmaginabili, pertanto è bene affidarsi a professionisti del luogo, che conoscono approfonditamente prassi e legislazione nazionale. È permessa la registrazione di marchi tridimensionali che possono pertanto riguardare la forma del prodotto, il loro contenitore o il relativo packaging. Quest’ultimo, al pari del marchio, va registrato per design (con brevetto) e copyright, per evitare una concorrenza sleale da cui si potrebbe uscire con grave pregiudizio. Sono invece prive di tutela le Indicazioni Geografiche che in Europa godono di protezione massima. In Cina non significano molto, né giuridicamente, né commercialmente, quindi vanno nuovamente registrate. Tanto più che sono considerate al pari di un qualunque marchio privato. Il segreto industriale che tutela le ricette, trattandosi di un Paese che sui formalismi basa buona parte dei suoi meccanismi di funzionamento, non garantisce alcuna protezione e non ha di fatto un grande valore, tanto più che ai dipendenti non è richiesto obbligo di riservatezza e, pertanto, possono comunicare con terzi qualunque cosa riguardi l’azienda, senza risponderne in maniera adeguata. Il principio vale sia per il personale dipendente sia per tutti coloro che entrano in contatto con l’azienda per motivi professionali. Ogni relazione commerciale dovrebbe, per tutela, essere specificamente siglato come un Non-Disclosure Agreement, soprattutto prima della trasmissione di una qualunque informazione commerciale o tecnica. La raccomandazione è di essere prudenti nella scelta di collaboratori, agenti e professionisti, anche di coloro a cui è richiesta la gestione del processo di registrazione dei marchi.
Che i prodotti italiani siano in questa parte del mondo particolarmente ambiti, è evidente per l’interesse dei Cinesi ad acquistare marchi datati, ancorché completamente sviliti e ormai privi di qualunque valenza commerciale. La loro “anzianità” è comunque un elemento che infonde fiducia nel consumatore, contribuisce ad attribuirgli di per sé una buona reputazione e diventa quindi un elemento di prestigio, fortemente spendibile sul mercato. Non dimentichiamo infatti che la Cina è stata negli ultimi decenni scenario di importanti scandali alimentari che hanno causato anche decine di morti, pertanto l’attenzione verso la sicurezza e la qualità è sempre maggiore. Per amore della verità, si deve tuttavia ammettere che, se sino a poco tempo fa, non c’era molta attenzione dal punto di vista giurisprudenziale alla questione dei marchi e dei prodotti alimentari in particolare. Negli ultimi anni, invece, sono sorte delle Corti speciali nelle città più grandi, dove si riscontra più equità, maggiore oggettività e specializzazione, oltre che uno sbilanciamento meno forte della tutela pubblica su quella privata, che spesso in passato si traduceva in una difesa dei connazionali ai danni degli stranieri. Una maggiore fiducia si sta lentamente diffondendo. Ne è prova anche il fatto che sia crescente il numero di brevetti cinesi rilasciati a soggetti esteri. I relativi costi, che pure non sono insormontabili per un’azienda di medie dimensioni, possono apparentemente sembrare importanti, ma sono un buon investimento se si considera la vastità di un tale mercato e i rischi che si corrono a non garantirsi una tutela. Il mercato cinese è infatti interessantissimo, ma anche pieno di insidie. Lo è per gli aspetti relativi alle proprietà intellettuali, ma anche perché il settore alimentare è altamente regolamentato. È inoltre un Paese dal punto di vista culturale, profondamente diverso. In Cina certe cose non si perdonano, che siano commesse per inadeguatezza, ignoranza o leggerezza. Meno che mai se ad opera di stranieri.
Sebastiano Corona

 

Didascalia: oltre a 7 vini e 14 formaggi, grazie a questo accordo saranno protette 3 tipologie di salumi italiani, quali il Prosciutto di Parma, quello di San Daniele e la Bresaola della Valtellina (photo © www.facebook.com/BresaoladellaValtellinaIGP).

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