Eurocarni nr. 9, 2019

Rubrica: La pagina scientifica

Articolo di Mauri G.

(Articolo di pagina 146)

Antibiotici: possibili rischi commerciali

Cresce la preoccupazione fra i consumatori nonostante le azioni messe in atto. L’agroalimentare italiano potrebbe essere posto di fronte a una sfida importante molto presto. La diffusione del fenomeno della resistenza deve quindi essere controllata con una nuova consapevolezza

La diffusione dell’antibioticoresistenza nei microrganismi è un pericolo di grande rilievo per l’umanità, al pari dei cambiamenti climatici e della perdita di biodiversità. Ma, a differenza dell’inazione e dell’immobilismo che favoriscono il surriscaldamento e la riduzione delle forme di vita, la lotta per mantenere efficaci gli antibiotici procede spedita, di pari passo con la sua presa di coscienza da parte della comunità scientifica e politica. Le ricadute economiche e commerciali, però, potrebbero essere poco controllabili, soprattutto se non si giocherà d’anticipo sulla percezione del problema da parte dei consumatori: l’agroalimentare italiano allora potrebbe essere posto di fronte a una sfida importante molto presto.

Costi dell’antibioticoresistenza
Secondo l’ECDC (il centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie), il carico delle infezioni dovute a batteri resistenti agli antibiotici sulla popolazione europea è paragonabile a quello dell’influenza, della tubercolosi e dell’HIV/AIDS messe insieme. Oggi, ogni anno, 33.000 persone muoiono a causa di un’infezione dovuta a batteri resistenti agli antibiotici. Questo numero è paragonabile al totale di passeggeri di oltre 100 aeroplani di media dimensione. Ma non è niente a confronto delle proiezioni future. L’Italia è in una posizione piuttosto sgradevole: quasi 11.000 persone muoiono ogni anno a causa di un’infezione causata da uno degli otto principali batteri antibioticoresistenti. Siamo fra i peggiori in Europa, assieme a Grecia e Portogallo. Questa situazione avrà un costo stimato di 13 miliardi da qui al 2050. Nel febbraio scorso, Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria, citando l’esperto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità Ranieri Guerra, prevedeva che, se non verranno attivate presto contromisure efficaci, entro il 2050 ci saranno 2,4 milioni di morti per la resistenza agli antibiotici nel mondo. Le ripercussioni economiche saranno più pesanti di quelle legate alla crisi finanziaria del 2008-2009. Solo per la gestione delle complicanze si stimano costi annui aggiuntivi che raggiungeranno i 3,5 miliardi. Sempre secondo dati del­l’ECDC, il 75% delle infezioni dovute a batteri resistenti agli antibiotici in Europa è rappresentato da infezioni correlate all’assistenza sanitaria. In base a studi condotti nel 2016 e 2017, l’ECDC stima che ogni anno negli ospedali e nelle strutture di lungodegenza europei vi sia un totale di 8,8 milioni di infezioni correlate all’assistenza sanitaria (ICA). Questo significa che un paziente su 15 di quelli ricoverati in ospedale — pari a 98.000 persone — e un paziente su 24 ricoverato in strutture di lungodegenza — pari a 124.000 individui — ha almeno un’infezione di tipo ICA. In circa un terzo dei casi si tratta di infezioni con batteri resistenti (o multiresistenti) agli antibiotici. Fra le buone pratiche individuate per ridurre il fenomeno a livello ospedaliero si annoverano il lavaggio accurato delle mani, la prescrizione e assunzione corretta degli antibiotici, la formazione del personale sanitario e l’informazione di degenti e parenti. Certamente la sanità umana ha un ruolo di primo piano nella battaglia, come anche nella creazione del problema. Ma la zootecnia non può tirarsi indietro, visto che anch’essa utilizza gli antibiotici e visto che i prodotti alimentari di origine animale raggiungono quasi l’intera popolazione dei cittadini europei.

Gli interventi messi in campo
Da anni si sta cercando di intervenire su questo fenomeno: il divieto di utilizzare antibiotici auxinici, promotori di crescita in Europa, risale al 1º gennaio 2006 (con l’entrata in vigore del Reg. CE 1831/2003, del DLgs n. 193 del 6 aprile 2006 e del DLgs n. 14 del 24 luglio 2007); negli anni si sono aggiunti diversi strumenti per monitorare la presenza delle molecole antibiotiche nella filiera alimentare. Con il Piano di azione contro la crescente minaccia dell’antibioticoresistenza (European Commission, IP/11/1359, 17-11-2011) la UE ha invitato i Paesi Membri a istituire Piani Strategici Nazionali che permettessero di confrontare situazioni e progressi di tutti gli Stati nel contrasto all’antibioticoresistenza. In Italia, il Piano Nazionale Residui per la ricerca di residui antibiotici nei prodotti di origine animale, il Piano di farmacosorveglianza per monitorare le prescrizioni di antibiotici in zootecnia grazie anche all’introduzione della ricetta elettronica, l’attivazione del sistema informatico Classyfarm, l’attenzione alla riduzione dell’uso in deroga, il Piano benessere e le pratiche di autocontrollo da parte dell’operatore alimentare sono alcune delle misure messe in atto. Da diversi anni, però, i superamenti dei limiti previsti nei prodotti di origine animale sono davvero pochissimi: raggiungono percentuali risibili sul totale di campioni analizzati. Antonio Vitali, veterinario della Regione Lombardia, ha riportato in alcune recenti occasioni i risultati del Piano nazionale residui del 2017: su 40.108 campioni analizzati, 40 sono risultati non conformi. Nel 2018, in Lombardia, su 5.850 controlli, sono state spiccate 92 sanzioni inerenti la farmacovigilanza. Bazzecole. Eppure…

L’informazione ai consumatori
Eppure i consumatori non si sentono tutelati e le ricadute commerciali sono dietro l’angolo. Dopotutto, in Italia quasi il 70% degli antibiotici prescritti è destinato agli animali zootecnici e, anche se i residui delle molecole sono monitorati e risultano molto bassi, è possibile che le resistenze vengano acquisite dai microrganismi che vivono in ambiente zootecnico e da lì si diffondano. Potrebbero farlo anche attraverso i prodotti derivati. Strutture sanitarie, allevamenti e centri di traffico umano potrebbero essere i grandi centri di diffusione delle resistenze nell’ambiente. Si sa ancora troppo poco sulla circolazione delle resistenze. Forse la ricerca delle molecole dovrebbe essere affiancata dalla ricerca delle resistenze nei microrganismi. Mentre la scienza indaga su quali siano i sistemi più efficaci e gestibili di monitoraggio e contrasto alla diffusione dell’antibioticoresistenza, i consumatori si preoccupano e la distribuzione alimentare prende iniziative. I Paesi del Nord Europa hanno una particolare sensibilità al problema dell’antibioticoresistenza. Da loro, per diverse ragioni, i consumi di antibiotici in allevamento sono estremamente più bassi dei nostri. Presto l’idea che i prodotti alimentari italiani siano forieri di microrganismi che trasportano l’antibioticoresistenza potrebbe diffondersi fra questi consumatori, con effetti catastrofici sul nostro export. Per questo, dice Antonio Vitali, dobbiamo muoverci molto rapidamente per riuscire ad abbassare i consumi di antibiotico in allevamento. Per una questione commerciale, oltre che sanitaria e normativa: è probabile che la richiesta dei consumatori dei Paesi del Nord di intervenire con norme sempre più restrittive venga accolta dal legislatore europeo. E i tempi a disposizione della zootecnia italiana potrebbero essere molto stretti, perché i cambiamenti di abitudine fra i consumatori possono essere molto repentini e agire sul mercato con incisività e rapidità superiori rispetto alle tempistiche adottate nelle norme.

La scelta antibiotic free
Le preoccupazioni cominciano a serpeggiare anche fra i consumatori italiani e diversi grandi marchi della distribuzione si sono adeguati proponendo filiere a marchio aziendale di prodotti animali che assicurano l’assenza di trattamenti antibiotici. Tuttavia, non va dimenticato che le cure antibiotiche, quando opportune e gestite correttamente, sono una garanzia di salute e benessere degli animali, di tutela della salubrità dei prodotti. Tanto che la onlus che si occupa di benessere degli animali da reddito, CIWF, ha emesso recentemente un comunicato in cui dichiara che “l’antibiotic free è un’operazione di marketing: attraverso claim fuorvianti si inducono i consumatori a spendere di più per prodotti che nella stragrande maggioranza dei casi non garantiscono maggiore benessere o animali più sani. Pertanto, invitiamo i consumatori a non acquistare prodotti antibiotic free e produttori e supermercati a investire in programmi concreti di miglioramento del benessere degli animali, a garanzia della salute pubblica e delle richieste dei consumatori”. Ciononostante, finché il monitoraggio del consumo di antibiotici rimane solo quantitativo, la proposta di esclusione tout court di queste molecole dalla filiera acquista un grande valore di richiamo.

Solo utilizzo corretto
Per contrastare il fenomeno della resistenza, l’uso di antibiotici non deve essere ridotto solo quantitativamente, ma va anche effettuato con maggior oculatezza! Questo è stato riportato anche nella Risoluzione del Parlamento europeo del 13 settembre 2018 su un piano d’azione europeo One Health contro la resistenza antimicrobica (2017/2254(INI)), in cui si nota che gli indicatori della UE recentemente adottati, che con­sentono agli Stati Membri di moni­torare i loro progressi nella lotta contro la resistenza antimicrobica, si concentrano solo sul consumo di antibiotici, ma non rispecchiano la correttezza dell’uso: l’ECDC invita a modificare di conseguenza gli indicatori della UE. L’importanza di una diagnosi precisa — da riportare anche nella ricetta elettronica — e la fedeltà a Linee guida sull’uso corretto degli antibiotici in allevamento, come quelle pubblicate dalla Regione Emilia-Romagna, sono due tasselli fondamentali del contrasto all’antibioticoresistenza. Anche Giuseppe Diegoli, della Regione Emilia-Romagna, ha recentemente fatto notare che i controlli della sanità pubblica devono cominciare a valutare anche la correttezza di utilizzo degli antibiotici negli allevamenti. Inoltre, tutte le iniziative che favoriscono la riduzione del consumo di antibiotici, dall’implementazione del benessere alla biosicurezza, devono essere messe in atto. In conclusione, le conseguenze sanitarie, economiche e commerciali dell’antibioticoresistenza sulla filiera agroalimentare sono tali che tutte le figure coinvolte (ministeri, amministrazioni regionali, servizi sanitari, produttori e trasformatori) devono intervenire sul problema coordinandosi e promuovendo una gestione sempre più oculata degli antibiotici.
Giulia Mauri

 

 

Altre notizie

L’antibioticoresistenza viaggia sul fiume

L’AMR Industry Alliance (www.amrindustryalliance.org) si definisce una delle coalizioni più ampie del settore privato ed è stata istituita con lo scopo di individuare soluzioni sostenibili per frenare la diffusione dell’antibioticoresistenza. Vi partecipano oltre cento aziende del settore farmaceutico, diagnostico, di ricerca e di farmaci generici, compresi alcuni colossi mondiali, e ha sede a Ginevra, in Svizzera. L’Alliance ha commissionato all’Università di York uno studio sulla presenza degli antibiotici nelle acque fluviali. I risultati sono stati illustrati al meeting della Setac, la Società internazionale di chimica e tossicologia ambientale (27-28 maggio, Helsinki, Finlandia). Il lavoro è stato riportato da EurekAlert! (www.eurekalert.org). Sono stati ricercati 14 antibiotici di uso comune in 72 Paesi sparsi su 6 continenti. I campioni di acqua congelata sono stati tutti analizzati dallo stesso laboratorio, quello dell’università. Dalle analisi è emerso che il 65% dei siti era contaminato. L’AMR Industry Alliance ha definito la soglia di sicurezza per la presenza di molecole di antibiotici nelle acque a 20-32,000 ng/l. Si sono così potuti definire dei non invidiabili ma notevoli record: ad esempio, il metronidazolo in Bangladesh è risultato essere 300 volte oltre i limiti di sicurezza. Nelle acque bengalesi questa molecola si trova ad una concentrazione che è 170 volte quella presente nel Tamigi. Ma neppure i londinesi hanno di che gioire: nel loro fiume gli antibiotici raggiungono complessivamente una quota di 233 ng/l.
Nella classifica degli antibiotici più presenti sul pianeta Terra fuori dal controllo diretto dei medici e dei veterinari c’è il trimethoprim: questa molecola è la più frequente, è stata rilevata in 307 siti su 711. Dal canto suo, però, il ciprofloxacin è quello che più spesso ha superato le soglie di sicurezza (in 51 siti). Guardando la distribuzione geografica delle molecole si giunge facilmente alla conclusione che Asia ed Africa siano i continenti più problematici. Qui infatti sono stati superati più frequentemente i livelli di sicurezza. Ma i campioni raccolti in Europa e Nord e Sud America rivelano come la questione sia un problema su scala globale. I Paesi più critici sono Bangladesh, Kenya, Ghana, Pakistan e Nigeria, mentre l’Austria è il più virtuoso. I siti fluviali di prelievo più critici sono stati quelli nelle vicinanze di acque di scarico, di discariche e di reflui di liquami. Ma anche alcune aree politicamente instabili, come la frontiera israelo-palestinese, si sono distinte per rilevanza. Secondo il coordinatore dei campionamenti, il dottor John Wilkinson, del Dipartimento di Ambiente e Geografia, la diffusione e dimensione del fenomeno dell’antibioticoresistenza a livello planetario è tutt’oggi molto poco nota. Questo è il primo studio per dimensioni e vastità dei territori indagati. Esistono ricerche precedenti, ma coprivano soprattutto Europa, Nord America e Cina, e comunque non era così ampia la rosa di antibiotici ricercata. Ecco perché, come ha invece affermato il professor Alistair Boxall, che guida l’Istituto per la Sostenibilità Ambientale di York, «questa ricerca ci ha aperto gli occhi. Ora iniziamo a comprendere il ruolo dell’ambiente naturale nello sviluppo dell’antibioticoresistenza. Per risolvere il problema servirà un cambio di approccio all’utilizzo degli antibiotici globale ed epocale, con alti investimenti in strutture di trattamento dei rifiuti e delle acque reflue e in decontaminazione dei siti interessati. E sarà indispensabile un irrigidimento delle norme relative all’utilizzo e al commercio di queste molecole». Norme inevitabilmente riconosciute e accettate a livello mondiale, perché è sempre più chiaro che i batteri antibioticoresistenti non si fermano alle frontiere (da: www.eurekalert.org/pub_releases/2019-05/uoy-afi052419.php).

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