Eurocarni nr. 11, 2019

Rubrica: Sono 180 grammi, lascio?

Articolo di Papalato G.

(Articolo di pagina 133)

Colazione psichedelica tra la Via Emilia e il grande Nord

Julie’s Haircut, Our Secret Ceremony

In questa rubrica che ha più di un anno, quasi due qui su Euro­carni, non mi era ancora capitato di raccontare un disco che avesse in copertina un collegamento anche a Il Pesce, altra rivista del nostro editore. È invece il caso di questo Our Secret Ceremony, in cui nel collage di una fotografia in bianco e nero siedono al tavolo di una colazione due bambini e alcune figure antropomorfe, o almeno vestite come tali, ma col capo di animali. Si distinguono chiaramente un cane, una foca, un astice e un asino. Di quest’ultimo abbiamo già ricordato lo stracotto, parlando di The Waiting Room di Tindersticks (Eurocarni n. 5/2018, pag. 128), senza però dire che, a seconda del taglio, si può gustare anche alla griglia e alla cacciatora.
Quello che mi ha incuriosito di più, indagando per ricette sulla foca, carne dal gusto non particolarmente ricco ma molto nutriente, è stato il Kviaq. Si tratta di un piatto degli Inuit, che a noi occidentali muove sentimenti molto diversi rispetto a quelli legati alla loro cultura, gastronomica e non solo. E una parte di disagio, ad essere sincero, dato dalla distanza da un contesto così estremo nonostante la curiosità che mi contraddistingue.
È una ricetta del Nord della Groenlandia in cui si svuota la carcassa dell’animale, lasciando solo uno strato di grasso. Poi si riempie con centinaia di uccelli marini non puliti, quindi con penne, becco e zampe. Si richiude la carcassa e si cosparge di grasso di foca, per poi lasciarla fermentare sotto le pietre per mesi, fino al suo consumo nella stagione fredda.
Ecco, sicuramente la colazione psichedelica rappresentata nel 2009 sulla copertina di Our Secret Ceremony, quinto album a forma Julie’s Haircut a dieci anni dall’esordio, ha un immaginario totalmente distante da tutto questo. Anche se la struttura del disco, diviso in due parti, Sermons e Origins, su due vinili trasparenti in una bellissima edizione gatefold, ha un senso di ritualità e di ancestrale rinnovamento proprio come certe ricette che si perpetuano nel tempo, con tutta la loro necessità e magia.
È un disco fondamentale nella discografia del gruppo che viene dalle province di Modena e Reggio Emilia, perché contiene al suo interno certe strutture che sono cambiate nel tempo, ma che sono legate ad un certo contesto di forma canzone, ma anche e soprattutto, le prime avvisaglie di una direzione futura che porterà a dischi molto importanti e fino a quel momento impensabili da chi, come il sottoscritto, li seguiva fin dai primi 45 giri, ben rappresentati dall’esordio Fever In The Funk House.
Attenzione, i Julie’s sono sempre stati in evoluzione, passando attraverso fasi e suggestioni in maniera sempre credibile, rendendo ogni disco un’esperienza fatta di sorpresa e fascino. Sperimentazione è la parola chiave per capire la loro discografia, senza paura di finire in uno stereotipo. La prima parte, il primo disco, inizia con Sleepwalker, che parte da una tensione elettrostatica, la tiene stretta e si insinua come un mantra che cresce sui synth e una ritmica serrata e costante, tra distorsioni e melodia.
Quando comincia The Shadow, Our Home, ci si ritrova in un paesaggio kraut, in cui certe chitarre alla Neu si muovono tra note concentriche di tastiera e le voci che invitano ad avventurarsi nell’incerto.
Passi definiti nonostante l’oscurità, sicuri in The Stain, con un basso che si carica il brano sulle spalle e lo porta in una sospensione di voci e delay, per poi esplodere e distorcere.
The Devil In Kate Moss ha tutto per entrare e rimanere. Il riff, una cantilena a due voci, l’indie e la psych, la sovrapposizione, il ritmo scandito, perdersi e ritornare ricominciando e travolgendo. Quasi western l’attacco di The Dead Will Walk The Earth, sotto luci stroboscopiche e atmosfere di un certo espressionismo cinematografico, con un cantato contagioso che si ficca in testa e lascia traccia da seguire e rinnovare.
Girando lato, Origins è un brano di 12 minuti, un giro che ricorda certa musica da camera su cui si aggiungono strati sonori fino a farsi trascinare da riff sferraglianti che si placano in una quiete liquida e minimalista da dove si riemerge al ritmo di un incedere marziale e un sax dalle note mediorientali, in un crescendo che riprende il principio alterandolo.
È un brano importante nell’economia del disco, una sorta di manifesto di ciò che è e che potrebbe essere nella musica dei Julie’s Haircut. Così l’attacco “urbano” dei fiati free jazz di Mean Affair è estranea fino ad un certo punto, con insynth a tenere un filo rosso a volte fino, a volte più spesso lungo tutti i brani.
Lisergica e indolente, bellissima Mountain Tea Traders, una suggestione perfetta, un luogo altro e allo stesso tempo intimo.
A chiudere questo primo vinile Let The Oracle Speak si continua su un percorso psichedelico, allucinato, in movimento perenne, tra evocazioni e dub. Si conclude così Sermons, ma siamo solo a metà del viaggio, a metà della cerimonia. La seconda parte Liturgy si apre con un brano morbido ed elastico, dall’insolito titolo in italiano, La Macchina Universale, che precede The Devil In Kate Moss part II: Exorcism, una reprise acida che nasce da un pastiche vocale che rimane per qualche minuto in sottofondo, incomprensibile ma perfettamente integrato nella dinamica del brano.
Dilatato, ripenso ai Neu, una tensione trattenuta, scevra di quelle chitarre distorte che prendevano la scena nella prima parte, così protagoniste lì e così lasciate da parte qui.
Hidden Channels Of The Mind è rumori ambientali, onde, vento poi glockenspiel, basso elettrico che guida, mantra om, un dialogo tra chitarre e piatti, ipnotica per 10 minuti è la fine straniante del lato A di questa seconda parte.
Un altro dei punti più importanti del disco è Breakfast With The Lobster, una suite di 13 minuti in una quasi completa libertà strutturale, tra sax alto, campane, jazz prog, fughe e rimpiattini, kraut e psichedelia, dialoghi e introspezioni. Tiene tutto e riesce.
Una chitarra acustica che era nascosta, o comunque meno in vista nei brani precedenti, è invece al centro di Ceremony. Sembra di essere all’alba o comunque in una situazione di confine temporale, mentre sta finendo qualcosa e cominciando altro, mentre si confondono i suoni artificiali dei synth con quelli naturali.
La conclusiva The Came To Me è pacificazione, pianoforte e voce femminile che quasi recita una filastrocca, violino e acustica, loops, risveglio e commiato. Our Secret Ceremony è bello e importante.
Per i Julie’s Haircut che l’hanno scritto e suonato, per il loro percorso, perché c’è un prima e un dopo questo album. Ma non solo per loro, perché dischi come questi sono una ricchezza per chi ascolta. Una cerimonia segreta a cui si vuole tornare e che è bello tradire, raccontandola.
Giovanni Papalato

 

Altre notizie

Carne in fermento

Un antico rimedio per non morire di fame durante la stagione più fredda e oggi considerato dalle popolazioni settentrionali della Groenlandia un cibo prelibato, preparato soprattutto per le occasioni speciali, come compleanni o matrimoni. Il Kiviaq è un piatto tradizionale della cucina degli Inuit groenlandesi a base di uccelli marini come gli alcidi (soprattutto gazze marine), posti a decomporre all’interno di una pelle di foca usata come involucro di fermentazione e decomposizione. Con la tecnica della fermentazione (i cibi fermentati fanno parte di moltissime cucine in tutto il mondo) nelle regioni artiche viene trattata anche la carne di tricheco e di altri mammiferi marini. Il metodo usato, detto Igunaq, consiste nel seppellire nel terreno la carne tagliata a pezzi e il grasso degli animali catturati in estate; il processo di fermentazione continua nei mesi autunnali e le “bistecche”, che poi si congelano in inverno, saranno pronte da mangiare l’anno successivo. Il consumo di questi alimenti non è tuttavia privo di rischi: una produzione impropria può infatti portare a malattie e morte a causa del botulismo.

 

Didascalia: Giovanni Papalato (photo © Lucio Pellacani).

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