Eurocarni nr. 11, 2019

Rubrica: Storia e cultura

Articolo di Gaddini A.

(Articolo di pagina 154)

Dilettevoli horrori: la corrida a Napoli

Durante la dominazione spagnola, per un periodo di un secolo e mezzo tra il XVI e il XVII secolo, Napoli ospitò delle vere e proprie corride, che si svolgevano nelle piazze più centrali della città. Nel Cinquecento le corride si tenevano in Piazza San Giovanni a Carbonara, che da secoli godeva di immunità ed era quindi luogo deputato ai duelli o ai tornei, in quanto ci si poteva sfidare e battersi all’ultimo sangue impunemente. Nel Seicento la sede preferita divenne il largo di Palazzo (attuale Piazza del Plebiscito), ma si utilizzarono anche il largo di Castello (attuale Piazza del Municipio) e il cortile interno di Castel Nuovo.

Le feste barocche
Nel siglo de oro, il secolo d’oro spagnolo, tra la metà Cinquecento e la metà del Seicento, Napoli contava oltre mezzo milione di abitanti, era la seconda città d’Europa, dopo Parigi e prima di Madrid, capitale dell’impero. Le sue ricchezze spingevano i viceré spagnoli a chiedere di essere riconfermati nella carica “non volendo privarsi del tesoro radunato in queste Indie napoletane”. La città coglieva volentieri ogni occasione per celebrare sfarzose feste pubbliche, anche in occasioni inaspettate, come le eruzioni del Vesuvio (Mancini). Jean-Jacques Bouchard, in Voyage dans le Royaume de Naples en 1632, citava il proverbio: “A Napoli c’è sempre fango, polvere o feste”. Le feste erano indispensabili per distogliere l’attenzione del popolo minuto dalla dura precarietà della vita quotidiana, che scatenava rivolte come quella di Masaniello del 1647. Oltretutto la popolazione era vessata dalle frequenti eruzioni del Vesuvio (come quella del 1631), da terremoti (come quello del Sannio del 5 giugno 1688, che provocò dan­ni e vittime anche a Napoli) e da epidemie di peste (come quella durissima del 1656, che dimezzò la popolazione della città). Le celebrazioni prevedevano un nutrito programma con cavalcate di nobili in costumi sfarzosi, tornei cavallereschi di stile medievale, sfilate di carri allegorici, fuochi d’artificio, gare di poesia e sontuose scenografie effimere, di legno e cartapesta, con statue di gesso, fatte per sbalordire il pubblico, secondo la filosofia dell’epoca barocca, definita da Rak “a dismisura d’uomo”, che si identificava con stupefazione, meraviglia, ingegno, in contrasto con il periodo dell’umanesimo, descritto invece come “a misura d’uomo”. Le spese delle feste erano sostenute dai nobili e dai commercianti, sollecitati dal timore di sanzioni, ma anche timorosi della reazione del popolo in caso di feste non abbastanza sfarzose per carenza di contributi. Un ruolo centrale nelle feste era svolto dalle cuccagne, scenografie anche di grandi dimensioni in forma di fortezze, colonne, archi, piramidi, grotte o carri, costituite di pane, prosciutti, formaggi, pollame e suinetti, anche vivi, offerti più o meno spontaneamente dalle varie categorie di bottegai. Le cuccagne erano prese d’assalto dai popolani affamati e rapidamente e tumultuosamente smantellate. Tra i cibi veri erano anche inserite copie in cartapesta, che contribuivano al caos, per il divertimento dei nobili che assistevano dai balconi dei loro palazzi, dai quali lanciavano anche monete alla folla. Si allestivano anche fontane che davano vino. Le feste tradizionali locali, spesso offerte dai viceré spagnoli, cele­bravano ricorrenze religiose (Natale, Pasqua, San Giovanni, San Gennaro, il Corpus Domini, l’Assunzione e le quarantore), oppure erano in onore di qualche illustre visitatore, a cui spesso era dedicato un trionfo, con tanto di arco di scenografia. È noto che ad almeno una delle grandi feste napoletane abbia partecipato Miguel De Cervantes, l’autore del Don Chisciotte. Queste feste erano molto po­polari, tanto che quando il viceré Castrillo decise dei tagli dovette poi cambiare idea, dopo che i cortigiani gli ebbero suggerito che in passato un’analoga sospensione aveva provocato l’ira divina, manifestatasi con un’epidemia di peste (Guarino).

Uno spettacolo spagnolo
Le corride, invece, erano più che altro un fenomeno esotico, introdotto dai dominatori spagnoli e legato alle loro festività; ad esempio il 25 luglio, festa di San Giacomo, patrono di Spagna; o il 15 maggio, festa di San Isidoro, patrono di Madrid; oppure celebravano ricorrenze della corte reale o vicereale, come la nascita dell’erede al trono, o l’onomastico di membri della famiglia reale, o ancora la venuta dei regnanti a Napoli. Gli Spagnoli, oltre alle corride, introdussero a Napoli anche altri giochi, come le battaglie con le canne (juego de cañas) e con sfere cave di terracotta riempite di cenere (juego de alcancías). L’espressione spagnola habrá toros y cañas (“ci saranno tori e canne”) preannunciava qualcosa di molto spettacolare. L’adesione della corrida napoletana al modello spagnolo è chiara dal resoconto di Andrea Cirino del 1658, che nel capitolo “Gioco di Tori conforme l’uso di Spagna” spiega: “(…) l’Eccellentissimo Signore Viceré, savio e generoso, volle con questa pompa di Tori rassomigliar le Feste di Napoli alle Feste di Spagna, sollennizzate con l’incontro de’ Tori”, e descrive il teatro del combattimento come “simile alla Piazza Maggiore di Madrid”. Carandini sottolinea l’opera del viceré conte di Oñate, giunto a Napoli nel 1648, con una brillante politica di propaganda filospagnola con feste e rappresentazioni teatrali nel Palazzo Reale. Nelle corride, però, i combattenti erano soprattutto spagnoli ed erano probabilmente ad uso e consumo degli iberici di stanza a Napoli, fatte per lenire la nostalgia per la patria e per le sue usanze, come testimonia l’affresco nell’androne del Castel Nuovo di Napoli, che rappresenta una corrida in atto proprio nella Plaza Mayor di Madrid (Giannone).

Corride famose
Dagli annali del notaio Gregorio Rosso (o Russo) risulta che il viceré Pedro Álvarez de Toledo y Zúñiga, che fece costruire via Toledo, fu non solo spettatore, ma anche partecipante con grande passione alle lotte con i tori: “Nello primo de Iennaro 1533 si fece uno gioco de tori in Napoli all’usanza de Spagna, e ve intervenne il Viceré Toledo”. Sempre nel 1533, Rosso racconta: “Alli 29 di Giugno se fece una bellissima festa alla piazza Carbonara de giochi de Tori. Il Viceré faceva spesso di queste feste, perché era professione sua, et in Spagna teneva nome di gran Toriatore, et in questo giorno delli 29 de Giugno fù ferito in una gamba dalle corna di un Toro, e non solo succedè questa disgrazia in quel giorno, mà ancora, scappò un Toro dallo steccato, et ammazzò uno figliolo, e se dava a correre deritto per le strate di Napoli, haveria fatto molto danno, mà Dio volse, che infilò per la porta Carbonara, et uscì fuori de la Città. Giocorno con lo Vicerè in quel giorno molti Cavalieri Napolitani, che con la loro solita habilità, se adestrarono subito a fare questo esercitio, così bene come qualsivoglia Spagnuolo”. Una festa di grande solennità fu quella del 3 gennaio 1536 a San Giovanni a Carbonara, in occasione della lunga visita di quattro mesi a Napoli dell’imperatore Carlo V, reduce dalla conquista di Tunisi e La Goletta, nella guerra contro l’impero ottomano. Lo stesso imperatore scese nell’arena, come testimonia Gregorio Rosso: “Alli 3 di Gennaro del 1536 Domenica nella piazza Carbonara si fece un gioco di Tori, dove Sua Maestà mostrò grandissima destrezza e leggiadria”. Tomaso Costo riferisce di una bellissima festa offerta per carnevale, il 21 febbraio 1574, da don Giovanni d’Austria, vicario in Italia del re Filippo II e figlio naturale dell’imperatore nella Piazza dell’Incoronata, dove si fecero “giuochi di canne e di caroselli di tori con rompimenti di lance ed altre galanterie”. A Napoli le corride si svolgevano con toreri spagnoli e in poche occasioni con italiani, come Emanuele Carafa, figlio naturale del duca di Nocera, che fu viceré di Aragona, discendente di una delle più importanti famiglie nobili napoletane e pronipote di papa Paolo IV, già menzionato nel 1645 per una corrida nel largo di Palazzo. Nel gennaio 1658, quando era viceré García de Avellaneda y Haro, conte di Ca­strillo, si organizzò, nel quadro delle feste per la nascita dell’infante di Spagna Felipe Próspero, figlio del re Filippo IV, avvenuta il 27 novembre 1657, una “corsa reale” particolarmente fastosa a largo di Palazzo. Carafa, dopo aver giostrato in modo superbo, ebbe il proprio cavallo sventrato da un corno del bovino e, pur essendo sconvolto e ferito dalla caduta, riuscì a liberarsi dalle staffe e a rialzarsi. Quindi proseguì la lotta a piedi e, sconcertata la bestia con finte, la uccise con il classico colpo di spada alla sommità del collo. In certe occasioni si ebbero anche vittime, come nella corrida a largo di Palazzo, come racconta Fuidoro (vol. 1): “Il 16 maggio 1661, lunedì, fu ordinata festa di corte per causa che si fece il giuoco dei tori dalli criati di S.E. per il suo filiuolo mascolo nato: e fu fatto nobile steccato nel largo del Regio Palazzo, e vi morì uno spagnuolo sbalzato dal toro per l’aria”. Sempre Fuidoro, per il 24 maggio 1662, racconta che “fu fatto il gioco del toro nello largo di Palazzo per esser la festa di Sant’Isidoro, introdotta dalla natione spagnola dentro la chiesa di Santo Luigi delli PP. di San Francesco di Paola […] e perché si erano apparecchiati li palchetti di legname in detto largo per li futuri festini, […] si ebbe più comodità di vedere detto spettacolo e vi morì uno spagnolo che combatté col toro e due altri malmenati”. Rubino riporta che, dopo una pausa per il lutto della morte del fratello dell’imperatore, il 18 giugno 1664, nel largo di Palazzo i soldati spagnoli organizzarono una corrida con sette tori, concludendo le feste per le nozze tra l’imperatore e la figlia del re di Spagna. La stessa fonte ricorda una corrida durata tre ore, tenutasi il 29 giugno 1667 in largo di Palazzo per festeggiare la nascita del primogenito del duca di Cardona, fratello maggiore del viceré Don Pietro d’Aragona, che vi prese parte insieme alla viceregina. Ancora Fuidoro (vol. 3) riferisce che il 13 giugno 1674, nel largo di Palazzo, si tenne “il giuoco del toro” in onore del viceré di Sicilia uscente, il principe ispano-fiammingo di Ligny (Claude Lamoral I de Ligne), di passaggio a Napoli per andare ad assumere la carica di viceré di Milano. Lo stesso gioco era stato organizzato quindici giorni prima. Castaldi racconta come mercoledì 31 gennaio 1680, in occasione del matrimonio del re Carlo II con Maria Luisa di Borbone-Orléans, avvenuto l’11 novembre 1679 presso Burgos, si tenne “la famosa Festa del gioco dei tori avanti il Regio Palazzo”, alla presenza del viceré e della sua consorte e davanti a ventimila spettatori. Si costruirono delle logge e nell’arena entrarono dieci tori, resi furiosi dalle frecce scagliate dai palchi e dai morsi dei cani. I cavalieri spagnoli Don Emanuele Domine e Don Gaspar Vitelli mostrarono il loro valore giostrando a cavallo contro gli animali. Le dame erano rapite “da sì dilettevoli horrori”, ma confortate dai rinfreschi offerti dal viceré. Domenico Confuorto riporta, nella sua raccolta Giornali di Napoli, che “il 31 di detto mese, un mercoledì, si fece davanti al palazzo la corsa dei tori, con il concorso di molta gente. E il signor Viceré e la signora Viceregina vi assistettero, sotto un baldacchino, con gran numero di dame, sedute nella loggia eretta a tale scopo, alle quali erano serviti, durante il gioco, dei sorbetti di diversi gusti e tutti i tipi di frutti canditi che furono in abbondanza sulla piazza dove si torreggiava”. Due corride si svolsero a Castel Nuovo, la prima offerta dal marchese di Bayona, la seconda nel cortile del castello, nel 1681, dal principe di Piombino, generale delle galee di Napoli, alla quale si recò in forma privata il viceré, accompagnato dalla viceregina. Durante la festa, nel corso della quale rimase ferito uno dei servi del principe, furono serviti a tutti dolci e bevande pregiate. Il 26 luglio 1684, festa di S. Anna, onomastico della regina madre, fu allestita a Mergellina una plaza de toros galleggiante, delimitata su tre lati da palizzate e palchetti e sul quarto lato dal mare, di 380 palmi di larghezza (100 m circa), 280 di lunghezza (70 m circa) e 18 di altezza (4,5 m circa), dove “se corrieran toros de dia y de noche hubo fuegos artificiales”. Il conte de las Navas la definì “una plaza construida en el mar”. La piattaforma appoggiava su travi piantate sul fondo del mare e ancorate con spuntoni di ferro al tavolato, che a sua volta era coperto da una massicciata per smorzare il rimbombo del legno e non far spaventare i tori. Intorno alla piattaforma si accalcavano le galere e le barche da diporto con le tende che riparavano dal sole e che ospitavano il viceré e il meglio della nobiltà, dei cavalieri e dei loro invitati. Scesero nell’arena tredici tori “né in tutto feroci, né in tutto mansueti” inseguiti da “toreatori spagnoli” e alcuni animali furono uccisi, altri si gettarono precipitosamente in mare da un varco appositamente lasciato aperto. Il 25 agosto 1685, per celebrare la ricorrenza di San Luigi dei Francesi, onomastico della regina di Spagna Maria Luisa di Borbone-Orléans, si svolse una corrida nello stesso luogo, in un teatro maestoso su una piattaforma di 300 palmi di lunghezza (80 m circa) e 200 di larghezza (50 m circa), circondata da 16 torcere che riproducevano il nome della regina Marianna, alle cui estremità erano stati costruiti due obelischi piramidali cavi di 120 palmi di altezza (30 m circa) illuminati di notte, con un arco trionfale di 80 palmi (20 metri). Il teatro era circondato da un doppio cordone di fuochi artificiali con 1.200 torce di cera. Per Sarnelli, alla festa presero parte più di trecentomila persone, mentre intorno alla piattaforma si trovavano 22 galere della flotta reale. Nel teatro, per tre giorni si svolsero cacce dei tori, caroselli ed altri giochi dei cavalieri. Le galere, la notte, si allargarono in alto mare illuminate da fiaccole, mentre anche i palazzi della costa accendevano fiaccole e lumi ad olio. Il secondo giorno della festa, il 26 agosto, si ebbe un “gioco d’alquanto pochi tori”, per passare poi alla giostra dei cavalieri. Un anticipo della fine delle corride a Napoli venne dalle celebrazioni per la presa di Buda, oggi parte di Budapest, in Ungheria, occupata da un secolo e mezzo dagli Ottomani, che il 2 settembre 1686 fu conquistata dalle truppe austriache dopo un assedio di quasi tre mesi. Il viceré, marchese del Carpio, decise di festeggiare con una sfilata mascherata di genere carnevalesco, nonostante il largo di Palazzo fosse stato già allestito con steccato e tavolato per la corrida, e fossero state fissate tre rappresentazioni, “stimando essere più plausibile il mascherarsi che il gioco de’ tori”. Confuorto riporta un gioco dei tori dentro lo steccato davanti al Palazzo Reale organizzato l’8 febbraio 1690, ultimo giorno di carnevale, per festeggiare la notizia dell’incoronazione a re dei Romani del piccolo re d’Ungheria Giuseppe I d’Asburgo, figlio dell’imperatore Leopoldo I, fatta ad Augusta dagli elettori dell’Impero. La “giostra e caccia al toro” del 24 maggio 1690 è descritta da Domenico Antonio Parrino in L’ossequio tributario della fedelissima citta di Napoli per le dimostranze giulive nei regii sponsali del monarca Carlo secondo colla principessa Maria Anna di Neoburgo. Il matrimonio era avvenuto il 28 agosto dell’anno precedente.

Svolgimento della corrida napoletana
I toreri, italianizzati in toreadori oppure in cacciatori del toro, giostravano a cavallo contro il toro, mentre tra i numerosi assistenti molti erano appiedati. I toreri l’aspettavano armati di frecce o di corte lance, agitando una mantellina con la mano sinistra. La stessa opera di Parrino del 1690 contiene una stampa che rappresenta la giostra dei cavalieri, ma in una fascia ai piedi del foglio riporta alcune vignette con scene della corrida, descritte nelle didascalie. Si vedono tori imbizzarriti per i fuochi artificiali sul dorso, affrontati con panni, lance e spade e con animali, cani di Bretagna (mastini) e scimmie, o con fantocci legati a corde tese tra due paletti (huomini finti per deludere i tori), un huomo ferito dal toro è portato fuori dall’arena a braccia, e mule con schiavi che trascinano il toro ucciso, al pari dei feriti nello scontro. Lo spettacolo terminava con il sezionamento dei garretti del toro per immobilizzarlo in modo che quelli che toreavano a piedi potessero finirlo, alcuni con una corta lancia, altri con una lunga picca. La Relazione della solenne Festa de’ Tori di Malatesta racconta che i tori erano fatti uscire con “Valdrappe, ò Selle, ò Camicie, (…) tutte piene di fuochi artificiati. Questi fecero inferocire i Tori, che con salti e mugiti, e disperate carriere movevano à riso il Popolo” e dall’attacco di cani molossi che azzannavano le orecchie (“furono perseguitati dalli Cani mastini, essendosi ordinato lo spettacolo, che non riuscisse d’horrore, mà tutto divertimento e spasso”).

Il successo tra i napoletani
In effetti l’introduzione delle corride non sembra aver appassionato i napoletani, come invece accadeva con le cacce dei tori a Roma e a Venezia. Non risultano notizie di corride dopo il Seicento, segno probabilmente di uno scarso successo tra i locali. Guarino, al contrario, ritiene che le corride fossero entusiasticamente seguite e praticate dai nobili napoletani, ma anche del popolo, che interveniva nell’arena per finire i tori, anche per appropriarsi della loro carne, che spettava a chi uccideva l’animale. Le feste barocche erano seguite dalla pubblicazione di accuratissimi resoconti, ricchi di descrizioni e riportanti i disegni delle scenografie effimere create, le descrizioni dei costumi e dei carri allegorici e i testi delle poesie scritte per l’occasione. Le descrizioni delle corride, quando presenti, sono invece estremamente laconiche e fanno ampio uso di citazioni di autori latini, soprattutto allo scopo di paragonare il coraggio dei combattenti a quello degli antichi Romani. Inoltre, esistono pochissime immagini, che sono invece molto abbondanti per le corse dei tori di Venezia e di Roma, descritte in articoli precedenti.
Andrea Gaddini

Bibliografia

Didascalia: piazza del Plebiscito a Napoli (photo © Picasa, Sprea Fotografia, spreafotografia.it).

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