Eurocarni nr. 1, 2011

Rubrica: Storia e cultura

Articolo di Dell’Orso C., Dell'Orso C.,

(Articolo di pagina 164)

Credere, Obbedire... Digiunare

Alimentazione e cibo in tempo di guerra

La fatale dichiarazione di guerra fu consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e Francia il 10 giugno 1940. Arcisicuro, Benito Mussolini (in “buona” compagnia occorre dire), che le armate germaniche dilaganti su Parigi avessero ormai vinto anche per noi. La propaganda affidata a radio, stampa, cinegiornali e scritte murali, oltre all’imperioso slogan “Vincere!” (la canzonetta che lo celebrava continuava con “e vinceremo in cielo, in terra, in mar”) si concentrava in tre parole: Credere – Obbedire – Combattere. Combattemmo ed obbedimmo con scarso entusiasmo, credendo sempre meno al vacillante Duce, mentre le sorti del conflitto volgevano al peggio. Infuriarono i bombardamenti a tappeto sulle città italiane da parte dell’aviazione alleata, continuati anche dopo la caduta del fascismo, l’armistizio dell’8 settembre 1943, lo squagliamento dell’esercito. Le milizie angloamericane bloccate dalla Wehrmacht sulla Linea Gotica che divideva la Penisola in due, al Nord nasceva la Repubblica sociale sotto tutela dello scomodo alleato nazista e s’organizzava la Resistenza. Scarseggiavano i generi alimentari, mancavano i capi di vestiario ed il combustibile, le norme di razionamento diventando sempre più restrittive.


Nell’inverno 1943-44 il riscaldamento di case e uffici risultava pressoché assente mentre avvenivano frequenti sospensioni di energia elettrica. Le candele di cera ormai finite, per illuminare s’accendevano i moccoli di sego. 
I trasporti pubblici funzionavano a singhiozzo e, allora, via sulla bicicletta arrancante perché le gomme con cui cambiare i pneumatici consunti erano sparite. La gente, per dimenticare fame e paura di finire sotto le macerie, aveva soprattutto voglia di divertirsi affollando i teatri più di prima. Nei centri urbani sottoposti all’oscuramento, e con la prospettiva di terminare la serata nei rifugi antiaerei, trionfa lo spettacolo di rivista. Primadonna è la soubrette Wanda Osiris che, per lavorare, dovette togliere la “s” finale del cognome perché faceva “esotico”.
Intanto, nei gusti del pubblico popolare, composto da studenti, operai, sartine e militari in libera uscita, avanza il sottoprodotto alquanto scalcinato dell’avanspettacolo dove, a fianco di cellulitiche soubrette, debuttano future vedette come Walter Chiari e Ugo Tognazzi. Nel varietà va forte Macario con le sue donnine, considerate “le più belle d’Italia”, che sgambettano sul palcoscenico. Quando le mette in fila, ognuna esibisce una gabbietta ai piedi e il comico le passa in rassegna scuotendo il dito: «Ti piace l’uccellino — ammicca — Eh, se ti piace!». Il suo spettacolo incassa 50.000 lire al giorno. Ma anche Totò riscuote successo presentandosi come “originalissima marionetta umana snodabile” e facendo sganasciare di risate le platee. Nella parodia del romanzo Anna Karenina, autore il russo Tolstoj, visto che il treno sotto cui deve finire la protagonista non arriva grida: «Si ritarda, si ritarda», ma tutti capiscono che il riferimento è alle forze dell’Asse impastoiate in Unione Sovietica. Tra i più “attenzionati” dalle questure spicca il comico Cecchelin. Perse le colonie africane e rarefacendosi le cibarie commenta sornione: «Ma quale razionamento, via! Se abbiamo l’impero di… strutto?!».

Durante i siparietti si allude alla censura, le blande ironie sui gerarchi fascisti provocano la nottata in guardina degli “arditi” intrattenitori, le tessere annonarie vengono messe in burletta. 
Ufficialmente denominata Carta annonaria individuale riportante nome ed indirizzo del titolare, la scadenza mensile o quadrimestrale, veniva diversificata secondo i prodotti: alimentari vari, generi razionati (destinata ai lavoratori), sapone (non cedibile), sigarette, sigari e tabacco da naso. I Comuni rilasciavano pure la Carta famigliare destinata alle razioni di pane, latte, uova, olio, burro. Ad ogni cedola staccata doveva corrispondere un acquisto con il timbro dell’esercente.

Nelle famiglie aumentava il consumo dell’Estratto di carne Wührer e del dado per minestra Solo, fabbricati a Brescia, il cui uso, assicurava la pubblicità “riesce facile e, soprattutto, dà risultati eccellenti perché il loro gusto è stato studiato e reso tale da soddisfare perfettamente il nostro palato”. 
E durerà 4 anni, quindi dopo la pace, il traffico parallelo chiamato dalle autorità “mercato nero” dove qualsiasi tipo di merce, dai viveri pregiati ai tabacchi passando per l’abbigliamento e i ricambi delle auto, era disponibile a prezzi astronomici. Nei ristoranti, fin dall’inizio conflitto, si presenta la tessera. Nell’autunno 1941 il pasto a prezzo fisso in un esercizio di I categoria costa Lire 23 più una percentuale servizio, bevande escluse. La lista del giorno (la parola francese menu era severamente bandita) reca in alto la scritta: “Chi non osserva le norme sul razionamento tradisce il soldato che combatte”. Spesso, attaccato al muro o all’entrata dell’esercizio risalta il manifesto con la foto d’un elegante giovanotto, le gote belle gonfie, attovagliato davanti succulente specialità gastronomiche nonché vini pregiati mentre un combattente d’Africa, la faccia severa sotto il casco con occhiali d’ordinanza e la sahariana, avverte battendogli la spalla: “Se tu mangi troppo derubi la Patria!”.

L’elenco dei cibi include minestre asciutte con carta annonaria tipo “Maccheroni pasticciati o Risotto al burro e piselli” e senza tessera “Zuppa di cozze alla marinara”. In brodo, sempre con la carta, “Riso e lenticchie o Cannolicchietti”. Senza carta “Zuppa di fagioli alla toscana, Crema di legumi, Zuppa alla paesana”. 
Il secondo piatto è presentato come “Porzione di carne, o pesce, o uova, o salumi, con contorno: o legumi o verdura” apparendo, comunque, sostanzioso. Perlomeno sulla carta. “Spiedino di capitone e broccoletti, Anguilla di Comacchio e piselli, Filetti S. Pietro e spinaci, ¼ Fagiano allo spiedo e insalata, 2 Tordi al crostone e broccoli, Trancia fegato ai ferri e cipolline, Tegamino di cervello e fegatini e funghi”. In più, “Cipolline, Spinaci, Patate, Broccoletti, Broccoli, Insalata”. La frutta consisteva in “Pere, Mele, Mele al forno, Moscato, Macedonia al Maraschino”.

Alquanto curiose le Norme per l’avventore e per il conduttore del pubblico esercizio. Proibivano di servire antipasti e porzioni maggiorate, minestre a base di uova, dolci e gelati. Prima di portare in tavola pastasciutte o risotti, il titolare del ristorante ritirava il buono in vigore del mese, rifiutando gli scaduti. Se la minestra conteneva generi razionati ne era vietata la preparazione al sabato, domenica e lunedì. Carni di qualsiasi tipo dovevano essere servite solo nei fine settimana. Con l’avvertenza “La porzione di carne, riferita a prodotto cotto, non può superare il peso di grammi 100 senza osso e grammi 150 con osso”. 
Con l’infausto proseguimento della guerra, il razionamento diventa feroce, frenetico il mercato nero. Continua l’imboscamento di generi alimentari, scopo evitare di portarli all’ammasso nonostante trafficanti e “borsari neri”, se beccati in flagrante, siano condannati al campo di concentramento. Per le festività natalizie la maglia s’allarga ed arriva in distribuzione 1 kg di riso. Altra concessione speciale “La vendita dei panforti e dei torroni è acconsentita per il periodo delle attuali Feste natalizie e di Capodanno. Latte. Oggi grammi 40 per persona”.

Intanto, i prezzi in trattoria scendono. Nonostante l’inflazione. Il menu a prezzo fisso costa 14 lire ma il cameriere ti serve un’abbondante insalata. Gli habitué trovano però sotto la verdura una bistecca, ottenuta senza bollini. 
Nella sezione Minestre sono elencate “Lasagnette al forno, Zuppa di fagioli con Pasta, Riso con Verdura” e la sezione senza carta annonaria propone “Minestrina di Primavera, Cavolfiori in Padella, Broccoletti, Scarolina”. La tristanzuola rubrica dei secondi offriva “Carciofi all’ortolana, Cozze in Padella, Carciofi alla Contadina, Zuppa di Cozze e Vongole”. La lista della frutta, con l’aggiunta a penna di “un Pezzo”, prevedeva “Arance, Finocchi”. A Mussolini, prigioniero a Ponza dopo l’estromissione dal governo, viene consegnata la tessera annonaria ed il comune che gliela rilascia, ironia del destino, è Littoria (finita la guerra diventerà Latina). Nell’inverno 1944-45 i ristoranti delle principali città italiane sono adattati alle denominate “Mense collettive” per il periodo di guerra. La situazione alimentare appare disastrosa e la gente affamata, rischiando le bombe ed incurante dei divieti, va a cercare viveri nelle campagne circostanti.

Sempre meno schizzinosi, gli italiani mettono in padella colombi, passeri e perfino poveri gatti, scambiati da macellai clandestini per conigli. Ognuno disponendo di g 125 di zucchero, la produzione di caramelle è sospesa e parte la campagna per evitare gli sprechi del pane. S’invita pure a riciclare se un avviso ammonisce: “Recuperate e imballate la cartaccia. Si evita l’incendio. Si realizza un prezzo maggiore”. I quotidiani ridotti a due facciate pubblicano, debitamente incorniciata, la Rubrica dell’Alimentazione che informa delle ristrettissime disponibilità di viveri nei negozi. Prima diventa raro poi scompare l’olio d’oliva, oggetto d’incetta. 
Quando anche il burro latita, viene sostituito come condimento, trovandolo, dallo strutto.

Qualche esempio delle “offerte gastronomiche”? La Sezione provinciale dell’Alimentazione comunica in data 15 luglio 1944 che ogni cittadino ha a disposizione per l’acquisto nelle macellerie “Frattaglie da lesso (g 100)” o, se vuole sbizzarrirsi, “Frattaglie di corata o trippa (g 50)”. Né c’è da stare allegri la settimana seguente: “Frattaglie bovine di corata (g 50), Frattaglie bovine da lesso (g 100), Frattaglie di fegato o cuore (g 50), frattaglie di polmone (g 50), trippa di manzo g 50)”. 
Diventata Rubrica dei Razionamenti, indica anche gli spacci dove è distribuita la carne per gli ammalati e il latte destinato ai bambini. Negli anni seguenti la fine del conflitto mondiale, il razionamento sia pur alleggerito verrà conservato se sui giornali del febbraio 1947 risalta il seguente comunicato: “Il latte per oggi: verranno distribuiti 1.200 grammi per ciascun prenotato. Presso gli alimentaristi è in vendita della zuppa di legumi in polvere al prezzo di L. 43, 50 al kg”. Nel marzo 1937 il Duce proclamava: «Le mie regole dietetiche sono fisse, nel senso che i miei pasti sono frugali… (Non si sarebbe detto vista la figura atticciata Nda). Considero l’alcool un danno alla salute degli individui e alla salute collettiva, non sono contrario all’uso moderato del tabacco… Per coloro che sono sottoposti a fatiche di carattere materiale, l’uso moderato del vino è utile».

Con l’entrata in guerra, tra i digiuni forzati e l’ansiosa ricerca di trovar qualcosa da mettere sotto i denti, nessuno avrebbe consigliato diete alimentari, ingredienti equilibrati o parlato d’eccesso di calorie, cellulite, grasso superfluo o maniglie dell’amore.
Il ritorno della linea e la tendenza all’esser magri nasce e si sviluppa con il boom economico degli anni Sessanta. Quando saranno di moda le indossatrici tipo grissino ed i musicisti capelloni quanto filiformi. Ne abbiamo comunque guadagnato. Passando dal regime fascista al regime alimentare.

 

Claudio Dell’Orso


 

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