Eurocarni nr. 1, 2010

Rubrica: Slalom

Articolo di Sorrentino C.

(Articolo di pagina 42)

L’Europa che non c’è

La scelta del nuovo presidente della UE e del neo ministro degli Esteri rappresenta in qualche modo la fine di un sogno, quello della costruzione di una vera Europa, con un peso rilevante nella geografia politica mondiale

Il 19 novembre scorso ha forse rappresentato l’ultima grande delusione, il fallimento di un sogno, allorché è venuto meno il colpo di reni necessario per dare slancio ad una nuova Europa e per non essere tagliati fuori dal ridisegno della geografia politica mondiale. Che cosa è, infatti, avvenuto? I ventisette capi di Stato e di Governo, riuniti a Bruxelles in un vertice che avrebbe dovuto ridisegnare una nuova realtà, hanno affossato, a nostro avviso, le grandi potenzialità che erano state concesse dal Trattato di Lisbona, peraltro varato in modo molto faticoso dopo lunghe interminabili dispute. E come altrimenti potremmo definire la scelta di eleggere Herman Van Rompuy alla carica di presidente dell’Unione Europea, una figura certamente non carismatica, ed alla testa della politica estera una figura, come quella di Catherine Ashton, pallida ed insignificante tanto da non essere mai stata nominata ad una carica ministeriale e solo di recente inserita nel contesto europeo?

A nostro avviso risulta con tutta evidenza che il citato Trattato di Lisbona non ha rilanciato lo status di una vera Unione, ma ha ripiegato su una grigia confederazione, nella quale nessuno può disturbare i poteri dei capi di stato di sempre, ancora convinti di poter pesare e svolgere un ruolo importante nel mondo, mentre sono rimasti stati-nazione con la mancanza di peso, fisico e morale, per incidere e dettare linee sul piano delle relazioni internazionali. Già negli scorsi anni l’ideale unitario cui si era aspirato da più parti era stato indebolito a favore di una formula mista di sovranità europea e di sovranità nazionale: siamo passati cioè dal concetto di “Stato federale” ad una “Federazione di Stati”. Gli “Stati Uniti europei” non sono più arrivati perché non c’è ancora l’Europa che si impone a comando, bensì quella che fornisce direttive e tanti stati nazionali che fanno poi per conto loro. Per questo erano importanti le nomine del primo presidente e del primo ministro degli esteri, Mister o Lady PESC, che sta per Politica Estera e di Sicurezza Comune. Una rilevanza che, però, è stata aggirata con la nomina di personaggi sbiaditi o grigi, con la mancanza di storie significative e con un’indubitabile assenza di carisma. Il presidente, da una parte, e l’alto rappresentante dall’altra avrebbero dovuto essere, nell’architettura di chi aveva pensato prima il Trattato costituzionale e poi la sua versione ridotta approvata a Lisbona, le colonne di una nuova capacità di incidere dell’Europa, proprio in quanto Unione. Ciò avrebbe significato, anche per il Parlamento, poter fare politica e non solo dibattiti a vuoto sui massimi sistemi o leggine per regolamentare materie di sempre scarsa rilevanza, dimostrando così agli scettici cittadini dell’Unione Europea — i quali per circa il 50% non vanno neanche a votare — che l’Europa c’è e ci sarebbe stata e che sarebbe valsa la pena impegnarsi per farla crescere.

Ma come si è giunti a bruciare alcune candidature che avrebbero potuto dare lustro all’Europa? Abbiamo appreso dei giochetti di vecchi moderatismi, di politichetta da strapazzo messa in mostra dai rappresentanti dei grandi Paesi, i quali, fingendo di essere lungimiranti, si sono rivelati ciechi, in quanto non hanno intravisto che il consenso all’Europa è in netto calo sia dentro e che fuori l’Europa stessa. L’Europa non ha bisogno di vecchi arnesi e vecchi trucchi proprio ora che dobbiamo confrontarci con una crisi internazionale, che minaccia di essere non solo economica. La cosa incomprensibile, inoltre, è stata l’incapacità del Parlamento europeo di capire che, assecondando il gioco dei più potenti, ha danneggiato se stesso, non ostacolando al contempo la prevalenza di veti incrociati, interessi contrapposti e compromessi al ribasso. E così i due eletti, anche se rispettabili, non faranno certo battere il cuore dei cittadini europei. La tappa del 19 novembre scorso rappresenta senz’altro la sconfitta di un ideale, quale è stato quello di non essere sopraffatti più dalle prepotenze e dalle arroganze dei più forti, abili e montare gli umori dei paesi minori affinché il loro potere possa essere predominante. Perciò l’UE ha scelto la mediocrità come strategia di governo, ma ciò per tutti coloro che hanno creduto in una vera Europa non è certamente un evento felice.

Cosimo Sorrentino

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