Eurocarni nr. 7, 2001

Rubrica: Mostre

Articolo di Armenia R.

(Articolo di pagina 103)

La FAO investe in arte e cultura

Per informare e sensibilizzare l’opinione pubblica sui suoi obiettivi e sulle sue meritorie attività

La FAO è l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura. Fondata nel 1945 con l’obiettivo di elevare i livelli nutrizionali e di vita, incrementare la produttività agricola e migliorare la condizione delle popolazioni rurali, oggi è la più grande agenzia specializzata del sistema delle Nazioni Unite. È l’agenzia guida per l’agricoltura, le foreste, la pesca e lo sviluppo rurale. Come organizzazione mondiale, dal 3 maggio all’1 giugno 2001, presso i Saloni della Sua sede di Roma (Viale Terme di Caracalla), la FAO ha organizzato la mostra "L’uomo per la terra". Si tratta del primo evento culturale voluto dalla prestigiosa organizzazione delle Nazioni Unite.

È stato un evento di alto valore artistico e di profondo significato umanitario e sociale. Ha raccolto e presentato 65 opere di pittura e 7 sculture di sei artisti di tutto il mondo, ciascuno in rappresentanza di uno dei sei continenti. Gli artisti erano Ali Al Jabiri (Iraq), Carlos Catasse (Cile), Gino Covili (Italia), Bertina Lopes (Mozambico), George Rodney (Giamaica), Dalu Zhao (Cina). La grande mostra ha avuto l’alto patronato della Presidenza della Repubblica ed il patrocinio di Presidenza del Consiglio dei Ministri; Ministro per i Beni Culturali ed Ambientali; Ministro per le Politiche Agricole e Forestali; Ministro per gli Affari Esteri; Città di Roma; Regione Lazio. Con la mostra "L’uomo per la terra" la FAO si è proposta di offrire un’occasione di riflessione culturale che, grazie al veicolo potente dell’arte, contribuisca a stimolare sensibilità e intelligenze a favore della lotta contro la fame, la povertà e l’emarginazione nel mondo. La mostra ha avuto una dimensione internazionale. Ogni continente vi era presentato da un artista di rilievo. Gli artisti invitati, al di là delle loro origini e delle loro diverse esperienze, sono idealmente collegati da una radice comune, dove l’uomo è fautore del proprio destino ed è responsabile anche di quello altrui. La mostra "L’uomo per la terra" ha costituito quindi un’occasione di crescita culturale e sociale straordinaria che parlerà a tutti coloro che nell’arte cercano non solamente emozioni, ma anche un significato e delle risposte. Ed il significato, le risposte alle quali questa mostra ci permette di avvicinarci, con ansia ed umiltà, sono quelli che costituiscono la ragione stessa di essere della FAO e l’obiettivo intorno al quale ruotano le sue azioni: la terra, fonte della vita; l’essere umano, che questa terra la lavora, la vive, la soffre, la gode; l’essere umano, al quale noi tutti abbiamo il dovere di garantire il diritto più fondamentale, il diritto al cibo.

I sei artisti, provenienti da sei diverse regioni del mondo (Africa, Asia, America Latina, Caraibi, Europa, Regione Araba) offrono un panorama altamente rappresentativo del ruolo svolto dall’arte nei loro paesi d’origine. Essi, voci attente e sensibili ai drammi del mondo moderno ed alle ansiose attese dei bisognosi, si sono proposti di stimolare sensibilità ed intelligenze, attraverso il linguaggio potente ed incisivo della loro arte, a favore della lotta contro la povertà, la malnutrizione, l’emarginazione. Esaminando la loro produzione, si scorge un sottile filo rosso che percorre tutte le loro opere e che li ricollega in una radice comune, dove l’uomo è fautore del proprio destino ed il responsabile di quello altrui. Vi si scorge, soprattutto, un atto d’amore: amore verso l’essere umano, e verso la terra. Questi artisti si rendono, ognuno a modo loro, interpreti della vitalità, della forza della terra. La terra e l’umanità che questi artisti ci presentano sono veri, vivi e pulsanti e gridano la loro volontà di vivere, la loro ansia di dignità e rispetto, la loro voglia di far crescere l’essere umano ed attraverso di lui questa nostra terra. Il messaggio che questi artisti pertanto intendono lanciare è anche un richiamo a nuove forme di solidarietà, di dialogo tra i popoli, tra gli esseri umani; delle gioie, dei dolori, delle speranze dell’essere umano. Essi sono, di tale afflato di solidarietà, interpreti sinceri ed universali, per la generosità con cui pongono la loro arte al servizio dei veri ideali dell’uomo. L’artista iracheno Ali Al Jabiri può essere considerato, attraverso la sua ricerca figurativa e plastica che attinge sia ai saperi millenari della sua terra d’origine che alla cultura occidentale, un testimone ed un messaggero di fratellanza e rispetto tra culture diverse. La pittura dell’artista cileno Carlos Catasse è, dal suo canto, indissolubile dagli umori della sua terra, della sua gente, dai profumi e colori intensi che non conoscono gradazione come i tessuti locali. E cosa dire della pittura universale dell’artista mozambicana Bertina Lopes che parla, con accento africano, il linguaggio della contemporaneità, e le cui opere sono il risultato di uno scambio interculturale ed interetnico che, incessantemente, cerca l’abbattimento di ogni barriera. George Rodney, artista giamaicano, non ha mai spezzato il legame primordiale, simbiotico e genuino con la sua terra, attraverso la sua pittura in bilico tra due mondi, quello della realtà e quello dell’astrattismo. E Dalu Zhao, pur nell’evocazione del mondo lontano, misterioso e favoloso dell’universo leggendario della sua Cina, da corpo a ciò che vi è di più terreno e reale della tradizione di quella terra, facendo della sua pittura quasi un reportage sulla vita della sua gente.

Per ultimo, citiamo l’artista che ha rappresentato il Vecchio Continente, l’Europa. L’italiano Gino Covili da cinquant’anni lavora al suo epico affresco della civiltà contadina, della quale ha esplorato, dalla nascita alla morte, tutti gli aspetti, la trama di vissuto, l’esperienza consumata, il comune sentire. Ha 83 anni, ma continua a lavorare (in provincia di Modena, a Pavullo nel Frignano, in una casa che è ormai un museo, piena di suoi quadri, sono oltre 1.600, che l’artista e la famiglia non vogliono vendere, in quanto si propongono dare vita ad una Fondazione Covili, che, tra gli altri compiti, abbia quello di valorizzare al massimo l’opera dell’artista modenese), continua a lavorare — dicevo — con l’entusiasmo, con la freschezza e la vivacità degli anni giovanili. Come ha sottolineato lo scrittore Ferdinando Camon: "Gino Covili è un grande pittore classificato tra i naïfs, ma nei suoi quadri c’è tanta cultura, storia, denuncia e protesta. Lo dico perché la natura dei naïfs è dolce, arcadica, infantile. La natura in Covili è barbarica, nemica, bestiale anche quando non è animale. Stai una giornata in quella casa (ci ho trovato anche giornalisti stranieri e un ambasciatore presso il Vaticano) ed è come se saltassi indietro nel tempo, quando vivere era lottare, la lotta era una fatica fisica, e nella lotta eri solo. Nell’infanzia e adolescenza di Covili ci sono queste cicatrici. Le sue opere sono rievocazioni e ricognizioni degli scontri che gli impressero quelle cicatrici (il padre che non voleva riconoscerlo, la fame, i bombardamenti, le fughe, l’ascolto di una vocazione, l’urto con la società).

La Terra nei quadri di Covili non è che sia inospitale, è che la sua maniera di ospitare è lasciare in pericolo, cioè alla pari: non fa differenza tra uomo, aquila, lupo o orso. Vinca il migliore. La sequenza dei quadri compone la narrazione di una serie di vittorie del migliore, l’uomo. Ma quest’uomo che vince (basso, tarchiato, scorzoso, con l’occhio da lupo, spesso a cavallo e col fucile in spalla) ha mani con artigli, occhio che non evita ma indaga, e trova nello scontro mortale il suo habitat morale. È l’uomo-cacciatore. Il cacciatore è l’uomo che si libera, che si realizza. La liberazione sta nell’uccisione". Quindi nessun artista più di Gino Covili poteva essere adatto per interpretare il tema della nostra "L’uomo per la terra". Nessun altro poteva interpretare meglio il problema e le carenze alimentari del mondo. Questa bellissima mostra ha presentato artisti che sono legati tra loro da un sottile filo rosso che consiste nella capacità di salvaguardare la propria identità e le proprie tradizioni, di avere un cuore ancorato al passato, ai ricordi, intento ad accudire i propri affetti e nutrire le proprie speranze ma con gli occhi e la mente rivolti verso il futuro, dove l’uomo è artefice del proprio destino ed è il responsabile anche di quello altrui.

Dal 7 aprile al 3 giugno 2001 presso la splendida sede della Rocca di Vignola, si è tenuta la mostra "I ciliegi in fiore. Coralità e riti di una festa". Si è trattato di una mostra personale con 40 opere di Gino Covili, opere realizzate dal 1967 all’anno 2000. Sono opere ispirate all’aspetto ludico, ritualmente festivo, che si manifesta nei giochi circensi, nelle gare nei balli, nelle grandi riunioni di uomini e donne che, insieme, celebrano, vivono e godono il giorno dedicato alla comune festa, alla festa della primavera, per antonomasia, del colore e del profumo dei ciliegi in fiore. Attraverso le opere di Gino Covili, la festa dei ciliegi in fiore, che annualmente si svolge a Vignola, viene esaltata nel suo carattere popolare, sentito dalla gente, ben radicato nel costume e nelle tradizioni della zona. La festa — come sottolinea Vico Faggi — "interrompe il ritmo ordinario dei mesi e dei giorni, impone una pausa alla fatica, apre le porte allo scatenarsi dell’elemento ludico. E poiché la Festa ha radici e radicamento popolari, e tradizioni in certo modo antiche, i giochi e gli svaghi sono, nella loro semplicità, prove di agilità e di destrezza". Tra le prove della festa, abbiamo le classiche gare della corsa nei sacchi e dell’albero della cuccagna, la prova detta "salto dell’oca", che richiede agilità e destrezza, visto che si tratta di raggiungere, con un balzo, un’oca sospesa ben in alto, per staccarla dai suoi legami e così liberarla, il "palio dei ciuchi" (vale a dire la corsa degli asini) e la "corsa col cerchio", corrispettivo del vecchio gioco dei bambini che corrono dietro il cerchio. Queste ultime due gare sono quasi scomparse. "Covili — è ancora Vico Faggi che scrive — peraltro, nel suo grande quadro della Festa, ha abbracciato, con uno sforzo totalizzante e attualizzante, presente e passato, assumendo in un largo e allegro panorama tutti gli aspetti della Festa, non tralasciando l’elemento gastronomico, che di essa è parte non eliminabile, secondo la tradizione emiliana. E sono di scena, qui, i piatti popolari, è di scena (e come non potrebbe?) il lambrusco".

La Festa è laica e insieme religiosa, ha qualcosa di pagano, qualcosa di cristiano. E questa duplicità ne conferma e giustifica il radicamento popolare nel sentimento della gente. È per questo motivo che tutta la popolazione vi è convocata e coinvolta. Non mancano le bandiere e gli stendardi che simboleggiano il carattere civile e sociale dell’evento, il suo potere di coinvolgere tutti, senza distinzioni e preclusioni.

La festa dei ciliegi in fiore, nella grande mostra di Gino Covili è la festa dell’arrivo della primavera, del risveglio della natura, che esce dal suo sonno — scrive ancora Vico Faggi — promette luce, calore, fertilità. E gli uomini, al suo manifestarsi si rallegrano, come ad una rinascita vitale. La primavera è giovinezza dell’anno e della giovinezza ha tutto lo splendore". Le due mostre (quella della FAO e quella personale di Gino Covili dedicata a "I ciliegi in fiore") hanno riscosso notevole successo di pubblico e di critica. All’inaugurazione della mostra "L’uomo per la terra" erano presenti le massime autorità italiane, l’intero Corpo Diplomatico e i Rappresentanti dei 186 Paesi aderenti alla FAO. Nel corso della cerimonia di inaugurazione, il direttore generale della FAO, il senegalese Jacques Diouf, ha consegnato a Gino Covili una speciale medaglia della "Giornata Mondiale per l’Alimentazione". Le due mostre sono state documentate e supportate dalla stampa di sue bellissime e ricche monografie-cataloghi ("I ciliegi in fiore" e "L’uomo per la terra") curate e pubblicate dalla "Covili Arte".

Roberto Armenia

Gino Covili: note biografiche

Gino Covili nasce il 21 marzo 1918 a Pavullo nel Frignano dove tuttora vive e lavora. Sin da bambino ha mostrato una spiccata inclinazione per il disegno; avendo interrotto gli studi dopo la quinta elementare, ha fatto il garzone di barbiere, il manovale, poi a causa della guerra, ha prestato il servizio militare per sette anni. Dopo l’8 settembre ha partecipato attivamente alla Resistenza.

All’inizio degli anni ’50, nel tempo libero che gli lasciava il mestiere di bidello, ha ripreso a dipingere con continuità, dedicandosi al lavoro dal vero. Negli anni ’60 dopo quest’importante esperienza formativa, si è verificata una svolta decisiva nel suo itinerario creativo. Chiuso nel suo studio Covili ha iniziato a dipingere d’impeto paesaggi, animali e figure di contadini. La prima mostra personale è del 1964 a Bologna. Da allora Covili lavora ininterrottamente a rappresentare il "suo" mondo. Sono immagini forti e ad un tempo commosse, di un violento realismo frammisto a rievocazioni fiabesche, percorse da uno slancio vitale, da uno strenuo confluire di sensazioni naturalistiche e deformazioni visionarie: opere che trovano il loro momento unitario, e la loro coerenza, e forma d’arte, in un appasionato sentimento della condizione umana. E sempre, anche nelle figure dei vinti — nei ritratti di "Esclusi" dolorosamente esplorati nei luoghi della psichiatria — emerge nei quadri di Covili il valore essenziale della dignità umana e della umana solidarietà. Viene (1995-96) il tempo della sorprendente serie dedicata a "Francesco", il santo ribelle, il poeta delle creature. Le opere di Covili sulla vita di San Francesco sono senz’altro il ciclo pittorico contemporaneo più importante sul Santo di Assisi. E viene (1995-96) il ciclo de "L’ultimo eroe" che è il tema dell’uomo solo, dell’eroe solitario che confida sul suo coraggio, interprete dell’aspirazione ad una vita senza macchia e senza paura. Negli anni tra il ’96 e il ’97 Gino Covili realizza il ciclo "il Paese ritrovato" che con 58 opere, tra disegni e quadri, recupera dal passato, attraverso la sua "memoria visiva", la Pavullo di settant’anni or sono. L’artista riscopre un mondo che non esiste più e restituisce al pubblico il paesaggio della sua terra, dei suoi usi e costumi, dei suoi vicoli, delle sue case e botteghe. Le opere, che costituiscono un’importante chiave di lettura del territorio, sono state acquistate dal Comune di Pavullo che le ha musealizzate, rendendole così fruibili al pubblico, nella prestigiosa sede del Castello di Montecuccolo.

Con l’esposizione "I ciliegi in fiore: coralità e riti di una festa", Gino Covili indaga un altro elemento della civiltà contadina, quello legato all’aspetto ludico, ritualmente festivo, che si manifesta nei giochi, nelle gare, nei balli, nelle grandi riunioni di uomini e donne che celebrano, vivono e godono il giorno destinato alla comune festa.

A Roma, presso la Fao, Covili rappresenta l’Europa nell’esposizione "L’uomo per la Terra", riunendo le sue opere più importanti sulla vita del mondo contadino.

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