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Premiata Salumeria Italiana nr. 6, 2020

Rubrica: Bevande
Articolo di Manicardi N.
(Articolo di pagina 126)

Quei cocktails anni ’60 che ci facevano sognare di essere ricchi di Nunzia Manicardi

Martini Dry e Manhattan, prima di tutti. A base di Vermut, prodotto italiano nato alla fine del ’700

Chi è che oggi dice più “cocktail”? Adesso ci sono gli happy hours, le “ore felici”, gli “apericena”… Ma, almeno per chi ha degli anni alle spalle, “cocktail” conserva ancora il suo fascino. Un fascino fatto di allusioni a quel lusso che negli anni ‘60 — il periodo d’oro del cocktail — sembrava poter essere alla portata di tutti. Se non altro perché il cocktail entrava nelle case di ognuno di noi attraverso la televisione, i film americani che ci mostravano raffinati parties, in sale da ricevimento o a bordo piscina, in cui eleganti signore con tubino nero, giro di perle e altissima cotonatura sorseggiavano intrugli colorati mentre altrettanto eleganti uomini in camicia e giacca bianca o completo di sartoria lanciavano loro occhiate sornione accompagnate da qualche frase galante che allora appariva perfino audace. Questo era il suo fascino: farci credere che bastasse avere un bicchiere in mano di quel liquido (tra l’altro, tutta pubblicità occulta ma dagli effetti ben studiati dagli esperti di marketing dell’epoca) per partecipare al sogno della ricchezza tipico dell’epoca, quando ci si era finalmente lasciati alle spalle non solo la tragedia della guerra ma anche il difficile, risicato periodo della ricostruzione.

 

Lode al Vermut, vino italiano “padre” di tanti cocktails

Se non fosse stato inventato il Vermut non ci sarebbero stati neanche i cocktails degli anni ‘60 di cui era l’ingrediente fondamentale. I più famosi cocktails pre-dinner e post-dinner italiani e internazionali di quell’epoca, a partire da Martini Dry e Manhattan, erano a base di Vermut oppure era il Vermut stesso che veniva consumato, senza altre aggiunte, andando a costituire il classico aperitivo italiano (con l’accompagnamento di un biscottino da inzupparci dentro). Del resto questo squisito vino aromatizzato è così gradevole che basta già a se stesso. Bianco secco, rigorosamente italiano, dal sapore delicato, con la ben dosata aggiunta di zucchero e le erbe aromatiche, tra cui la più importante è l’assenzio maggiore (Artemisia absinthium L.), è tuttora qualcosa che, a mio avviso, andrebbe riproposto maggiormente e con maggiore consapevolezza tra i nostri meriti nazionali. Perché siamo stati noi Italiani, per l’esattezza i piemontesi, a creare questo eccellente prodotto. Il Vermut (o Vermutte oppure Vermouth in grafia francese e Vèrmot in quella piemontese) fu creato infatti a Torino, nel lontano 1786. È riconosciuto come Prodotto Agroalimentare Tradizionale italiano. Dal 2017 il Vermut di Torino (o Vermouth di Torino) è un’Indicazione Geografica registrata.

 

Martini, l’altro “Italiano” simbolo del cocktail

“No Martini, NO Party”: è stato scomodato (si fa per dire, dato che il suo ingaggio è stato astronomico) l’affascinante attore americano George Clooney per ricordare che party e Martini sono, o vorrebbero essere, ancora oggi indissolubilmente legati. E Clooney, coi suoi modi garbati e il sex-appeal brizzolato, ce lo ricorda alla perfezione. On the Beach, sulla spiaggia. Negli ultimi tempi, ha passato il timone al più giovane e a suo modo intrigante Jake Gyllenhall. Gliel’ha passato pressoché letteralmente, visto che appaiono entrambi su di un fuoribordo al largo di un mare incantevole in compagnia di una conturbante ragazza che prende il sole. Non più brizzolato, George, pure lui ringiovanito. È così che, pur mantenendo il proprio richiamo al lusso, la Martini cerca di catturare il pubblico di età inferiore oltre a consolidare quello abituale. Chi non vorrebbe essere eternamente giovane, con un Martini in mano, in motoscafo, bella ragazza al fianco? Ma non siamo certo qui per ridicolizzare il Martini e la Martini. Tutt’altro: siamo qui per tessere anche le sue lodi e, con loro, per sottolineare ancora una volta il primato dell’italianità pure nel settore barman e dintorni. Martini è infatti un marchio di bevande alcoliche prodotte dalla società Martini & Rossi, nata il 1o luglio 1863 e, anch’essa, a Torino, città a cui la lega l’utilizzo del Vermut come ingrediente primario. Dal 1993 è però parte del gruppo multinazionale facente capo a Bacardi Limited, di proprietà della famiglia Bacardi (storica azienda di origine cubana produttrice del famoso Bacardi Rum e oggi con sede nelle Bermuda). Col marchio Martini vengono commercializzati aperitivi, bitter, amari e spumanti.

Il Martini o Martini Dry (l’IBA – International Bartenders Association lo classifica col nome Dry Martini) è un cocktail pre-dinner e post-dinner a base di Gin e Vermut dry. La nuova ricetta IBA (2011) prevede 6 cl di Gin e 1 cl di Vermut dry. Dopo l’accurata preparazione va guarnito con un’oliva oppure si spreme una scorza di limone sulla superficie e la si inserisce nel bicchiere. Gesti che abbiamo visto tante volte eseguire in film e telefilm. Il suo successo viene da lontano nel tempo. Già nel 1948 era citato nel libro The Fine Art of Mixing Drinks di David A. Embury come una delle 6 ricette fondamentali (allora aveva 7 parti di Gin e 1 di Vermut dry). E l’origine del nome? Sembrerebbe ovvio che fosse dal produttore Martini (& Rossi). Invece no: c’è chi dice che sia il nome del barista italiano di Arma di Taggia che per primo a New York, nel 1912, l’avrebbe preparato per John D. Rockefeller; altri propendono per diverse derivazioni legate ad altri barman. Ne esistono diverse varianti: lo Sweet Martini, il Martini Perfect, il Medium Martini, il Martini Vodka con la sua variante del Vesper cocktail, quello preferito da James Bond. Una versione molto secca è rappresentata dal Martini Hemingway, che prende il nome dal famoso scrittore americano e che, probabilmente perché lo scrittore era notoriamente un alcolista, vuole ben 12 parti di Gin e 1 di Vermut, dopo aver preparato il mixing glass con 1 parte di Martini dry con ghiaccio che poi viene buttata via (un vero peccato, secondo noi). Questo cocktail era chiamato anche “Montgomery” dal nome del generale americano (quello che battezzò, sia pur involontariamente, anche il tipo di cappotto con cappuccio e allacciatura particolare). Il generale, famoso soprattutto per le sue campagne di guerra in Nord Africa, indicava questa proporzione come valida non solo per il Martini ma anche tra i suoi soldati e quelli nemici durante le battaglie (fonte: www.italianbartender.com).

 

Manhattan

Il Manhattan prende invece il nome dalla parte più famosa della città di New York. È a base di whisky ma, come appena detto, compare anche il Vermut. L’avrebbe inventato, nel 1874, Iain Marshall, un barman del Manhattan Club di New York incaricato dalla madre dello statista inglese Sir Winston Churchill di preparare un banchetto a favore di un candidato alla presidenza degli Stati Uniti che riuscisse a stupire i presenti con invenzioni particolari. E, a quanto pare, quel barman ci riuscì in pieno. Ma, come sempre, non è l’unica ipotesi sull’origine di questo cocktail che è caratterizzato anche dalla presenza di una ciliegia al Maraschino sul fondo della coppetta. Ciliegia che sta al Manhattan come l’oliva sta al Martini.

Anche il Manhattan è nella lista dei 6 cocktails fondamentali all’interno di The Fine Art of Mixing Drinks di Embury. Vi compare con la seguente ricetta: 5 parti di whisky americano (in origine forse solo rye whisky, col tempo anche whisky canadese e bourbon), 1 parte di Vermut e una goccia di angostura (che a sua volta è un cocktail, un bitter ottenuto da una miscela di erbe e spezie la cui ricetta è tenuta segreta). Nel tempo si sono modificati sia la ricetta che gli ingredienti. Grandissimo è stato il suo successo sia nel cinema che in televisione. Fra le apparizioni meno datate lo ricordiamo nella serie televisiva Sex and the City in cui è, insieme con il Cosmopolitan, il cocktail preferito dalle quattro protagoniste. Persino i Simpson l’hanno citato, in una puntata in cui Bart avrebbe potuto salvarsi dalla mafia solo se fosse riuscito a preparare un Manhattan davvero eccezionale.

Nunzia Manicardi

 

Didascalia: vecchio manifesto pubblicitario della Martini & Rossi Vermouth Torino.

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