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Premiata Salumeria Italiana nr. 4, 2020

Rubrica: Brevi storie di cibo lento a velocitĂ  contemporanea
Articolo di Morabito A. , Serafini A. (illustrazioni) ,
(Articolo di pagina 16)

Pranzo in piedi in cucina

Il cibo è il mio lavoro. “Beata lei” direte voi. Invece le ricette, il cibo e il lavoro si mangiano il mio tempo ed io rimango senza. Il risultato? Salto i pasti, ho fame.

Ho sempre del pane, non sempre di giornata ma ne compro e ne faccio solo a lievito madre, quindi è buono per lungo tempo. Ho sempre un frutto o una verdura che mi ha chiamata dalla vetrina della bottega sotto casa dopo aver parcheggiato oppure che mi sono accaparrata in una visita dal contadino o ad un mercato.

Ho qualche ricordo di viaggio ricevuto generosamente in dono o comprato durante uno spostamento. Il mio fornello è perennemente sporco di briciole.

Accendo la griglia, mi brusco una fetta di pane.

Dal cassetto dei salumi del frigo tiro fuori un cartoccio che viene da Prato, apro questo salume che all’aspetto sembra un salame ma che si chiama mortadella: al naso riconosco la miscela di spezie tipica dei dolci toscani, il profumo sottilmente fiorito dei ratafià antichi, un sentore leggero d’aglio e il fragrante della carne di suino stufata.

Salume cotto di tradizione rinascimentale, come tradisce la sua spaziatura, colore rosa intenso dovuto all’alchermes e uso di tagli di carne meno pregiati, la Mortadella di Prato rischia di sparire negli anni ‘50 quando la rinascita economica è rappresentata, nell’immaginario collettivo, da altri salumi. Viene riscoperta negli anni ‘90 e riproposta da pochi produttori lungimiranti che da sempre si distinguono per artigianalità e alta qualità. Inforco l’affettatrice, taglio qualche fetta, resisto alla tentazione di mangiarla subito e lascio che la Mortadella di Prato si stemperi a temperatura ambiente.

Da un sopralluogo in campagna ho portato a casa quattro fichi primaticci che ho raccolto da un albero solitario, ne sbuccio uno e lo divido a metà.

Sul terrazzo ho qualche pianta di rucola che non ho raccolto ed è andata in fiore.

Tolgo il pane bruscato dalla griglia, ci schiaccio il fico, poggio sopra la Mortadella di Prato, spargo di fiori di rucola, non resisto, chiudo gli occhi, addento.

Anche oggi pranzo in piedi in cucina.

 

Alessia Morabito

Autodidatta, si forma in cucine internazionali, punto d’incontro tra colleghi di disparate etnie dalle quali apprende, tra le varie cose, l’amore per le spezie e la tecnica del loro utilizzo. In una decennale esperienza in Maremma impara l’attitudine alla cultura gastronomica tradizionale, compresi il raccolto e l’uso dei prodotti selvatici, l’uso di materiali desueti e antiche tecniche per la cottura che parte dalle case delle vecchie massaie e dai loro racconti per attualizzarlo con affetto e rispetto. Nel 2015 si trasferisce dalla Maremma all’Emilia seguendo il sogno della Food Valley e della cultura trasversale. Interpretando il cibo come linguaggio, Alessia diventa nel tempo un punto di riferimento importante sulla divulgazione di temi come la cucina di altre culture, con una particolare predilezione per le cucine cinese e giapponese. Curiosa, poliedrica e mai stanca, in Emilia gestisce il tempo tra consulenze gastronomiche, collaborazioni continuative e temporanee, didattica e ricerca riuscendo a conciliare i bisogni e gli interessi professionali con la passione per la musica.

www.instagram.com/alessiamorabitochef

 

Alessia Serafini

Alessia Serafini è una designer italiana, nata e cresciuta a Ferrara, che oggi vive e lavora a Parigi. Dopo la laurea in design presso la Facoltà di Architettura IUAV di Venezia, Alessia collabora con diverse aziende e agenzie italiane per poi entrare, nel 2008, nello studio parigino di Andrée Putman. Nel 2012, insieme a Valérie Salerno, fonda lo studio di design Le Tiroir. La pratica del mestiere la porta ad avvicinarsi al disegno in diverse aree: interni, mobili, oggetti. Perché ogni progetto è una storia da raccontare che inizia sempre con il disegno. Le piace esplorare la sua professione con gli strumenti tradizionali delle illustrazioni e mescolare gli ingredienti anche quando si tratta di una ricetta di cucina. Secondo questo principio nel 2016 Alessia Serafini pubblica il libro “La main à la Pâte: lundi c’est pas ravioli” edito da Epure, col quale consegue il premio Eugénie Brazier nella sezione iconografia e immagine. Il libro rende omaggio alle abitudini culinarie della sua famiglia ferrarese e apre una nuova attività legata alle illustrazioni (photo © Federica Mori).

www.alessiaserafini.com

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