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Premiata Salumeria Italiana nr. 6, 2019

Rubrica: AttualitĂ 
Articolo di Corona S.
(Articolo di pagina 20)

La scure di Washington sulla nostra economia

Italia quinto paese colpito dai dazi a stelle e strisce. Necessari interventi straordinari per un problema dalle dimensioni enormi

Che gli Stati Uniti, con la gestione Trump, avessero aperto una stagione di protezionismo, era già evidente da qualche tempo, ma che si volesse scatenare una guerra economica con l’Europa si pensava fosse solo un’ipotesi. Invece, i fatti dicono diversamente. La causa scatenante è  la oramai nota lotta nei cieli tra l’americana Boeing e l’europea Airbus. Nei mesi scorsi, infatti, la World Trade Organisation ha autorizzato gli USA ad imporre 7,5 miliardi di dollari di dazi sulle merci europee, in ragione dei danni subiti dalla Boeing per i sussidi erogati dall’Unione Europea al Consorzio aereo franco, tedesco, spagnolo e olandese. Una decisione, questa, che entrerà a pieno titolo nella storia delle relazioni commerciali tra Paesi, considerato che si tratta del più grosso risarcimento sinora mai accordato dal WTO. Una sentenza importantissima, seppure inferiore alla richiesta di Washington, che era di 10 miliardi di euro, a titolo di rivalsa per aver sostenuto dal 2003 ad oggi — e per continuare ad avvantaggiare illegittimamente secondo le regole della stessa WTO —, l’azienda che nel frattempo è divenuta la prima produttrice di aerei civili al mondo, superando così, nella prima metà del 2019, la concorrente americana.

Una stagione di tensioni a danno di tutti
Il paradosso della vicenda è che a pagare le conseguenze di questa guerra tra titani dell’etere non sono solo e soltanto i Paesi europei direttamente interessati, ma anche molti altri del tutto estranei. Non bastasse, si spara nel mucchio, andando ad incidere in settori che nulla hanno a che vedere con l’aeronautica e le produzioni ad essa legate. Si sta consumando il più grande esperimento protezionistico americano dall’introduzione, nel 1929, della legge Smoot-Hawley, che gli economisti e gli storici, con giudizio pressoché unanime, non temono a definire come la misura che ha fatto esacerbare la Grande Depressione. Non è però dello stesso parere Donald Trump, convinto che le lotte economiche siano le più facili da vincere e che il suo Paese avrà, da quest’ultima azione contro l’Europa, dei ritorni importanti. Occorrerebbe invece maggiore prudenza, anche da parte di un colosso come gli Stati Uniti d’America. Siamo infatti, presumibilmente, solo alla prima battaglia di una guerra che non appare di facile soluzione. La diatriba è destinata ad avere, nel breve termine, ulteriori e imprevedibili risvolti. Sebbene si preannunci inferiore a quello degli USA all’inizio del 2020, dovrebbe infatti essere quantificato anche il danno subito e denunciato dagli europei con Airbus. Si prospetta dunque una stagione di tensioni e irrigidimenti che, si è pronti a scommettere, non saranno di beneficio a nessuno.

Un rigido inverno per il food made in Italy
Che in questo frangente siano Francia, Gran Bretagna e Germania le più colpite è solo una magra consolazione. Vengono prima, infatti, in termini percentuali, per l’incidenza delle sanzioni: Francia (27,7%), Gran Bretagna (25,9%) e Germania (19,8%). Solo dopo arrivano la Spagna (11,2%), l’Italia (6,4%) e l’Irlanda (6,4%). Lo sostiene l’ICE New York su dati delle dogane USA relativi al 2018 e proiettati sul 2019. Il settore aeronautico delle sole Francia e Germania viene colpito per 3,5 miliardi di dollari circa. Gli altri prodotti industriali e agroalimentari pesano invece per 5,9 miliardi. Per l’Italia, che con il consorzio Airbus non ha nessun legame, le ritorsioni sono tanto ingiustificate quanto pesanti: in una lista che, al momento in cui scriviamo, è ancora in via di ulteriore definizione, Washington ha decretato un inverno particolarmente freddo per una serie di produzioni nostrane, sinora particolarmente richieste negli Stati Uniti. Le tariffe d’ingresso che andranno a gravare su alcuni gioielli alimentari del made in Italy, facendone ovviamente lievitare il prezzo al consumatore, sono entrate in vigore alla mezzanotte del 17 ottobre scorso, per un termine minimo di 120 giorni, prorogabili di ulteriori 180, senza una precisa scadenza. Tuttavia, anche chi è al momento esente dalla “lista nera” non può tirare un sospiro di sollievo. L’USTR, il rappresentante per il commercio degli Stati Uniti d’America, si riserva di modificare le categorie di beni colpiti, i Paesi europei interessati e l’ammontare dei dazi, a seconda dell’andamento del negoziato con la UE. A dare retta a Trump, infatti, il maggior risultato commerciale per il suo Paese sarebbe proprio quello di attivare un sistema di rotazione delle merci e degli Stati colpiti, in modo da generare il massimo disagio possibile. Ad onore della verità, bisogna segnalare che la guerra Boeing-Airbus non è l’unico motivo scatenante delle prese di posizione del governo statunitense. In campo alimentare ci sono da tempo segnali di insofferenza sia nei confronti dei prodotti europei a denominazione, sia in ragione di quella che gli USA giudicano come una sorta di ingiusta invasione dei prodotti nostrani nei loro scaffali. Nei mesi scorsi, infatti, c’era stata un’alzata di scudi da parte dell’associazione americana dei produttori lattiero-caseari, la National Milk Producers Federation, che, con una nota ufficiale, aveva chiesto che venissero colpiti in ingresso, da misure economiche, proprio i prodotti europei del loro settore come formaggi, yogurt e burro. Secondo gli industriali americani del latte, infatti, il deficit commerciale di 1,6 miliardi di dollari che gli USA patiscono verso l’Europa si deve a pratiche commerciali scorrette in entrata nel vecchio continente, mentre i nostri formaggi avrebbero grande spazio negli Stati Uniti. E tra le azioni che andrebbero a discapito dei prodotti statunitensi, secondo i farmers americani, ci sarebbe una posizione di eccessiva rigidità nel tutelare i prodotti a denominazione. Una severità tale che impedirebbe l’uso comune di certi nomi per prodotti americani similari. Insomma, l’accusa, seppur velata, sarebbe quella di non poter impunemente vendere in Europa prodotti americani con espliciti riferimenti a nomi soggetti a tutela. Non a caso, a questo proposito è intervenuto anche il Consorzio del Parmigiano Reggiano che, per bocca del presidente Nicola Bertinelli, ha precisato: «I dazi non sono altro che una ripicca perché l’Europa tutela le Dop registrate. I formaggi americani, come il Parmesan, ma anche l’Asiago o il Gorgonzola o la Fontina made in USA, non possono entrare all’interno dell’Unione Europea. Il documento della NMPF non farebbe altro che esplicitare un malessere che durava da tempo». D’altronde, i numeri in gioco sono ragguardevoli: la filiera dei vari Parmesan nel mondo, sfruttando il richiamo del nome, ha ormai superato per valore quella del vero Parmigiano Reggiano, mentre l’Italian sounding, nel suo complesso, pesa per oltre 100 miliardi di euro, cioè più del doppio di quanto l’Italia dell’agroalimentare riesca ad esportare in tutto il resto del pianeta in un anno. Tra i prodotti colpiti nel Belpaese, al momento, vi sono non solo il Parmigiano Reggiano e il Grana Padano, con un valore delle esportazioni di 150 milioni di euro nel 2018, in aumento del 26% nel primo semestre di quest’anno, ma anche il Pecorino, con un valore di 65 milioni di euro, in crescita del 29%, il Provolone e i prosciutti. C’è da capire se il consumatore americano è disposto a continuare ad acquistare lo stesso prodotto, considerato il suo prossimo aumento vertiginoso di prezzo. Salvi il nostro olio, le nostre olive e il nostro vino, mentre sono stati sacrificati quello spagnolo e quello francese, al netto dello Champagne. In una lista che è solo indicativa e non esaustiva ci sono anche i liquori italiani, il whiskey scozzese, i succhi di frutta, numerosi formaggi, prodotti caseari e ittici. Ci sono però fortunatamente, e forse solo per ora, esclusioni importanti, come quella della pasta e del Pecorino da grattugiare, che, al contrario di quello da tavola, è stato graziato. E per fortuna… aggiungiamo noi, visto che più della metà della produzione del romano Dop finisce negli USA, per un valore di 100 milioni di euro di fatturato annuo, fondamentale per la sopravvivenza di una filiera già in enorme difficoltà da tempo. Sono salvi anche alcuni prosciutti, esclusi mortadella e altri insaccati, e la moda, che negli Stati Uniti detiene un tesoretto, in termini di esportazioni, per 1,6 miliardi. Una serie di distinguo, dunque, che sembrano voler dividere la UE al suo interno, e poi i diversi comparti all’interno dello stesso Paese. E chi non è stato salvato dalla lista nera ha cominciato anzitempo a fare la conta dei danni. Nel Parmigiano Reggiano, le nuove tariffe in ingresso porteranno il prezzo da circa 40 a oltre 45 dollari al chilo. Non è quindi difficile capire quanto verranno scoraggiati i consumatori. I liquori, invece, che contano 75 milioni di euro di export negli Stati Uniti, secondo una stima di Federalimentare, potrebbero ridurre di circa il 15% la richiesta, per un valore di mezzo miliardo di euro. «La nostra coerenza con gli USA, negli ultimi anni, nel sostenere le sanzioni verso la Russia, è già costata al nostro comparto agroalimentare un miliardo di euro di mancate esportazioni», ricorda giustamente Luigi Scordamaglia, coordinatore di Filiera Italia e già presidente di Federalimentare. Ora è un paradosso doverci rimettere anche sul fronte atlantico. Una Caporetto, insomma.

Cui prodest?
Una politica che, tuttavia, non saremmo portati a considerare nefasta solo per noi. Le guerre, infatti, comprese quelle economiche, sono sempre foriere di costi e di pesanti sacrifici e generano comunque distruzione per tutti, nessuno escluso. Washington è convinta che questa politica sia per sé vincente, ma che quella dei dazi non sia la strada giusta per nessuno non lo dicono solo la storia e anche l’economia. Basta guardare l’impatto delle recenti azioni protezionistiche nei confronti della Cina. Gli unici Americani che traggono un vantaggio tangibile dai dazi in ingresso sono le industrie nazionali dirette concorrenti di quelle cinesi interessate, che paradossalmente adeguano i loro prezzi a quelli dei beni importati, anche se non pagano dazio, intascando gli extraprofitti. Ma i maggiori costi d’ingresso li sopportano gli importatori che poi riversano la maggiorazione sul consumatore. Risultato: lievitazione complessiva dei prezzi per elettrodomestici, telefonia e altri manufatti chiamati in causa. E in un vortice viziato e tossico, gli Stati Uniti, convinti di fare un torto agli altri paesi, finiscono per tassare sé stessi e per danneggiare la propria economia, facendo inoltre pagare ai più poveri una politica scellerata e dai risvolti nefasti.

Agire subito
Al momento, per noi europei il problema è contingente e va affrontato di petto, in sede nazionale e comu­nitaria. Giungono da più parti le richieste di sostegno alle produzioni colpite. È necessario va­rare aiuti speciali per ricompensare coloro che sono stati vittima di rappresaglie e che pagheranno i costi di una guerra che non hanno voluto. Teresa Bellanova, ministro italiano per le Politiche Agricole, che sta lavorando ad un piano straordinario di pro­mozione dell’agroalimentare tricolore negli Stati Uniti, ha chiesto al commissario dell’Agricoltura, Phil Hogan, l’istituzione di un fondo che consenta di azzerare i dazi, garantendo così un paracadute alle imprese agricole nazionali ed europee. L’Europa dispone già, in effetti, di una riserva anticrisi, che detiene un plafond da 450 milioni di euro  e che il Parlamento europeo ha in animo di incrementare sino a 1,5 miliardi per il sostegno agli agricoltori colpiti da questa mannaia.
Sebastiano Corona

 

Didascalia: il presidente del Consorzio Parmigiano Reggiano Nicola Bertinelli indossa la t-shirt con l’hashtag #iostocolparmigiano.

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