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Premiata Salumeria Italiana nr. 4, 2019

Rubrica: Vino
Articolo di Rella M.
(Articolo di pagina 118)

Il Coros classico nel bicchiere

Verde, odorosa e punteggiata di ginestre, la macchia mediterranea cede il passo ai vigneti di Cannonau, Cagnulari e Vermentino, varietà autoctone protagoniste di una vitivinicoltura orientata alla qualità e al vino identitario. Ci troviamo nel Coros classico, nella Sardegna interna, ad una trentina di chilometri dalla costa azzurra e cristallina di Alghero, nei territori di Usini, Tissi e Ittiri — provincia di Sassari —, dove la vite ha trovato condizioni favorevoli fin dall’antichità. I terreni calcarei, argillosi o alluvionali e il clima caldo-temperato, con ventilazione dal mare e buone escursioni termiche, sono una miscela ideale. Sembra che già tra il VI e il III millennio a.C. qui nel Coros fu addomesticata la vite selvatica, come dimostra il ritrovamento di resti vegetali che includono per il 74% rametti bruciati di vitis vinifera negli scavi archeologici di S’elighe entosu, a Usini. Risale invece alla colonizzazione romana una vasca di vinificazione composta da due fosse di decantazione rinvenuta in località Pianu ‘e Rughes, appena fuori il centro abitato. Anche l’uso di allargare il telaio della porta di casa, sagomandolo a forma di botte, testimonia una produzione vecchia di secoli. Ma siamo solo al millennio appena passato.

Un po’ di dati
Torniamo al presente con alcuni dati (2016) presentati durante la rassegna I Vini del Coros, svoltosi lo scorso maggio a Usini, dall’enologo Pier Michele Chessa. La superficie vitata negli 11 comuni del Coros si estende su 689 ettari, 300 dei quali solo a Usini, che si conferma una vera e grande Città del Vino. I vitigni sono in prevalenza Vermentino, Cagnulari e Cannonau, ai quali si aggiungono varietà autoctone minori o internazionali, come Merlot, Cabernet sauvignon e Chardonnay. Dal Vermentino si ottengono bianchi — secchi, spumanti e passiti — dai profumi di frutta, agrumi, erbe aromatiche e dal sapore fresco, sapido, minerale e di buona acidità. Il Cagnulari è invece un vitigno a bacca rossa, rustico, resistente ai freddi, ma vulnerabile alla siccità e al caldo. Da quest’uva si ottengono vini equilibrati e avvolgenti, che al palato regalano sensazioni fruttate e floreali con adeguati tannini e una discreta acidità. Si distingue per l’elevato contenuto di polifenoli e antociani. Un confronto condotto dal Dipartimento di Agraria dell’Università di Sassari con il progetto Convisar, consorzio di aziende per migliorare la qualità di filiera, ha evidenziato che il Cagnulari ha valori di polifenoli molto più alti di altre uve rosse. A questi elementi fitochimici, importanti per la qualità e l’invecchiamento del vino, si riconducono anche effetti positivi per la salute.
Il Cannonau, infine, è il vitigno a bacca rossa più diffuso in Sardegna, dal quale si ottiene un vino omonimo di corpo e carattere.

Un giro in cantina
Tra le cantine che hanno valorizzato il Cagnulari, Cherchi (www.vinicolacherchi.it) è stata la prima nel 1970 a vinificare in purezza questo vitigno, «all’epoca usato per il vino da taglio poiché ricco di colore e carica polifenolica» racconta il produttore Salvatore Cherchi. «È un vitigno difficilissimo: ha una buccia molto sottile, delicatissimo, al minimo urto comincia a marcire nella polpa, senza sintomi immediati. È molto colorato, rubino intenso, da giovane il vino ha note di frutta rossa e già dal secondo anno dà il meglio di sé» continua Cherchi. «Da giovane è instabile e irruento, spigoloso, poi si arrotonda. Può tenere anche dieci anni con l’annata giusta». Oggi Cherchi ne produce 30.000 bottiglie su 150.000 tra bianchi e rossi. Sono due i Cagnulari Isola dei Nu­raghi Igt in purezza, mentre il Luzzana e il Soberanu sono ottenuti da un uvaggio di Cagnulari e Cannonau. Produce infine Vermentino e un Cannonau in purezza.
Un altro valido produttore è Sandro Panzali, 51 anni, (www.cantinepanzali.com) erede di una famiglia di viticoltori attiva già negli anni ‘50, che nel 2010 ha cominciato a imbottigliare. Oggi fa tre etichette: l’Averadu Vermentino in purezza, profumi volutamente non marcati di frutta gialla, fresco e non impegnativo; il rosso Cagnulari fermentato solo in acciaio, dai profumi di macchia mediterranea; e Impero IV, un Cagnulari più importante e strutturato, con 8 mesi di affinamento in botte grande. «Utilizzando in parte lieviti autoctoni, in parte selezionati stiamo cercando di attenuare i profumi del Vermentino per distinguerlo da questa moda che punta a sentori di pesca e note di frutta gialla» spiega Sandro Panzali. «Invece il Cagnulari al primo impatto risulta aggressivo, in bocca troppo acido. In realtà ha bisogno di tempo, anche 5-6 anni, per ammorbidirsi ed esprimersi con stile».
Anche Cantine Chessa (www.cantinechessa.it) ha sempre coltivato vitigni locali come Vermentino, Cagnulari ma anche Moscato. Dalle uve selezionate manualmente sono prodotti quattro vini: il Vermentino Mattariga; il Cagnulari; il Kentàles, un Moscato di Sardegna Passito Doc; e il Lugherra, da Cagnulari con piccola percentuale di altre uve autoctone a bacca rossa.
Cantine Pisoni (www.cantinepisoni.it) è un’altra azienda a conduzione familiare che da più di 40 anni coltiva Cagnulari, Vermentino e Cannonau; in 4 ettari di vigne collinari nelle tenute di Laccheddos. Con una tradizione agricola familiare, e una produzione di olivi, carciofi e vino sfuso, anche Giovanni Chessa ha deciso di mettersi in proprio con la Cantina Tanarighe (via Vittorio Veneto 31, Usini, telefono: 349 3900179). Da qualche anno il giovane imprenditore imbottiglia il Lughe, un Vermentino di Sardegna Doc, e il Cagnulari Isola dei Nuraghi Igt.
Mentre l’azienda Carpante (www.carpante.it), fondata nel 2003 ma dal 2010 della famiglia Careddu, coltiva 15 ettari di terreni di cui 8 a vigneto e 5 a uliveto. Le vigne sono riservate a Vermentino, Cagnulari, Cannonau e Carignano, quest’ultimo coltivato a Calasetta, nel Sulcis. La produzione è di 40.000 bottiglie, suddivise tra sette etichette.
Altro giro altra cantina. Galavera (www.galavera.com) nasce con la vendemmia 2012 per iniziativa di Antonio Merella e del cognato Giuseppe Tilocca, con questi numeri: 7 ettari di terreni di cui 6 vitati, 15.000 bottiglie di vino e 5 etichette. Sono il bianco Promissa da Vermentino in purezza; i rossi Messadore da Cannonau; il Beranu, un Cagnulari bariccato 8 mesi; il Galavera, altro Cagnulari in purezza; e il Fiara, un rosso base Cagnulari. La vecchia cantina custodisce cisterne in cemento dipinte da artisti amatoriali con lo stile dei murales di Usini. Da non perdere.

Infine Salvatore Chessa, proprietario dell’azienda omonima (www.cantinesalvatorechessa.it), prima di mettersi a produrre vino nel 2015, lavorava come buyer per una società della Gdo. Oggi è riuscito a realizzare una vecchia passione. Coltiva 3 ettari di Cagnulari e 1 di Vermentino e produce due etichette, un rosso e un bianco in purezza per una produzione di 180 ettolitri (20.000 bottiglie, più un 30% di sfuso).

La gara dei vini sfusi del Coros
Nel Coros è ancora forte la tradizione dei vini sfusi, che spesso riservano interessanti sorprese anche agli esperti. L’abitudine di comprare sfusi è così diffusa che a loro è dedicato un concorso enologico — I Vini di Coros — in programma a Usini a maggio ormai da venti edizioni. Due le categorie ammesse: vignaioli amatoriali e “produttori”, cioè quando si superano i 25 quintali di vino. Lo scorso maggio sono state 5 le sezioni in gara: vini bianchi amatoriali e bianchi “produttori”; vini rossi amatoriali e rossi “produttori”; infine, la sezione Cagnulari, per i rossi da Cagnulari in purezza. E non sono mancati vini che le commissioni tecniche d’assaggio hanno considerato di alto livello.
Parlando di sfusi, non possiamo dimenticare la Cooperativa agricola Tissese, attiva dal 1907 (via Municipale 82, Tissi, telefono: 329 6473991 – 333 1298417). Produce un bianco base Vermentino, un Cagnulari in purezza e un Moscato da dessert. È formata da 80 soci viticoltori e produce 90 ettolitri l’anno. Prezzi da 2,80 a 6,00 €/l.
Non ultima la cantina Francesco Fiori (www.vinifiori.it), che imbottiglia dal 2003 ma continua a vendere sfuso per circa 15.000 litri. La produzione include Cagnulari e Vermentino. Su richiesta visite e degustazioni.
Troviamo, infine, vini sfusi da Tonino Tedde, una piccola cantina nel centro di Usini: un rosso Cagnulari e un bianco Vermentino (via Roma 53, Usini, telefono: 339 8663199).
Massimiliano Rella

 

Didascalia: il produttore Salvatore Cherchi nella cantina Cherchi di Usini.; photo © Massimiliano Rella.

 

Altre notizie

Rosso Rubino a Cantina Garuti: vecchie vigne, stelle e Lambrusco per dare il benvenuto all’estate

Il 21 giugno, solstizio d’estate, si è svolta presso Cantina Garuti di Bomporto (MO) una delle sei tappe di “Rosso Rubino. Lambrusco Wine Festival”, iniziativa itinerante annuale dedicata al Lambrusco di Sorbara, “vino di convivialità e socializzazione”, come lo ha definito il neosindaco della cittadina Angelo Giovannini. Giunto alla sua 14a edizione, Rosso Rubino si svolge con la collaborazione del Comune di Bomporto e vede protagoniste alcune aziende vinicole del territorio. La serata a Cantina Garuti è stata un vero successo di presenze: hanno infatti partecipato ben 500 persone, 90 delle quali hanno avuto il privilegio di cenare sotto le “vecchie vigne”, illuminate appositamente a creare un magico cielo stellato, gustando un menù speciale creato per l’occasione. Ormai centenarie, le vecchie vigne, che si trovano proprio accanto all’agriturismo di proprietà dalla famiglia, sono ancora conservate e coltivate dai Garuti come testimoni della storia della cantina. Gli altri partecipanti alla serata hanno potuto godere comunque di un ricco buffet con diversi prodotti tipici locali, come il Parmigiano Reggiano del Caseificio Santa Lucia di Sestola, accompagnati dai vini di produzione di Cantina Garuti, Lambrusco e non solo. Per finire, una fresca sangria al Lambrusco di Sorbara Dop Amabile Podere Cà Bianca. Il tutto è stato allietato dai successi musicali degli anni ‘60-‘70-‘80: un perfetto benvenuto all’estate.

>> Link: garutivini.itwww.lambruscowinefestival.it


La Lanterna di Diogene ospita la chiusura dell’evento più rosso dell’estate modenese
La serata conclusiva di Rosso Rubino 2019 si è svolta a Solara di Bomporto (MO) presso la fattoria-ristorante La Lanterna di Diogene (www.lalanternadidiogene.org), realtà guidata dallo chef Giovanni Cuocci che dal 2006 porta avanti con determinazione un importante progetto capace di valorizzare il lavoro di persone con disabilità intellettiva, coinvolte nella riscoperta della terra e del lavoro artigianale e consapevole. «Il lavoro si costruisce giorno per giorno insieme ai ragazzi con disabilità, sindrome di down, psicosi, paralisi cerebrale infantile, creando un gruppo coeso ricco di passione e voglia di condivisione» ha spiegato Cuocci. «Sono questi, infatti, i valori che si ritrovano anche nei nostri piatti. La cucina è quella semplice della tradizione emiliana, che va alla ricerca delle origini per offrire ai clienti un luogo familiare, dove si sta bene insieme. È il valore dell’inclusione la chiave di volta del nostro impegno. Viviamo la cucina come un modo per prenderci cura del territorio e delle persone che lo circondano». È proprio grazie a questo progetto e alla brigata de La Lanterna di Diogene che Giovanni è entrato quest’anno a far parte dei primi 10 chef finalisti del Basque Culinary World Prize 2019 (vinto dallo chef americano di San Francisco Anthony Myint, NdR), la manifestazione che, da qualche anno a questa parte, accende i riflettori sull’operato di chef etici, impegnati a fare sì che la cucina diventi un motore di cambiamento a sostegno della società. Non poteva che esserci conclusione migliore.

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