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Premiata Salumeria Italiana nr. 1, 2019

Rubrica: Libri
(Articolo di pagina 130)

L’appetito dell’imperatore

Dall’ultimo pasto di San Francesco — santo ma segretamente goloso! — alla sontuosa tavola di Honoré de Balzac, dai cibi raffinatissimi del banchetto del Gran Khan alle uova con cipolle e scalogno care a Napoleone, passando per tre deliziosi intermezzi sul caffè, le castagne e i tartufi, Franco Cardini mette in campo la sua duplice esperienza di storico e di gourmet: e ci regala un libro appassionante, documentatissimo, pieno di profumi e di curiosità che solo lui poteva scovare tra le pieghe della grande storia. Spaziando dal Medioevo ai totalitarismi novecenteschi e non solo, Cardini torna alla narrativa con una serie di racconti gustosi, che sono anche un’illuminante testimonianza di come la cultura materiale sia specchio dello spirito di ogni popolo e possa essere per lo storico una lente speciale per comprenderne i segreti. Ogni racconto è, così, corredato tanto da un’indicazione delle fonti quanto dalle ricette che Franco Cardini ha sperimentato, una per una, nella sua cucina fiorentina: dall’acquacotta al piccione glassato, dal cuscus magrebino alla crema Chantilly, ciascuno di noi potrà portare sulla propria tavola i sapori del passato e ritrovare intatte le emozioni che essi racchiudono.

Invito alla lettura di Franco Cardini
Nessuna di queste “storie” è propriamente e totalmente fedele alla Storia: quasi tutte sono, in differente misura, un insieme di “vero storico” — che s’incentra su un grande evento oppure si rifugia negli anfratti di alcuni particolari — e di libera immaginazione, tuttavia attenta quantomeno al verosimile. Sono storie che ora hanno un andamento quasi saggistico, ora chiamano al proscenio autentici personaggi storici, ora ne inventano alcuni; che ora si riferiscono a fatti davvero accaduti, ora ne propongono di immaginari; che talvolta provvedono a distinguere con cura e a sottolineare con evidenza il vero, il verosimile e il falso, e talaltra si divertono invece a confondere le idee giocando con gli specchi e, come diceva Hermann Hesse, con le perle di vetro. Le note apposte a ciascun racconto servono a orientare il lettore più esigente, aiutandolo a distinguere tra storia e invenzione, tra legittima interpretazione e forzatura ludica. Il mio lavoro di docente universitario mi ha condotto — e io l’ho del resto assecondato con piacere — a viaggiare molto e anche a partecipare a varie esperienze gastronomiche e conviviali. D’altra parte non sono mai stato, non sono, non sarò mai un gourmet. E comunque a impedirmi di continuare a esserlo, se mai lo fossi stato, sarebbero quattro fattori obiettivi: primo, la terza età nella quale sono ormai entrato, ohimè, da qualche anno — in ciò, la carriera del gourmet è abbastanza simile a quella del tombeur de femmes, quantomeno per gli effetti pratici —; secondo, quello che eufemisticamente si potrebbe definire un evidente sovrappeso; terzo, il trio pressione-colesterolo-trigliceridi alquanto in disordine; quarto, e last but not least, la mia pervicace, profonda natura di contadino toscano, i cui cibi preferiti restano la panzanella, il pinzimonio, la bruschetta, i fagioli al fiasco e la zuppa di pesche gialle affettate nel vino rosso alla fine delle cene estive. Roba semplice e grossolana alla quale, senza disdegnar nulla d’altro, resto fedele.
Insomma, non so se e quanto sia giusto l’aforisma feuerbachiano secondo il quale l’uomo è ciò che mangia: mi verrebbe piuttosto da pensare che l’uomo mangi quel che è, quel che vuol essere e quel che vuol diventare. Che si debba mangiare per vivere è un fatto: ma che non si debba vivere per mangiare è una mezza verità che rischia di stravolgersi in una stereotipa, conformistica, moralistica e ipocrita menzogna. Gran parte della nostra vita ruota attorno al cibo, a quello concreto e a quello desiderato e sognato, a quello reale e a quello simbolico e metaforico (“ti mangerei di baci”, “bada che non ti mangio mica”, e così via). Parliamo sempre di cibo (e di vino), ben al di là delle nostre necessità e perfino della nostra fame e della nostra sete. Ne poetiamo, ne dipingiamo, lo traduciamo in suoni e in canti; occupiamo parecchio del nostro tempo pensando a come produrlo, a come procurarcelo, a come prepararlo e trasformarlo, a come conservarlo, a come (e magari a quando e con chi) consumarlo, a come rimediare agli errori quantitativi e qualitativi che appunto nel consumarlo commettiamo. Ci ammaliamo per il cibo, guariamo grazie a lui o nonostante lui. È fin da Platone (ma anche da Petronio) e dall’episodio dei Tre invitati da Abramo sotto le querce di Mamre — ma soprattutto dall’Ultima Cena — che sappiamo quanto profondamente spirituale sia l’esperienza del convivio; tutti noi abbiamo sperimentato almeno una volta nella vita il “mangiare insieme” come eros travolgente, oppure come fraterna concordia e amorevole condivisione, agape, scoperta dell’altro-da-sé in noi e di noi stessi in lui; o perfino come esperienza tremenda e limitanea, qualcosa come la sublime e terribile cena alla quale don Giovanni invita la statua del Commendatore, che accetta anche se “non si pasce di cibo mortale / chi si pasce di cibo celeste”. Del resto, il legame tra festa, amore, cibo, sesso e morte è ben noto agli antropologi. Il cinema ha saputo rappresentare molto spesso, e in modo straordinario, questi differenti aspetti dell’uso e del significato del cibo e del senso del banchetto: l’eros nel greco-turco Un tocco di zenzero di Tassos Boulmetis, del 2003, ambientato in una Istanbul immersa in un mare di struggenti sapori dolci e piccanti; l’agape ne Il pranzo di Babette di Gabriel Axel, del 1987, grazie soprattutto alla superba interpretazione di una Stéphane Audran fasciata di pomeridiano splendore; il discensus ad Inferos nella golosa, lugubre disperazione de La grande abbuffata di Marco Ferreri, del 1973, con il prestigioso, tragico ed esilarante bouquet di Ugo Tognazzi, Marcello Mastroianni, Michel Piccoli, Philippe Noiret e Andréa Ferréol, perduti nella loro orgia di lucido suicidio sessuale e bulimico. Cibo e morte. Ma anche cibo e resurrezione, cibo e vita eterna. Nel cristianesimo, la religione del pane e del vino, s’insegna che la gola è un vizio capitale; eppure il più grande dei santi, in punto di morte e sulla soglia della vita eterna, elevò a Dio una preghiera altissima fatta di desiderio di un semplice cibo, una boccata di miele e di mandorle profumata d’arancio: non senza un accenno di nostalgia per la fragile e bellissima avventura della vita mortale con i suoi colori e i suoi profumi, con la gioiosa certezza della luce che non si estinguerà mai. Ed è proprio da qui che cominceremo la nostra avventura semistorica, al margine della “grande” Storia, quella con la S maiuscola, e al confine con la fantasia: o forse nel cuore profondo di entrambe.

 

Franco Cardini

Franco Cardini, nato a Firenze nel 1940, è Professore Emerito dell’Istituto Italiano di Scienze Umane (Scuola Normale Superiore). Da circa mezzo secolo si occupa principalmente di crociate, pellegrinaggi, rapporti fra Europa cristiana e Islam, anche trascorrendo lunghi periodi di studio e d’insegnamento all’estero. È stato membro dei Consigli d’Amministrazione della Rai e di Cinecittà. Continua a collaborare con la Rai e con vari giornali tra cui Avvenire, il Quotidiano Nazionale, Il Sole-24 Ore, Il Secolo XIX, Il Mattino. Per Mondadori ha pubblicato Il Barbarossa (1985), Francesco d’Assisi (1989), La vera storia della Lega lombarda (1991), Quell’antica festa crudele (1995), Alla corte dei papi (1995), Giovanna D’Arco (1998), L’avventura di un povero crociato (1998), Il guardiano del Santo Sepolcro (2000), Il signore della paura (2008), La scintilla (con S. Valzania, 2014).

>> Link: www.francocardini.net

 

Didascalia: Franco Cardini.

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