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Premiata Salumeria Italiana nr. 6, 2018

Rubrica: Vino
Articolo di Lagorio R.
(Articolo di pagina 114)

Brindisi d’auguri consapevole e necessario

Qualche consiglio per scegliere i vini delle feste

Compie dieci anni questa rubrica. E le idee per Natale sono ancora tante, le etichette da raccontare molte. Già, Natale: festa e non solo festa. In dieci anni è cambiato lo scenario che ruota intorno ai vini e ai cibi. Rivoluzioni e appiattimenti, giovani ingressi e tristi abbandoni, esemplari amori verso la terra e roba che non vale niente in odore di truffa. C’è di tutto, oggi più che mai. Tendenze e mode, influencer e blogger che omologano, uniformano, livellano verso il basso la cultura materiale. Accade nell’esasperato mondo del vino, soprattutto, ma non ne sono esenti salumi, formaggi, pasta, oli. Tira un’atmosfera asfittica nell’indistinta collezione della sub cultura alimentare di massa. Proprio come fa la Ficus watkinsiana. Arriva sulle altre piante dall’alto, trasportata dal guano degli altri uccelli che ne hanno pizzicato i frutti. Quel seme sviluppa una vita parassita sul vegetale ospite sottraendole tutto: acqua, sole, ossigeno. Lo priva di linfa vitale, insomma. È detta anche Fico strangolatore. Nomen omen. Il cibo diventa grimaldello per le food experience, si creano food districts che vanno ad ingrassare le food policy. Che non riguardano la produzione del cibo ma la sua ostentazione sempre più finanziarizzata e capitalizzata. Sempre più estranea alla Terra. Sempre più distante dai rapporti sociali che il cibo rappresenta. Sempre più avulsa dalle microeconomie da tutelare.
In dieci anni i solchi si sono fatti più profondi, le liane del Fico strangolatore si sono avviluppate sempre più intorno al tronco vitale. Una scelta consapevole è necessaria, quindi. Sempre più è d’obbligo scavare tra i filari, magari spingendosi fino in Val d’Aosta per conoscere una cooperativa legata ai valori dei campagnards, profondamente impegnati nella tutela e valori­zzazione della montagna. L’Esprit Follet de La Crotta di Vegneron Coop. Agr. (lacrotta.it) consegue l’obiettivo di generazioni di viticulteurs: rappresentare in bottiglia lo stretto rapporto tra vitigni autoctoni e territorio. Le uve Fumin possiedono bucce di colore quasi bluastro che si trasferisce al vino. Sorsi caldi e speziati impone l’annata 2010, ingentilita grazie al tempo trascorso: selvaggina innanzitutto e formaggi da lunga stagionatura. Merita il podio per bontà e per il valore sociale dell’impresa.
Gran bella etichetta provata nel 2018 (suggerimento: vada sui ragù d’oca o di selvaggina) è Oltre il bosco, Ghemme Doc, anno 2010, di Francesco Brigatti (web.tiscali.it/brigatti/Motziflon.htm): rosso granato con riflessi mattone, balsamico al naso e aggraziate vene acide e tanniche nel bicchiere che sfumano in note di liquirizia. I vigneti vengono coltivati con il metodo di lotta integrata per preservare l’ambiente.
Da Suno a Barengo, sempre nel Novarese, c’è il tempo di un battito di ciglia. A Barengo si può trovare Gilberto Boniperti (www.bonipertivignaioli.com/ita/index.php), poco interventista in vigna e in cantina. «Mi accorgo che i valori trasmessi da mio nonno, che coltivava a vite le stesse terre, stridono con i ritmi della modernità, ma io ho la fortuna di potere continuare». La sua Favolalunga, Colline Novaresi Doc, di uva Vespolina, 2014, possiede colore rubino brillante e corpo svelto e sapido.
Per il momento si lascia il Piemonte e si corre verso l’Oltrepò, terra di confine. Eccitante e succulento almeno al pari dei vini che ne escono è il progetto di Fausto Andi a Montù Beccaria, nell’Oltrepò pavese (andifausto.com). L’azienda agricola è condotta con metodo biodinamico e occupa dodici adulti diversamente abili che, nel la­boratorio “Fuori dalla mischia”, tra le altre attività, dipingono a motivi floreali le bottiglie, ognuna diversa nell’aspetto e nel contenuto. Quelle d’uva Moradella affinano in botte sui propri sedimenti, poi arrivano in bottiglia senza travasi, chiarifiche e filtrazioni. Unico, come Fausto Andi, nel colore, nel profumo, nei delicati tocchi balsamici finali.
Ma in un prossimo futuro altre uve potranno diventare il modello super-bio. Forse quelle conosciute con l’acronimo PIWI: non hanno bisogno di cure chimiche, neppure di rame o zolfo, e paiono la risposta diretta alla estromissione della peronospora e dell’oidio (piwi-international.de). Se sono ancora da decifrare molte delle loro potenzialità (economiche e di rispetto ambientale, incluse le eventuali controindicazioni) c’è però chi ne fatto ottimi vini. Si tratta di uve figlie di ibridazioni successive: la prima da incroci di sole varietà americane, la seconda tra ibridi di prima generazione e viti europee, e la terza tra ibridi di seconda generazione e vitis vinifera. Incroci successivi tra ibridi e vitis vinifera hanno fatto nascere uve che, una volta vinificate, hanno perso le caratteristiche negative (come elevati contenuti di alcol metilico o volgari odori volpini) e mantenuto la resistenza alle malattie.
È il caso di Giuliano Menel che a Mel, nel Bellunese, ha ottenuto dalla varietà Solaris il vino bianco Principe di Mel, prestigioso per il colore dorato che invita a larghe bevute. Lo contraddistinguono profumi intensi di guava e papaya, spezie appena accennate e buon grado di freschezza. Si potrebbe pensare che un giorno la viticoltura “pulita” passerà sempre più in rassegna queste varietà.
Ritorno al futuro invece per un Cacc‘e Mmitte di Lucera originale, che sa di vicende passate ma gareggia con i gusti odierni. Tanto versatile da potersi accomodare accanto alle vivande del menu dall’antipasto al dolce: è il Mania (vino da tavola) dell’Azienda Agricola Paglione (www.agricolapaglione.com), ossessione filologica di Beniamino e Nicola Faccilongo, convinti assertori dell’agricoltura biologica da quando l’azienda prese le sembianze attuali agli inizi degli anni Novanta. Il colore umbratile deriva dalla breve esposizione del mosto sulle bucce: lo prevedeva il Cacc‘e Mmitte degli albori a causa della scarsa durata permessa dal latifondista al contado per l’utilizzo del palmento. Il naso è affascinato da tracce di lampone e inserti di caffè, in bocca sprigiona un’anima ribelle con i tannini ancora irrequieti e pince di frutta gialla.
Un ritorno al futuro, insomma, come ha pensato di fare da qualche anno Guido Gualandi di Montespertoli, sud di Firenze (www.guidogualandi.com), anche docente universitario e convinto assertore delle potenzialità dei vitigni autoctoni. Alcuni che popolano le sue vigne erano pressoché scomparsi. L’acqua utilizzata nel podere viene riciclata e l’energia solare alimenta l’elettricità e definisce i suoi vini “archeologici” per la rinuncia a metodi “moderni” di coltivazione e vinificazione. Dopo l’assaggio si possono qualificare “archetipici” per le sensazioni ancestrali che li sostengono. La Foglia Tonda Toscana Igt impressiona per il colore granato fitto, l’aroma di susine stramature, speziato di chiodi di garofano, il sapore pieno e morbido, tannini e alcol che si guardano e rispettano. Risultato: clamoroso.
Sempre dalla Toscana, ma ap­partenente alla minuscola Carmignano Docg, Circo Rosso di Fabrizio Pratesi (www.fabriziopratesi.it) è un vino che fa in­namorare al primo sguardo per il rubino cupo assai intenso e per gli aromi setosi che sprigiona persistenti: di liquirizia e viola, di zenzero e geranio. Il sapore è asciutto e di stoffa aristocratica, lungo ed elegante di sensazioni fruttate e speziate. Sembra non finire mai.
Il terzo vino profondo rosso che ama la natura è il Nebbiolo d’Alba Doc di Poderi Gallino (poderigallino.com). Le uve provengono dalle più ripide e meglio assolate colline di Govone. Ma i vini di Leonardo Gallino si distinguono per arrivare sul mercato spesso con vecchi millesimi. In questo caso il 2006, maturo ed elegante al palato con insistenza di viola e lampone, asciutto e non meno garbato al naso, aveva sfoderato un ventaglio complesso di spezie e frutta matura, l’occhio colpito dal rubino che svaniva su un infinito orlo mattone. Si potrebbe pensare a un ideale incontro con bolliti e stracotti, ma questo Nebbiolo conquista anche paste ripiene e risotti.
Per i fine pasto o per meditare, da Santa Massenza, montagna trentina e borgo della grappa, Alessandro e Alberta Poli (distilleriafrancesco.it) raccolgono da vent’anni uve Nosiola da agricoltura biologica, le fanno appassire in cassette di legno secondo tradizione per mesi fino a quando si spremono acini raggrinziti e pieni di sapore. Ottengono Nobles, Trentino Vino Santo Doc d’opulenza cromatica, scintillante d’ambra e bugizio, fragranze di gelsomino, salvia e mango candito, bocca succulenta la cui dolcezza viene bilanciata dalla freschezza delle uve d’altura.
Finale scoppiettante per gli incontri conviviali durante le festività natalizie. Anche il caminetto di Claudio e Giovanni Longhi crepita. A Sant’Angelo in Vado, Pesaro-Urbino, le uve di Trebbiano marchigiano si affumicano nella bocca del focolare dal Quattrocento per farne un vino unico, da uve spremute a febbraio o a Pasqua in virtù delle annate. Nel loro Agriturismo Ca’ Icardo (telefono: 339 4904907) fanno nascere ogni anno 1500 bottiglie da mezzo litro: nel Vino Santo Santangiolina fumé, vestito d’ambra, resinoso, la dolcezza fioretta con l’acidità e si arrotola infine su un fiabesco torbato.
Un vino d’altri tempi come la Malvasia di Bosa Doc Riserva della Cantina Giovanni Battista Columbu (malvasiacolumbu.com), ossidativo, un tempo ad uso esclusivo delle grandi occasioni e oggi sfarzoso vino per aperitivi o finali di pasto. I fratelli Gianmichele (accompagnato dalla moglie Vanna Mazzon), in vigna, e Raffaele, in cantina, tramandano il secolare uso di affinare il vino per almeno tre anni in botti scolme di castagno. Ottengono un nettare dal colore paglierino carico con naso intenso e persistente, bocca di nocciola, asciutta e ammandorlata, morbida e balsamica.
Un’occasione diversa per festeggiare la vita. In Veneto, sui Colli euganei, si fa onore invece con le leggere bollicine di Op!, spumante metodo classico dell’Azienda agricola Reassi (reassi.it), rigorosamente familiare: uva Pinella, vigna di cent’anni, 36 mesi di rifermentazione sui lieviti. Il naso di pompelmo lascia spazio a un finale di selce, fine e sapido. Per tutto pasto o il brindisi di fine d’anno.
Da qualche tempo anche nella Calabria più profonda si spumantizza. In particolare a Gerace, nella Locride, l’Azienda agricola Barone Macrì (baronemacri.it), che aderisce al progetto Calabria Solidale (chicomendes.it: giustizia sociale, legalità, rispetto del territorio e del lavoro ne sono i presupposti), si è spinta a utilizzare le uve di Mantonico in purezza. Centocamere si sfila dai consueti metodo classico anche per questo aspetto territoriale. Biondo, balsamico, floreale e minerale, fa volare alto i fremiti amarognoli del bergamotto. Anche noi ogni tanto ci lasciamo andare. Senza bollicine, che festa è?
Riccardo Lagorio

 

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Autochtona Awards 2018: vince il terroir

Piemonte, Emilia, Toscana, Puglia e Sicilia: è da queste splendide regioni italiane che provengono i vini premiati con gli Autochtona Awards dalla rassegna “Autoctoni che passione!” che si è svolta in occasione della quindicesima edizione del forum nazionale dei vini autoctoni a Bolzano. L’elenco dei vincitori di quest’anno esprime un omaggio alla vocazione vinicola di alcuni dei territori italiani più storici e affermati, lasciando nel contempo il giusto spazio a produzioni enologiche di grande fascino, in territori geograficamente delimitati ma molto caratteristici. La lista dei premiati si apre con una riconferma: il premio Miglior Vino Rosso è infatti andato all’azienda Claudio Alario, già vincitrice nella stessa categoria nel 2017, aggiudicatasi la prima posizione col suo Valletta Barbera d’Alba Doc 2016. Si resta sempre in Piemonte per il Miglior Vino Bianco, assegnato al Poggio dello Scagno Derthona Timorasso 2016 dell’azienda La Vecchia Posta. Il riconoscimento Migliori Bollicine vede premiata ancora una volta la realtà emiliana Cantina della Volta, che quest’anno ha conquistato il titolo con il suo CDV Brutrosso Lambrusco di Sorbara Doc Spumante Brut Metodo Classico 2016. Dal Nord si passa al Sud: il Miglior Vino Rosato è il Rosarò Salento Negroamaro Rosato Igt 2017 della tenuta Feudi di Guagnano, in Puglia. Ad aggiudicarsi il riconoscimento del Miglior Vino Dolce è stata l’azienda Salvatore Murana col suo Martingana Moscato Passito di Pantelleria Dop 2008. Infine, il Premio Speciale Terroir, che come da tradizione incorona l’etichetta che meglio rappresenta l’espressione del vitigno legato al suo territorio di riferimento, è andato quest’anno all’Azienda Agricola Montefabbrello con il suo Aleatico Passito Elba Docg 2017. «Tra gli elementi che mi hanno più colpito della selezione di quest’anno ci sono sicuramente i vini dolci, tutti molto rappresentativi del panorama vitivinicolo italiano, e la qualità dei vini delle isole come Elba e Pantelleria, dotati di densità e sfaccettature aromatiche entusiasmanti. Infine, sto notando come i bianchi rifermentati sui lieviti in bottiglia, di anno in anno, siano sempre più numerosi: evidentemente questo rappresenta una tendenza da tenere in considerazione» ha dichiarato Pierluigi Gorgoni, curatore del premio. Il giornalista internazionale Jens Priewe, presidente di giuria, ha infine commentato: «Credo che un aspetto essenziale per i vini contemporanei, per trovare il proprio spazio nel mercato mondiale, sia il fatto di potersi distinguere con un prodotto unico e speciale. L’Italia, su questo aspetto, ha tanto da dire».

>> Link: www.autochtona.it

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