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Premiata Salumeria Italiana nr. 6, 2018

Rubrica: Sono 180 grammi, lascio?
Articolo di Papalato G.
(Articolo di pagina 100)

The Waiting Room, Tindersticks

Il piacere, a volte, è nell’attesa

Sono un provinciale e amo, della mia provincia, l’essere insieme e l’eterogeneità, l’Appennino e la bassa, in mezzo la mia città, Modena. E se in collina e in montagna si uniscono alle nostre ricette quelle toscane, “più giù” ci mescoliamo a Ferrara e Mantova. Lo stracotto d’asino è tipico proprio della tradizione mantovana e io prediligo mangiarlo in un ristorante perso tra curve e colline nel Frignano. Sì, perché è bello cercare, a volte trovare, sorprendersi. Non credete? Dobbiamo considerare che la carne di questo animale ha due particolarità: il colore molto scuro e il sapore deciso. Se non viene marinata a dovere, può risultare dura e con un gusto troppo forte. In realtà, cucinarla non è affatto difficile, semplicemente ci vuole molto tempo. Bisogna attendere.
The Waiting Room, letteralmente “la sala d’attesa”, l’album di Tindersticks di cui vado a raccontarvi, ha in copertina un uomo il cui capo è quello di un asino, seduto ad un tavolo, appunto in attesa. Britannici, in attività dal 1992 e con una serie di dischi imprescindibili per chi ama la musica pop, spesso considerati troppo sofisticati e per questo destinati ad una carriera lontana da grandi numeri in ambito di pubblico e fama, Tindersticks non hanno mai realizzato un album mediocre, né hanno mai fatto scelte opportunistiche. Soprattutto, essi possono rivendicare un suono caratteristico e identificativo e, tuttavia, modificarne la formula nel tempo, in modo che ciascuno dei loro dischi possieda il proprio carattere distinto. Romantico, rarefatto, elegante e soprattutto cinematografico. Sì, perché oltre ad esserlo chiaramente nelle suggestioni e nell’immaginario creato dalle canzoni,questo lavoro è legato a The Waiting Room Film Project, un progetto nato in collaborazione col Clermont-Ferrand International Short Film Festival (della cui sezione sperimentale il leader Stuart Staples nel 2012 presiedette la giuria), che lega un cortometraggio a ogni brano del disco, tutti contenuti in un dvd allegato alla deluxe edition dell’album. In The Waiting Room la musica di Tindersticks porta con sé un conflitto: da una parte è strettamente controllata, ma si spinge spesso verso un punto di tensione e vulnerabilità che sembra possa andare in pezzi in qualsiasi momento. In questo senso la voce di Staples comunica un senso di tecnica attentamente amministrata, più volte portata a un punto di criticità sinonimo di instabilità e fragilità. Così, accanto alle tinte drammatiche e ricche di pathos, le canzoni si rivelano anche enigmatiche e giocose. Questo è il fascino peculiare di Tindersticks: non svelare completamente, non dire tutto.
Il disco si apre con uno strumentale, una cover di Bronislau Kaper, Follow Me, tratta dalla soundtrack del film Gli ammutinati del Bounty, e proprio come dopo un naufragio, la terra che tocchiamo ha la melodia e le parole di Second Chance Man. Al ritmo del basso e seguendo le tracce di un hammond tra gli echi di Where we once lovers?, in un crescendo circolare e morboso arriviamo ad uno dei brani più emblematici del disco. Help Yourself si muove tra aperture afro-beat, percussioni e fiati, un crogiolo di differenze armonizzate in una danza densa ma scevra di qualsiasi zavorra. Sensuale e commovente il primo dei duetti presenti, quella Hey Lucinda in cui Staples canta ancora una volta con Llhasa de Sela, cantautrice americana spesso vicina al gruppo inglese e prematuramente scomparsa nel 2010. Proprio a quell’anno risale la registrazione originale, non ritenuta buona da Staples per quanto riguardava la propria interpretazione e, quindi, accantonata. Riprenderla e lavorarvi dopo tanto tempo ha portato con sé un bagaglio emotivo importante che arriva ed eleva.
Un altro strumentale è This Fear Of Emptiness, simile al primo per gli strumenti utilizzati, ma di tutt’altra atmosfera, crepuscolare e antica. La ballata How He Entered precede il dolore assoluto raccontato dal brano che dà il nome al disco.
Planting Holes, terzo ed ultimo brano senza liriche, come un nostalgico carillon, anticipa un altro dei brani fondanti del disco, We Are Dreamers! È tutto sulle due voci, Stuart Staples e Jenny Beth delle Savages, la musica è chitarre distorte e remote in assenza di una melodia strutturata. Quando arriviamo alla conclusiva Like Only Lovers Can ci troviamo cullati, come ballando un lento alla fine di qualcosa, con un po’ di nostalgia per ciò che non c’è più ma sorridendo perché c’è stato e, forse, tornerà.
Tindersticks ci consegnano così con The Waiting Room un album di rara bellezza, in cui le tensioni tra le sincere esplorazioni dell’amore nelle sue manifestazioni di sofferenza e consolazione e l’autoironia, tra i diversi registri di trattenuta e liberazione estetica, continuano a rendere le canzoni piene di un’energia intellettuale oltre che di un’intensità disarmante.
Giovanni Papalato

 

Didascalia: Giovanni Papalato (photo © Lucio Pellacani).

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