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Premiata Salumeria Italiana nr. 5, 2018

Rubrica: Attualità
Articolo di Corona S.
(Articolo di pagina 24)

Prodotti di pregio con bollino nero: paura ingiustificata?

Il made in Italy è davvero a rischio per volere dell’Oms? Cosa dobbiamo veramente temere della crociata delle Nazioni Unite contro i cibi che contribuiscono al diffondersi delle malattie non trasmissibili? Poco o nulla, forse, ma occorre stare vigili. Ci sono spinte importanti che, in nome della sintesi, rischiano di far entrare i nostri prodotti in un pericoloso tritacarne. Con grave danno economico e in assenza di vantaggio alcuno per il consumatore

È successo di nuovo. L’Organizzazione Mondiale della Sanità si esprime su un tema di sua competenza e scoppia la polemica. Non si comprende in realtà se l’Oms utilizzi un linguaggio poco chiaro o se si gridi allo scandalo in maniera puramente strumentale. Certe notizie si prestano per loro natura a diventare un caso, soprattutto quando vengono trasmesse in tono allarmistico. Accade tante volte che l’alimentare sia oggetto di controversie, talvolta per motivi di sicurezza o di salute, ma sempre più spesso per questioni di altra natura, non ultima quella economica e dei poteri che intorno ad essa si muovono. Quale che ne sia la ragione, è improbabile che i media si lascino sfuggire una notizia sul cibo, soprattutto se ha risvolti importanti. Lo fa però talvolta travisandone i reali contenuti, tal altra enfatizzando aspetti che nuocciono gravemente al comparto. L’ultima occasione è quella del giugno scorso quando, a seguito della pubblicazione on-line del documento Time to Deliver, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha presentato una serie di raccomandazioni in merito alla prevenzione di malattie non trasmissibili. I decessi da questo tipo di patologie, dovute alla combinazione di una serie di elementi negativi come uno scorretto stile di vita, un’alimentazione non adeguata, fattori genetici e comportamentali, sono, ogni anno, ben 41 milioni nel mondo. Rappresentano oggi il 71% delle cause di morte e annoverano tra i diretti responsabili diabete, tumori, malattie cardiovascolari, respiratorie, renali croniche, ictus, Alzheimer, osteoporosi, cataratta e molto altro ancora. L’incidenza, che ha davvero raggiunto livelli allarmanti, è ormai tale da aver superato le malattie trasmissibili. Per questo motivo, la più autorevole voce in ambito internazionale in tema di salute si è espressa in maniera preoccupata, predisponendo un documento in cui si esortano i Governi ad attuare misure per intervenire sullo stile di vita delle persone, soprattutto affinché intraprendano una dieta equilibrata, povera di sodio e sale, riducano il fumo e l’alcool e abitudini di sedentarietà. In quel fascicolo predisposto per la discussione del 27 settembre a New York, nel corso dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, non ci sono indicazioni specifiche su quanto gli Stati debbano nel concreto fare, né su quali prodotti intervenire. La richiesta è però quella di ipotizzare strumenti efficaci affinché i consumatori abbiamo modo di conoscere, per ogni singolo alimento, quali rischi esso può comportare. Ci sono effettivamente dei passaggi in cui vengono dati alcuni suggerimenti su metodi che scoraggino determinati consumi. Si ipotizzano tassazioni più elevate, riferimenti espliciti in etichetta o segni inequivocabili sul fatto che quell’alimento non sia del tutto salutare. Il fine è dunque quello di fare in modo che l’industria alimentare dia il suo contributo alla prevenzione e al controllo delle malattie non trasmissibili. L’Oms non può imporre coercitivamente agli Stati di adottare specifiche misure; tuttavia, suggerisce una serie di modalità utili allo scopo. Tra queste, la riduzione dell’impatto del marketing dei cibi poco sani e delle bevande non alcoliche per bambini, la promozione di prodotti alimentari coerenti con una  dieta sana e la creazione di un ambiente affinché questa possa essere perseguita. Gli Stati dovrebbero altresì contribuire agli sforzi per migliorare l’accesso e la convenienza nell’acquisto di farmaci e tecnologie per la prevenzione e il controllo delle malattie non trasmissibili. Il passaggio che ha destato maggior polemica in Italia, però, è quello in cui si precisa che è necessario lavorare per ridurre l’uso di sale nell’industria alimentare. Da tempo infatti si ragiona a diversi livelli e in diversi Stati per rendere alcuni elementi di facile lettura al consumatore e garantire strumenti semplici ed efficaci affinché chiunque possa immediatamente comprendere se il prodotto che è in procinto di acquistare è salutare o meno. Tuttavia, quella sintesi, tanto necessaria quanto difficile da rendere, ha dato sinora risultati tutt’altro che edificanti, finendo — nei vari esperimenti fatti — per penalizzare alimenti di qualità e avvantaggiarne invece altri di discutibile fattezza. Se non si considerano i prodotti nel loro apporto nutritivo complessivo ed inseriti in una dieta equilibrata, dove i consumi sono vari e moderati allo stesso tempo, è facile cadere nel tranello di credere che determinati alimenti o bevande, magari realizzati a seguito di sperimentazioni chimiche, siano più salutari di altri che da millenni fanno parte del panorama enogastronomico di Paesi come Italia, Francia o Spagna. Insomma, per citare un esempio ricorrente, con i criteri delle famigerate etichette a semaforo tanto care a certi Paesi, è possibile che la Coca Cola light risulti più sana di un’eccellenza come il Parmigiano Reggiano o di uno dei nostri prosciutti a denominazione. E questo fatto è oggettivamente inaccettabile.

 

Allarmi e rassicurazioni: le polemiche non fanno mai bene
Nel complesso l’Oms raccomanda la riformulazione e il ri-marketing del cibo contenente alti livelli di sale, zucchero e grassi saturi, ma lo propone prescindendo dalle qualità complessive del cibo in oggetto, dalle quantità assunte e dalle abitudini alimentari e di vita di ognuno. In più auspica — pur non avendo poteri reali di imporla — una tassazione simile a quella prevista per alcool e tabacco e per altre sostanze non salutari qualora vengano accertate le concentrazioni non sane. Nessun riferimento esplicito ai nostri prodotti di punta di cui tanto si è discusso negli scorsi mesi, eppure è facile immaginare che con questi parametri, che non lasciano spazio a valutazioni più ampie sul prodotto, le nostre specialità tipiche possano facilmente rientrare in una lista nera che non potrebbe che generare danni di immagine importanti e cali significativi dei consumi. E, soprattutto, senza che il consumatore ne abbia vantaggio alcuno. A seguito della polemica scoppiata a luglio in Italia dove molti organismi pubblici e privati, politici, rappresentanti delle imprese si sono espressi con grande preoccupazione, il dipartimento di nutrizione dell’Oms per la salute e lo sviluppo è intervenuto per bocca del suo direttore. Francesco Branca ha voluto rassicurare gli operatori del settore. L’OMS infatti non criminalizza specifici alimenti, ma fornisce indicazioni e raccomandazioni per una dieta sana.
Gli hanno fatto eco altre autorevoli voci del panorama produttivo nazionale, inizialmente molto allarmate per il documento dell’Oms. Non risulta infatti evidente che il Time to Deliver metta sotto accusa le eccellenze italiane, meno che mai alcune nello specifico, perché nessun prodotto è citato.
Questo rimpallo di informazioni allarmistiche che per giorni, settimane, ha fatto passare l’idea che l’OMS condannasse i nostri prodotti, se da una parte ha generato un’alzata di scudi e la chiamata a rapporto degli Italiani in difesa del proprio cibo, dall’altra getta pur sempre un velo di negatività sul nostro patrimonio enogastronomico. Le polemiche, infatti, non fanno mai bene al comparto, nemmeno quando sono necessarie per smentire delle informazioni sbagliate. Quando si parla di cibo, insinuare il dubbio è facile e le conseguenze sono quasi sempre sproporzionate rispetto al fatto in sé. Si pensi a quanti scandali negli ultimi decenni, pur riguardando ambiti produttivi o geografici molto circoscritti, hanno avuto conseguenze nefaste su tutto il mercato di riferimento, senza distinzioni di sorta. Il sentire comune è condizionato da mille fattori e, quando vengono utilizzati toni allarmistici, gli effetti si fanno sempre sentire. A maggior ragione generare un caso quando il caso non esiste può essere un boomerang.

 

Non c’è da stare tranquilli
Le paure erano e sono tuttora fondate. È vero che i nostri prodotti, al contrario di quanto apparso inizialmente, non sono stati specificamente citati, ma la strada intrapresa a livello internazionale sembra ormai segnata da tempo. Occorre dunque essere vigili. Ci sono spinte importanti perché si introducano sistemi di semplificazione delle etichette che sull’altare della sintesi in comunicazione porranno sullo stesso piano prodotti altamente nocivi e altri dal grande valore nutrizionale. I formaggi, per esempio, per i loro contenuti di sale e grassi, sono già da tempo nell’occhio del mirino e ai nostri non verrà fatto sconto alcuno. Il rischio della penalizzazione di alcune specialità italiane è fortissimo e le stime sugli eventuali danni sono allarmanti. Se in Italia si può far conto  di una cultura del cibo che permette al consumatore medio di valutare una serie di aspetti, all’estero — dove le nostre produzioni vivono una concorrenza  importante e sono meno note — un’etichetta come quella a semaforo può essere deleteria e, paradossalmente, rischia di indirizzare l’acquirente verso cibi più scadenti da ogni punto di vista. A tutto questo contribuiscono le lobby che, ad ogni livello, in Europa quanto in altri Paesi, hanno tutto l’interesse a mettere in ombra le produzioni italiane a vantaggio di altre. È bene non sottovalutare tali spinte, né rinunciare all’idea di promuovere il made in Italy partendo dal suo valore, oltre che dalla storia, dall’identità e dal saper fare che rappresenta.
Sebastiano Corona

 

Didascalia: ci sono spinte importanti perché si introducano sistemi di semplificazione delle etichette che sull’altare della sintesi in comunicazione porranno sullo stesso piano prodotti altamente nocivi e altri dal grande valore nutrizionale. I formaggi, per esempio, per i loro contenuti di sale e grassi, sono da tempo nell’occhio del mirino e ai nostri non verrà fatto sconto alcuno.

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