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Premiata Salumeria Italiana nr. 4, 2018

Rubrica: Turismo enogastronomico
Articolo di Corona S.
(Articolo di pagina 76)

Le molte virtù (e i pochi vizi) del turismo esperienziale

Si dice spesso che il turismo sia una voce importantissima del bilancio pubblico, tanto più che traina molti altri settori. Non è da meno l’agroalimentare che spesso contribuisce ad attrarre flussi turistici, attraverso il nome dei suoi prestigiosi prodotti. L’esperienza in fatto di cibo è però fondamentale

Secondo il World Tourism Barometer, l’Europa è la meta turistica più ambita e visitata al mondo. Forte di un patrimonio storico e architettonico importantissimo, di paesaggi e identità che si esprimono in mille modi diversi, il Vecchio Continente ha raggiunto, nell’anno 2015, quota 607,7 milioni di arrivi, con 27,5 milioni di turisti in più rispetto al 2014. Un aumento notevole che si registra anche nelle aree meridionali che si affacciano sul Mediterraneo, complice il timore di attentati nei Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa. In questo contesto, secondo l’OMT, il Belpaese è posizionato al quinto posto per gli arrivi e al settimo per gli introiti. Secondo la Banca d’Italia (dati 2015), la spesa dei viaggiatori stranieri nel nostro Paese ha raggiunto 35.556 milioni di euro, con un incremento del 3,8% rispetto all’anno precedente. Quanto descritto si traduce in indici economici di tutto rispetto: 167,5 miliardi di euro quale impatto dell’economia allargata del settore turistico sul Prodotto Interno Lordo e un’incidenza percentuale del 10,2%. L’occupazione turistica, considerati diretti ed indiretti, è di 2.609.000 unità, pari all’11,6% dell’intera occupazione nazionale (stime del WTTC – Travel & Tourism Economic Impact per l’anno 2016).
Semmai ce ne fosse stato bisogno, queste cifre, decisamente incoraggianti, confermano l’importanza del turismo nell’economia nazionale e sono la prova di come il comparto, in qualunque realtà, possa fare da traino per molti altri settori. Grazie ai flussi di visitatori, soprattutto quelli stranieri, si muove una serie di altre tipologie produttive direttamente o indirettamente collegate. Oltre ai servizi, infatti, c’è l’artigianato locale, ma soprattutto l’industria agroalimentare. Quest’ultima, in alcune realtà, è direttamente coinvolta, al tal punto che in alta stagione registra un’impennata nella produzione che va rapidamente scemando al concludersi dei periodi di maggior flusso.
Stagioni ristrette e impattanti, a causa di un intenso traffico che si concentra in pochi mesi all’anno — si pensi al turismo balneare che interessa soprattutto luglio e agosto — possono però generare problemi di approvvigionamento cui segue un drastico calo di vendite, con tutte le conseguenze negative che si possono immaginare.
Il tentativo di destagionalizzare si rende necessario per una serie di problemi di carattere organizzativo, ambientale, ma anche per garantire continuità di lavoro per un arco temporale il più ampio possibile.
Le strategie da mettere in campo sono diverse e oggi, fortunatamente, il mercato turistico ne offre una in più che può investire seriamente il comparto agroalimentare con grandi soddisfazioni. L’offerta enogastronomica è da tempo diventata infatti, da sola, una delle motivazioni primarie di viaggio, al punto che l’Ipsos, in una sua ricerca, la pone, in termini di appeal, al pari delle città d’arte e dei monumenti che il territorio offre.
Se le diverse cose vanno poi di pari passo, si è certi di fare breccia nel cuore del visitatore. Cosa c’è di meglio che fare un viaggio in luoghi dove è possibile godere, oltre che di paesaggi e monumenti spettacolari, anche di una buona cucina e dell’ottimo vino? Gli stranieri questo cercano, le nostre eccellenze enogastronomiche, ma non si accontentano più di gustarle, perché vacanza è sempre più sinonimo di esperienza e, in questo caso, di esperienza sensoriale, di vita d’azienda, di partecipazione al processo produttivo. Il mero assaggio fine a sé stesso non è più sufficiente.
Il viaggiatore, durante il suo soggiorno, chiede sempre più spesso di allargare i propri orizzonti. E lo vuole fare con tour culturali, laboratori dove la manualità la fa da padrona, lezioni di cucina, visite aziendali in cui sia possibile mettersi in gioco partecipando in prima persona alla produzione.
Sono sempre più richieste le vacanze in cui si impara qualcosa, si vive un momento speciale, si fa un’esperienza unica, impossibile da ripetere a casa propria.
Il turista di oggi non va alla ricerca di tour organizzati, tutt’altro. È un viaggiatore indipendente, che programma in autonomia il suo soggiorno e vuole stare quanto più possibile lontano dall’omologazione. E quell’esperienza unica che intende vivere è sempre più spesso legata al mondo agroalimentare.

 

Cultura, convivialità, incontro
Il cibo non è solo nutrimento ma anche cultura, convivialità, incontro. Cosa c’è di meglio, per entrare a contatto con un luogo, che esplorarne la tavola e tutto quello che ad essa è legato? L’alimentare è espressione linguistica, è costume, è il frutto di usanze e vocazione locale, richiama la storia, è un pezzo — certamente il più prelibato — dell’identità di un popolo. Anche per questo motivo sono sempre di più le aziende del comparto agroalimentare che del turismo sfruttano l’aspetto conoscitivo, cogliendo l’occasione per avere con i visitatori un rapporto diretto che non si fermi alla vendita del prodotto.

 

In principio fu l’agriturismo
È stata la formula dell’agriturismo, diversi decenni fa, a fare da apripista. Oggi queste strutture assomigliano per la maggior parte a degli alberghi e, in certi casi, hanno paradossalmente anche un po’ perso il loro legame con il mondo rurale. In realtà questa forma di ospitalità nasceva con lo scopo di permettere al visitatore di vivere la campagna in maniera diretta. Non a caso l’ospite veniva coinvolto nel lavoro, coadiuvava, a suo modo, per qualche giorno, il titolare dell’azienda, diveniva egli stesso un fattore. Pertanto sveglia presto, mungitura, colazione del pastore, lavoro nei campi e, se era tempo di tosatura, anche questa imperdibile esperienza. Un modo di vivere la vacanza lontano dalla frenesia della città e staccare da ogni punto di vista. A distanza di anni, sempre più imprese aprono le porte del laboratorio per accogliere visitatori che non solo hanno occasione di degustare il prodotto laddove è stato realizzato, ma possono assistere anche alle diverse fasi produttive e — perché no? — in certi casi anche partecipare alla lavorazione in prima persona, mettendosi in gioco in un’esperienza completamente nuova.
Nel Modenese alcuni mastri acetai portano il visitatore in azienda, gli svelano i segreti del proprio aceto, gli offrono il pranzo a base di piatti tipici, gli personalizzano l’etichetta dell’aceto che compreranno poco prima di lasciare il laboratorio. In altre zone, guide esperte organizzano escursioni in montagna o in collina in cui si va alla ricerca di prodotti selvatici di stagione, dai funghi alle erbe aromatiche, dalle more ai tartufi e molto altro ancora. In serata, al rientro, è forte l’emozione di poter gustare a tavola quanto raccolto.
Nelle malghe si va nei percorsi della transumanza o si visitano i piccoli caseifici per imparare a fare il formaggio. Nelle regioni a vocazione vinicola sono sempre di più le aziende agricole che organizzano picnic nelle vigne, all’aperto. Ad Atzara, nel centro Sardegna, c’è una cantina a conduzione famigliare che produce ottimi vini, ma che in più offre il pranzo a base di prodotti tipici locali all’interno della struttura e organizza le visite nei vigneti storici da cui si approvvigiona. I turisti hanno in quel momento l’imperdibile occasione di “adottare un ceppo” che scelgono personalmente nelle campagne dell’azienda. Con una modica spesa di quella pianta possono monitorare, a distanza, gli sviluppi nel tempo, grazie ad una webcam puntata sul vigneto. I “genitori adottivi” riceveranno a casa una bottiglia di vino all’anno, proveniente, appunto, dai ceppi scelti.
Le forme in cui si esprime il turismo esperienziale e gli esempi di questo nuovo modo di viaggiare sono moltissimi. Tuttavia, sebbene questo approccio porti grandi soddisfazioni, soprattutto nei periodi di minor lavoro, sull’offerta in Italia si potrebbe fare ancora molto in termini di organizzazione complessiva, di comunicazione e anche di dialogo tra operatori.
La proposta è ancora fortemente frammentata e di scarsa visibilità on-line e pertanto di difficile individuazione, soprattutto per gli stranieri. C’è dunque molto da fare, sia sul piano pubblico che su quello privato, dove le aziende dovrebbero forse fare lo sforzo di creare ambienti belli da vedere, ma soprattutto fruibili e facilmente visitabili.
Le commistioni tra turismo e agroalimentare non finiscono però qui. È vero che i flussi turistici sono un ottimo mezzo per drenare produzioni locali, dagli approvvigionamenti delle strutture ricettive ai ristoranti, passando per le sagre paesane e molto altro ancora, ma spesso è proprio l’agroalimentare a rendere noto il nome di una regione o di una località nel mondo. E ad attrarre, così, i turisti.
Dal nome di un cibo può partire la curiosità, il desiderio di approfondimento e la voglia di visitare un luogo di cui magari non si conosceva l’esistenza, prima di gustare un suo prodotto tipico. In questo sono di fondamentale aiuto le denominazioni europee, siano esse Dop o Igp, comprese quelle dei vini.
A quanti, in Italia, ma soprattutto all’estero, la cittadina di Colonnata era nota sino a quando il suo squisito Lardo non è entrato nell’Olimpo dei cibi più prestigiosi, ottenendo l’Indicazione Geografica Protetta? E lo stesso discorso non vale forse per Asiago, Altamura, Norcia, Modica, Bronte, Vignola e molti altri luoghi ancora, che, in assenza dei loro prodotti a denominazione, sarebbero forse passati inosservati? E quante regioni o aree specifiche vengono richiamate nel nome dei propri prodotti di punta come un’autentica leva di marketing dove il richiamo turistico è  solo uno dei fronti che si può sfruttare? Pensiamo al Chianti, a Modena, al Garda. Pensiamo ad intere regioni che sono diventate un vero e proprio brand. Il richiamo è forte e passa attraverso quello di un prodotto di alta qualità, certificato tra i più pregiati al mondo.
Così dovrebbe il turismo essere volano per l’agroalimentare, così l’agroalimentare dovrebbe aprire le porte al turismo, in Italia e nel mondo.
Sebastiano Corona

 

Didascalia: Degustazione presso l’Acetaia Giusti di Modena. Il cibo è anche convivialità e sempre più aziende dell’agroalimentare stanno puntando su questo aspetto per attirare visitatori. Nel Modenese, ad esempio, alcune acetaie organizzano visite presso le aziende durante le quali si svelano i segreti del prodotto, si gusta un pranzo a base di piatti tipici e si può personalizzare l’etichetta dell’aceto acquistato (photo e info: www.visitgiusti.com).

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