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Premiata Salumeria Italiana nr. 4, 2018

Rubrica: Vino
Articolo di Rella M.
(Articolo di pagina 98)

La prima vigna della capitale

La prima vigna della capitale — una vera vigna per dimensioni, non certo un piccolo filare — è stata battezzata lo scorso febbraio nell’Orto Botanico di Roma. È il Vigneto Italia, un’iniziativa promossa dal critico enologico Luca Maroni insieme all’Università La Sapienza, con il supporto tecnico di Vivai Cooperativi Rauscedo, leader mondiale nel campo della vivaistica e della viticoltura, che ha fornito gratuitamente tutte le barbatelle e i portinnesti delle varietà selezionate per l’impianto, avvenuto già lo scorso autunno e in conclusione entro aprile, meteo permettendo.
La vigna “tricolore” è una collezione di varietà autoctone del nostro Paese, al momento 154 in rappresentanza delle 20 regioni. Un appassionato, uno studente o un semplice curioso, passeggiando in questo incantevole giardino a ridosso di Trastevere, sotto la collina del Gianicolo, accanto a un boschetto di bambù, troverà tra i vitigni a bacca bianca tanti nomi curiosi, come la Cococciola e la Passerina dell’Abruzzo, o tra i rossi il Nero buono e il Violone del Lazio. Dalle Marche potrà ammirare le varietà Bianchello del Metauro, la Lacrima di Morro d’Alba, il Verdicchio e il Maceratino; nella piccola parcella dedicata alla Valle d’Aosta il Blanc de Morgex, il Cornalin, il Fumin, il Mayolet e altre. Troverà inoltre l’unico vitigno autoctono del Molise, il Rosso tintilia, e ovviamente i vitigni delle più importanti regioni enoiche d’Italia, il Nebbiolo, il Barbera e il Roero arneis nell’area del Piemonte; il Sangiovese, il Colorino, il Prugnolo e la Malvasia del Chianti in quella della Toscana; solo per citarne alcuni.
Non è certo la prima volta che ci imbattiamo in un vigneto cittadino. Basti pensare a Zurigo, Svizzera, dove a 400 metri dal lago, tra le belle case di un quartiere residenziale, nel 1984 la cantina Landolt impiantò il vigneto Sonnenberg (montagna del sole) per celebrare i 150 anni di vita aziendale. Vigneto composto, questo, da oltre 5.000 viti di Pinot nero e Klevner e sottoposto a ricerca clonale, oltre a essere produttivo per una delle etichette di punta della cantina. Ancora in Svizzera, ma nella cittadina di Losanna, sul lago Lemano, si produce il “vino del sindaco” con le uve di un vigneto municipale di 36 ettari nell’area protetta Unesco del Lavoux.
E ancora: il piccolo vigneto di Montmartre, a Parigi, oppure la vigna — più simbolica che altro — di Stoccarda, in Germania, e addirittura i 700 ettari vitati sulle colline di Vienna, dentro i confini amministrativi della capitale austriaca, che conquista così il podio di “capitale del vino”. Proprio a Vienna, vista sul Danubio, ben 300 viticoltori e 12 cantine producono tra le tante etichette il Gemischter Satz, il vino più viennese di tutti, ottenuto da un superuvaggio di vitigni diversi coltivati nella stessa vigna in vegetale promiscuità. Se nella capitale austriaca beviamo questi vini anche negli heuriger, che sono delle taverne di cucina tipica sparse qua e là tra le vigne e negli abitati della periferia, chissà se anche a Roma tra qualche anno non nascerà un vino “trasteverino”; così, solo per rappresentanza… Al momento il progetto ha le caratteristiche di un campo da collezione a disposizione degli studiosi, ma anche del pubblico dell’Orto Botanico, per appagare una semplice curiosità o per ragioni estetiche. L’idea guida è quella di riprodurre un museo “vivo” dell’ampelografia italiana per la conservazione, lo sviluppo e la divulgazione della conoscenza della cultura vitivinicola nazionale, con 3 piante ad alberello per ciascuno dei 154 vitigni considerati. In totale 462 piante in un terreno di 624 m2, uno spazio concesso gratuitamente dall’Università La Sapienza per un progetto a costo zero per le finanze pubbliche, grazie a una donazione della società di Luca Maroni e alle barbatelle offerte dai Vivai Cooperativi di Rauscedo. Tutti attori che hanno agito a titolo gratuito, compreso l’esperto di biodinamica.
Il vigneto è condotto, infatti, con tecniche di agronomia biodinamica, con impatto ecologico, inquinante e chimico pari a zero, sotto la supervisione di Leonello Anello, responsabile agronomico dell’impianto e tra i massimi esperti italiani di viticoltura biodinamica. «Ogni pianta ha necessità climatiche, di terreno, di sole e di acqua differenti» ha commentato Anello. «Solo con la biodinamica si potrà af­frontare una complessità simile: spero quindi di riuscire nell’intento e di farle prosperare. La scelta di piantare le barbatelle ad alberello è stata fatta per ottimizzare lo spazio, che non era moltissimo, e poter inserire più piante possibili». Secondo Luca Maroni, «non esisteva in Italia e nel mondo un museo ampelografico e viticolo vivo che raccoglie le principali varietà autoctone nazionali. Le viti sono state piantate ad alberello, il sistema di potatura più antico e più adatto a conferire a Vigneto Italia l’aspetto di un giardino vitato e curato a mano». Poiché Roma, come tante altre capitali del vino, era priva di un vigneto cittadino, ed essendo l’Orto Botanico privo di una pianta di vite, pur essendo in passato ricoperto da vigneti, la nuova iniziativa ha il merito senz’altro di recuperare un gap. La professoressa Loretta Gratani, direttrice del Museo Orto Botanico, ha dichiarato infatti che «la raccolta, che si va a unire a quelle già presenti, avrà la giusta importanza» anche nel percorso di visita con l’installazione di pannelli esplicativi.
Massimiliano Rella

>> Link: www.ortobotanicoitalia.it

 

Un’arca con 154 varietà di vitigni provenienti da tutte le regioni italiane: è questo Vigneto Italia, il primo Museo Ampelografico italiano presso l’Orto Botanico di Roma, oasi di verde tra il Gianicolo e Trastevere

 

Didascalia: Luca Maroni a Vigneto Italia. Il progetto è stato sviluppato dall’enologo insieme all’Università La Sapienza di Roma (photo © Donato Passiatore).

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