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Premiata Salumeria Italiana nr. 4, 2018

Rubrica: Indagini
(Articolo di pagina 64)

Italia spaccata a metĂ  sui consumi alimentari

Secondo Ismea corrono i consumi alimentari al Centro e al Nord, mentre flette la spesa al Sud. Emerge il food delivery, in decisa espansione

Cresce, ma non al Sud, la spesa alimentare delle famiglie italiane nel primo trimestre 2018. È la fotografia che emerge dalla consueta indagine Ismea-Nielsen sui consumi alimentari domestici, da cui si evince un incremento dell’1,4% degli acquisti in valore su base annua, sintesi di un andamento fortemente disomogeneo tra le diverse aree del Paese. Ai ritmi di crescita sostenuti del Centro Italia (+5,6%), Nord-Est (+5%) e — in misura minore — del Nord-Ovest (+3,3%), si contrappone, infatti, una flessione dell’1,1% nel Mezzogiorno. Quanto alla composizione del carrello della spesa, i primi tre mesi del 2018 vedono un deciso balzo in avanti del comparto dei proteici, con una crescita a doppia cifra della spesa per le uova (+19%), un aumento di quasi il 5% delle carni (sulla scia di un 2017 in ripresa) e un +2% dei prodotti ittici. Meno bene i lattiero-caseari (+0,7%), che scontano la perdita di appeal di prodotti tradizionali come il latte fresco e gli yogurt.
Per gli ortaggi, le elaborazioni Ismea indicano una contrazione della spesa del 4,5%, di riflesso ad un andamento flessivo dei prezzi medi di quasi tutte le referenze. Stabile la spesa per la frutta e in lieve aumento quella per i derivati dei cereali (+0,8%). Relativamente al vissuto e agli stili di vita dei consumatori, emergono indicazioni interessanti. Segnano una crescita importante tutti quei prodotti rivolti a un consumatore con specifiche esigenze di salute, efficienza fisica, lifestyle, responsabilità sociale o intolleranze, quei prodotti cioè che certificano direttamente sulla confezione la loro peculiarità (Bio, Veg, Ricco in…, Senza…). I Millennials (la generazione fino a 34 anni), ad esempio, risultano particolarmente sensibili ai prodotti cruelty free e rispettosi di altri temi etici, mentre per i baby boomers (50-64 anni) e i great gen (over 65) risultano più attrattive le certificazioni legate alla provenienza e al metodo di produzione (segmento Bio e Dop).
Tra i trend emergenti, trovano più spazio, nel carrello della spesa, prodotti legati alla cucina di altri Paesi come zenzero, curcuma, salsa e spaghetti di soia, tortillas, quinoa, che riflettono un consumatore sempre più multiculturale e attratto dai cibi etnici. Quanto ai canali di vendita, infine, i dati Nielsen confermano la competizione esercitata dai canali digitali su quelli tradizionali. Dall’indagine emerge infatti che l’8% degli Italiani (pari a circa 4,4 milioni di individui) ha utilizzato nel 2018 almeno una volta al mese i servizi on-line di food delivery (consegna del cibo a casa, cotto o in forma di spesa). Un’abitudine che coinvolge prevalentemente i consumatori nella fascia 25-34 anni.

 

Ittico: ok ma rallenta
Rallenta il tasso di crescita della spesa per i prodotti ittici, pur confermando un ulteriore +2% rispetto al primo trimestre 2017. A trainare la spesa sono i surgelati con un +6%; in terreno positivo, seppure con minor enfasi, anche la spesa per il pesce fresco (+1%), le conserve e gli affumicati.

 

Bene i salumi
Aumenta la spesa per i salumi: il famoso “tagliere” è diventato oramai un must per gli aperitivi e le cene con gli amici in casa, e i “preaffettati vaschettati” una presenza costante nei frigoriferi delle famiglie con figli adolescenti. Dall’analisi dei dati emerge una maggiore attenzione alla qualità e una maggiore disponibilità a spendere di più per quei prodotti con una maggiore shelf-life, a fronte di volumi a volte in contrazione.

 

Formaggi & C.
Il comparto dei freschi proteici, i prodotti lattiero-caseari, pur registrando una spesa in crescita nel suo complesso (+0,7% nel primo trimestre), evidenziano atteggiamenti, da parte degli acquirenti, differenziati nei confronti delle singole referenze. Anche in questo caso sono i prodotti con maggior apporto innovativo a riscontrare il favore dei consumatori, mentre continuano a perdere appeal i prodotti tradizionali quali il latte fresco (–1,3% a volume e –0,6% a valore) e lo yogurt bianco (–3,3% in valore e volume). Tra i formaggi si può dire che il consumatore stia privilegiando quelli legati al territorio e alla cucina tradizionale e gourmet, ossia i “duri” nei quali la maggior quota è rappresentata dai grana Dop (+6,1 in valore e +5,1% in volume), mentre perdono posizione gli “industriali” (–5,5% in volume e –2,7% in valore). Per quanto riguarda il burro, nel primo trimestre si registra un contenimento dei volumi acquistati (–4%) a fronte di prezzi ancora molto sostenuti (+20% rispetto all’analogo trimestre 2017) che mantengono il valore della spesa superiore del 16% rispetto allo scorso anno.

 

Multiculturalità anche a tavola
Il consumatore è sempre più multiculturale ed è per questo che ai cibi tradizionali affianca spesso i cibi etnici, quelli conosciuti nei viaggi o nelle esperienze “fuori casa”. Tra i trend emergenti, nei prodotti a scaffale trovano spazio infatti molti altri prodotti non legati alla cucina nazionale (zenzero, curcuma, salse di soia, spaghetti di soia, tortillas, quinoa), ma anche piatti pronti ispirati a pietanze tipiche di cucine lontane (soprattutto cucina cinese, giapponese, messicana e turca).
(Fonte: Ismea – Direzione Servizi per lo Sviluppo Rurale Unità Operativa Studi e Analisi)
www.ismeamercati.it

 

Didascalia: tagliere con crostini e salumi toscani servito all’osteria Boccanegra di Firenze (photo © Iuri Niccolai_photography).

 

Altre notizie

 

Uno studio della Fao conferma che i prodotti IG promuovono lo sviluppo sostenibile

L’Indicazione di origine Geografica (IG) aumenta le vendite arricchisce i territori. L’Italia, che ha un numero record di prodotti con indicazione di origine, lo sa bene, ma la conferma arriva ora anche da un importante studio internazionale. I prodotti alimentari registrati con un’etichetta d’indicazione geografica vantano a livello mondiale un valore commerciale annuale di oltre 50 miliardi di dollari. Tali prodotti hanno caratteristiche, qualità e reputazioni specifiche derivanti dalla loro origine geografica. Lo studio “Rafforzamento dei sistemi alimentari sostenibili attraverso le indicazioni geografiche” condotto dalla FAO e dalla Banca europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo ha rilevato che i prodotti alimentari collegati al loro luogo di origine sono economicamente e socialmente vantaggiosi per le aree rurali di provenienza e promuovono lo sviluppo sostenibile. La ricerca ha analizzato l’impatto economico della registrazione dell’indicazione geografica in nove casi: il caffè colombiano, il tè Darjeeling (India), il cavolo Futog (Serbia), il caffè Kona (Stati Uniti), il formaggio Manchego (Spagna), il pepe Penja (Camerun), lo zafferano Taliouine (Marocco), il formaggio Tête de Moine (Svizzera) e il vino Vale dos Vinhedos (Brasile). In tutti e nove i casi, la registrazione legata all’origine configura uno sviluppo sostenibile in quanto ha sostanzialmente aumentato il prezzo del prodotto finale, con un valore aggiunto compreso tra il 20% e il 50%. Uno dei motivi è che i consumatori identificano caratteristiche uniche — come gusto, colore, consistenza e qualità — in prodotti con lo status d’indicazione geografica e come tali sono disposti a pagare prezzi più alti. «Le indicazioni geografiche sono un approccio alla produzione alimentare e ai sistemi di marketing che pongono considerazioni sociali, culturali e ambientali al centro della catena di valore», ha affermato Emmanuel Hidier, economista del Centro investimenti della FAO. «Le indicazioni, quindi, possono rappresentare un percorso per lo sviluppo sostenibile delle comunità rurali — ha concluso Hidier — promuovendo prodotti di qualità, rafforzando le catene di valore e migliorando l’accesso a mercati più remunerativi» (fonte: World Food Press Agency).

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