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Premiata Salumeria Italiana nr. 1, 2018

Rubrica: Legislazione
Articolo di Corona S.
(Articolo di pagina 16)

Sede dello stabilimento in etichetta

La telenovela continua, sebbene possiamo dire di essere arrivati ora ad un punto fermo. L’indicazione della sede dello stabilimento di produzione diviene infatti un nuovo obbligo. E, a dirla tutta, non si tratta per l’Italia di una novità assoluta, visto che il nostro ordinamento, al contrario degli altri Paesi europei, ne prevedeva la perentorietà prima che divenisse operativo il Regolamento 1169/2011/UE. Dopo varie vicissitudini, proteste dei consumatori, petizioni on-line, accuse tra forze politiche, è stato il Decreto Legislativo 145/2017 che disciplina la fornitura di informazioni sugli alimenti a sancire che la sede dello stabilimento di produzione o confezionamento debba comparire in etichetta. I prodotti alimentari preimballati destinati al consumatore finale devono riportare sul preimballaggio o su un’etichetta ad esso apposta, oltre alle note informazioni imposte negli articoli 9 e 10 del Reg. 1169/2011, anche la sede dello stabilimento di produzione o, se diverso, di confezionamento. I prodotti alimentari commercializzati in una fase precedente alla vendita al consumatore finale possono riportare la sede di produzione o confezionamento sui documenti commerciali, purché tali documenti accompagnino l’alimento cui si riferiscono o siano stati inviati prima o contemporaneamente alla consegna.

La sede dello stabilimento di produzione è identificata dalla località e dall’indirizzo dello stabilimento produttivo e può essere omessa nel caso in cui:

  1. la sede coincida con l’indirizzo del soggetto responsabile delle informazioni in etichetta;
  2. i prodotti alimentari preimballati riportino il marchio di identificazione di cui al Reg. (CE) 853/2004 o la bollatura sanitaria ai sensi del Reg. (CE) n. 854/2004;
  3. il marchio contenga l’indicazione della sede dello stabilimento.

Le disposizioni del decreto 145 non si applicano ai prodotti alimentari preimballati, legalmente fabbricati o commercializzati in un altro Stato membro dell’UE o in Turchia o fabbricati in uno Stato membro dell’EFTA, parte contraente dell’Accordo sul SEE. Nel caso in cui il responsabile dell’informazione sugli alimenti disponga di più stabilimenti, è consentito indicarli tutti, purché quello effettivo sia evidenziato mediante punzonatura o altro segno. Il provvedimento è già operativo dall’ottobre scorso, ma gli alimenti immessi sul mercato o etichettati entro il termine di cui sopra possono essere commercializzati fino all’esaurimento delle scorte. L’autorità competente all’irrogazione delle sanzioni amministrative pecuniarie previste dal presente decreto è l’ICQRF del Mipaaf, ferme restando le competenze spettanti, ai sensi della normativa vigente, agli organi preposti all’accertamento delle violazioni. Le sanzioni amministrative sono importanti, soprattutto se si considera che il tessuto produttivo nazionale è composto prevalentemente da micro e piccole imprese, per le quali certe somme potrebbero essere spropositate. Vanno da 2.000 a 15.000 euro per chiunque non riporti l’indicazione sul preimballaggio o sull’etichetta o sui documenti commerciali. Nel caso in cui l’impresa che dispone di più stabilimenti non evidenzi quello effettivo mediante punzonatura o altro segno è soggetto alla sanzione amministrativa da 2.000 euro a 15.000 euro. Va invece da mille euro a 8.000 euro la sanzione per chi riporta in etichetta l’indicazione dello stabilimento di produzione o confezionamento, senza rispettare le regole stabilite dal Regolamento 1169/2011.

Questo decreto spazza via le polemiche innescate in questi anni da chi, spesso senza reale cognizione in merito, ha sostenuto che l’assenza dell’indicazione dello stabilimento produttivo come informazione al pubblico minasse alla salute del consumatore. Ma la salubrità del nostro cibo — gli operatori lo sanno bene — fortunatamente, è garantita da ben altre regole e da un impianto normativo ampio e complesso. Non è infatti tanto o solo questa indicazione a permettere alle autorità di controllo di attivare le azioni utili a mitigare il rischio per la salute pubblica in caso di allerta. Lo sono ben altre disposizioni! Era e rimane semmai più condivisibile la posizione di chi sosteneva che l’indicazione dello stabilimento produttivo fosse importante per consentire ai singoli di fare una scelta di acquisto consapevole e guidata da legittime motivazioni economiche e occupazionali. È vero che la trasformazione del prodotto in un certo luogo non assicura che anche la materia prima abbia la stessa provenienza, ma se il consumatore intende sostenere il proprio territorio acquistando cibi realizzati in loco, è certamente sulla buona strada. L’obbligo è stato comunque reintrodotto, seppur solo in Italia, e questo significa che non è più possibile per l’impresa decidere o meno di indicarla a seconda della propria politica aziendale.

E, al di là delle vicissitudini tipiche del nostro ordinamento di omettere o generare norme che nel loro complesso creano più disorientamento che certezze, riteniamo che indicare la sede dello stabilimento possa, anzi debba, essere considerata come un’opportunità importante, da tanti punti di vista. Prova ne è il fatto che questa scelta, finora facoltativa, era invece stata fatta da decine di imprese della produzione e della distribuzione. Mentre nei mesi scorsi si consumava la polemica sul tema, infatti, moltissimi nomi della GDO e DO e diverse aziende leader nel proprio settore, avevano dichiarato di voler mantenere l’indicazione sulle confezioni del prodotto, sebbene ne fosse venuto meno l’obbligo. Una scelta, questa, letta dal mercato come una forma di rispetto e un segnale importante di trasparenza che ha avuto certamente dei riflessi sul piano commerciale e sui numeri di bilancio di quelle imprese.

Sebastiano Corona

 

Casa Modena (GSI) passa all’Unibon

Dopo quasi vent’anni si chiude la partnership che ha fatto nascere il leader italiano nel settore dei salumi: la famiglia altoatesina Senfter ha infatti ceduto alla modenese Unibon le quote del 50% che deteneva in IS Holding Spa, la controllante al 100% di Grandi Salumifici Italiani. La cessione nasce dalla volontà di Senfter di concentrarsi su investimenti a carattere locale, in particolare nell’ambito turistico, in cui è già attivo da diverso tempo. Per gli stabilimenti produttivi di Chiusa e San Candido, invece, non cambierà nulla: i posti di lavoro sono assicurati e i dipendenti continueranno a lavorare sotto l’insegna GSI. «Dopo 17 anni di collaborazione — ha spiegato Helmuth Senfter, vicepresidente di Senfter Holding — abbiamo deciso di percorrere altre vie. Per entrambi i gruppi si aprono così nuove prospettive». Secondo Senfter «i tre stabilimenti altoatesini sono tra i gioielli del gruppo Gsi. Negli ultimi cinque anni sono stati investiti 50 milioni di euro e gli stabilimenti sono ai massimi livelli. I posti di lavoro in Alto Adige sono al sicuro. Gli impianti svolgono un ruolo fondamentale nel gruppo. La direzione centrale è stata a Modena fin dall’inizio e lì rimane. Quindi continua tutto come prima». La transazione è soggetta all’approvazione dell’autorità garante della concorrenza e del mercato e il perfezionamento è previsto entro il primo bimestre 2018. Grandi Salumifici Italiani (nota per i marchi Casa Modena, Alcisa, Senfter) fattura oltre 650 milioni di euro con più di 1.500 dipendenti impegnati nei 13 stabilimenti produttivi tra Emilia-Romagna, Toscana e Trentino Alto Adige. L’azienda esporta in 34 Paesi del mondo. Il piano industriale al 2021 prevede un fatturato oltre ai 900 milioni, ma il Gruppo punta “ragionevolmente” a superare il miliardo di euro. Milo Pacchioni, presidente di Unibon e attuale presidente di IS Holding, e Giuliano Carletti, vicepresidente di Unibon e GSI, hanno commentato: «Dopo quasi un ventennio di fruttuosa collaborazione con la famiglia Senfter, Unibon intende sostenere GSI quale grande player nazionale del food e polo di aggregazione a livello nazionale, volto ad espandersi sui mercati nazionali e esteri nei prodotti della tradizione e nei settori innovativi. Siamo certi che tutte le risorse umane coinvolte sapranno sostenere e vincere le nuove sfide».    (EFA News, www.efanews.eu)

 

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