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Premiata Salumeria Italiana nr. 5, 2017

Rubrica: Tutto il biologico, oggi
Articolo di Corona S.
(Articolo di pagina 82)

Testo unico sul biologico

Dopo anni di pressioni e richieste, giunge finalmente una norma che mette d’accordo tutti. L’obiettivo è disciplinare uno dei pochi ambiti in cui crescono inarrestabilmente tutti i valori positivi. Il bio continua a dare segnali di speranza, in un agroalimentare ancora fortemente piegato dalla congiuntura economica

La crisi c’è, si vede e si sente. Eppure, ci sono produzioni che, nonostante il prezzo, vanno in controtendenza. L’esempio più evidente è quello del biologico, un ambito che mostra valori positivi su tutti i livelli, dagli occupati alle vendite, dalle imprese coinvolte, alle superfici dedicate. Secondo il Mipaaf, nel 2015 gli addetti sono cresciuti dell’8,2%, gli ettari coltivati del 7,5%, le vendite del 20%. E la cosa positiva è che queste cifre non sono il fuoco di paglia di un fenomeno destinato a concludersi a breve. Si tratta infatti di un trend che dura ormai da tempo e che ogni anno, anziché cedere il passo, conosce un nuovo incremento, spesso a due cifre: si pensi che, sempre nel 2015, gli operatori del settore sono passati da 55.400 a 60.000, mentre la superficie coltivata in modo bio, o in conversione, è arrivata a 1,5 milioni di ettari, pari al 12% della Sau complessiva (superficie agricola utilizzata), con un incremento, rispetto al 2014, di un punto percentuale. Incide inoltre una quota importante di terreni in riconversione, dedicati al pascolo e quindi ad allevamenti che contribuiscono in maniera importante sia nella produzione della carne che nei derivati animali. Sarebbero cifre ragguardevoli di per sé, ma diventano ancor più significative se valutate nel panorama complessivo, che da tempo offre uno scenario tutt’altro che confortante.
Mentre la spesa alimentare — secondo Ismea Nielsen — è prossima allo zero, perché nel 2015 ha segnato solo un +0,3% e a seguire, nel primo semestre del 2016, un –1,2%, le vendite del bio nel 2015 hanno mostrato incrementi non lontani dal 20% rispetto al 2014 e il primo semestre del 2016 ha ulteriormente confermato la linea con un +20,6%.
Certamente a questa ascesa ir­refrenabile sta contribuendo anche la distribuzione moderna, sebbene i consumatori abituali di prodotti bio lamentino il fatto che i retailer ancora non comprendano a pieno le loro preferenze sui prodotti. La domanda si sta infatti evolvendo molto velocemente, ma l’offerta, pur incalzante, risulta in ritardo. Il risultato è che gli assortimenti nella Gdo non sempre tengono conto delle reali esigenze dei consumatori e i clienti finiscono per scegliere l’insegna anche in base al fatto che ci siano prodotti biologici in vendita oppure no.
Non è chiaro se sia la Gdo che, avendo introdotto molti prodotti bio, ha contribuito al loro successo o se, al contrario, siano i supermercati e gli ipermercati che, consapevoli della richiesta sempre più pressante, lo stiano introducendo, per i margini importanti che è in grado di generare. Resta il fatto che il bio confezionato negli scaffali delle grandi superfici di vendita nel 2015 fosse pari al 3% del totale agroalimentare e, già nei primi mesi del 2016, questo dato apparisse in sensibile aumento.
Gli ipermercati e i supermercati da soli generano un fatturato annuo paria 872 milioni di euro, mentre è di 860 milioni di euro quello del dettaglio specializzato. A queste voci vanno però aggiunti i normal trade e discount, per 206 milioni, le farmacie e para­farmacie, per 125 milioni, le erboristerie, per 121 milioni, i canali alternativi come la vendita diretta, on-line o i gruppi di acquisto, per 238 milioni, e, infine, il food service per 320 milioni di euro.
Insomma, il biologico è entrato a far parte delle abitudini degli Italiani e degli europei passando per la porta principale. Nel Belpaese, per la verità, le vendite hanno una distribuzione poco omogenea, essendo concentrate soprattutto nel Centro Nord. Ma anche nel Sud, che pure appare da questo punto di vista più lento, nell’ultimo anno si registra un aumento pari al 33%. Cresce di pari passo il numero di famiglie acquirenti e, soprattutto, si è incrementato il numero di clienti abituali, cioè che acquistano bio tutte le settimane, raggiungendo la ragguardevole cifra del 18% del totale delle famiglie. Tra i prodotti bio più acquistati vi sono le cosiddette “gallette”, ma anche confetture di frutta, uova, prodotti ortofrutticoli freschi.
In Europa, invece, il bio vale ormai 30 miliardi di euro, secondo i dati Ifoam-Fibl. L’aumento nelle vendite, nel 2015 è stato del 13%. In questo contesto era la Germania il più grande mercato del biologico in Europa (8,6 miliardi di euro), seguita da Francia (5,5 miliardi di euro), Regno Unito (2,6 miliardi di euro) e Italia (2,3 miliardi di euro). A livello globale invece, sono gli Stati Uniti, con 35,8 miliardi di euro, il primo mercato.
In un’Europa in cui ogni anno i consumatori spendono sempre di più in termini assoluti per gli alimenti bio­logici (una media di 36,4 euro in Europa e 53,7 nell’UE), è la Svizzera a vantare la più alta spesa pro capite, con ben 262 euro, seguita dalla Danimarca, con 191 euro, e dalla Svezia, con 177 euro.
E in questo contesto i consumi salgono più velocemente dell’offerta. Il numero di produttori biologici in Europa è cresciuto del 3% (del 5% nell’Unione Europea), ma quello degli importatori è aumentato del 12% in Europa e del 19% nell’Unione Europea, a dimostrazione del fatto che la produzione biologica non riesce a tenere il passo con la domanda.
L’Italia e Paesi europei sono forse ancora lontani da una strategia ben definita per il settore. Lo sono nonostante la domanda si faccia ogni giorno più pressante e col rischio che — come spesso accade in situazioni simili — si generino pericolose speculazioni, a danno del settore e dei consumatori. In Italia, però, anche a seguito dei diversi scandali che si sono verificati negli anni, si è ritenuto fosse necessario introdurre una normativa più completa ed omogenea, finalizzata sia ad un maggior controllo a tutela di agricoltori e consumatori, sia a dare nuova linfa al settore.
È dunque in arrivo il Testo unico per il biologico, licenziato nei mesi scorsi dalla Commissione Agricoltura della Camera: una norma complessa che prevede, tra le varie cose, lo stanziamento di fondi dedicati e il coinvolgimento delle associazioni per la definizione delle priorità e delle azioni per lo sviluppo del settore. Un provvedimento per ora molto ben accolto dai produttori che, a gran voce, dichiarano fosse da tempo necessario un riconoscimento in termini normativi, così come era opportuno intervenire sul piano della ricerca e della formazione.
Il quadro normativo che si sta de­finendo è utile soprattutto a promuovere ulteriormente la crescita del settore, in particolare nei mercati internazionali. Il documento evidenzia la necessità di dedicare fondi certi per l’attuazione del Piano strategico Nazionale (PSN) sul biologico, introducendo anche novità assolute come quelle dei distretti bio.
A parere delle associazioni del biologico, che rivendicano maggior coinvolgimento, ci sarebbero margini di miglioramento del documento, ma, con le dovute correzioni, il Testo Unico sarà fondamentale per un ulteriore sviluppo del settore, nei prossimi anni.


Sebastiano Corona

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